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cosa succede in città / IL PH DI SIENA

di Fausto Jannaccone

 

Ore 12.00 in punto mi presento alla galleria di Francesca Sani, in mano due birre -le piace molto la birra e questa di lei è una delle poche cose che conosco da poter mettere la mano sul fuoco-, sperando così di metterla a proprio agio nell’aprirmisi, dato che mi aveva confessato una scarsa attitudine a riguardo.
Il fondo dove qualche mese fa ha aperto la sua galleria di Fotografia d’Arte è un fondo fortunato, magico, precedentemente vi si trovava una libreria di libri usati: ogni libreria, quale più quale meno, è pur sempre un luogo magico, al di là degli stereotipi. Io la vedo come un porto, un enorme porto dove scendendo lungo un’interminabile banchina scorriamo le navi, fin quando non ci lasciamo convincere da una di esse ad imbarcarci per il prossimo viaggio verso orizzonti sconosciuti; credo in effetti che la mia visione sia condizionata da Moby Dick, per l’appunto.
Quindi se una libreria è magica pensate una libreria di libri usati, ove ogni nave prima di voi ha avuto altri capitani a condurla, con la sua storia ed il suo amore, o odio, o insofferenza, verso lo scafo su cui si trovava, magari maltrattandolo oppure adorandolo; la magia si eleva al quadrato.
Adesso l’incombenza magica tocca a Francesca, e dopo la letteratura credo l’altro grande mezzo per un viaggio (mentale – ma se possibile ancor più libero) sia la fotografia: ogni scatto stampato può esser di volta in volta una macchina del tempo o un teletrasporto per paesaggi lontani; può raccontarci storie di persone lontane e diverse da noi, cui ci approcciamo basandoci sul visibile, facendo poi appello alla nostra capacità immaginativa per supporre cosa succeda dopo, intorno e dietro quella persona.
La Foto d’Artista assume poi un’ulteriore capacità narrativa, contendo in sé oltre l’oggetto fotografato anche il linguaggio narrativo dell’artista, il proprio lessico, e quindi le ‘parole’ scelte ogni volta per parlarci.

Francesca, partiamo dalle basi: che cosa vuol dire PHneutro?
Tutto il materiale a contatto con la stampa fotografica deve essere ph neutro, quindi acid free. Anche le nostre mani, che ovviamente hanno un loro ph e non sono quindi neutre, sono dannose per la fotografia. I danni posso non essere immediatamente visibili, ma con il tempo la fotografia si ingiallirà nel punto in cui è entrata in contatto con un materiale non ph neutro.

Da dove nasce la simbiosi tra Francesca Sani e la Fotografia?
Nasce all’università, iscritta a Storia dell’arte, ho seguito un corso sulla storia e tecniche fotografiche. Finita l’università sono andata subito a Milano a lavorare per la prima galleria d’arte italiana che si occupasse solamente di fotografia
Per approdare poi a Pietrasanta, dove prende corpo quello che adesso stai facendo: raccontaci la genesi di questo progetto
Ph Neutro nasce a Verona, per poi aprire una seconda sede a Pietrasanta.
Nel 2016, tornata da un periodo a New York, sono approdata alla sede di Pietrasanta. Conoscevo i proprietari di Ph Neutro da diversi anni e prima di iniziare a collaborare lavorativamente, avevo comprato alcune fotografie da loro. Quindi si sono rivolti a me avendo bisogno di una persona per la sede di Pietrasanta. Così è iniziato il nostro rapporto lavorativo.
A inizio 2017 gli ho proposto di aprire insieme una nuova sede e la scelta è ricaduta su Siena essendo io senese e legata alla mia città. Così è nata PH Neutro Siena.
Torneremo poi anche su Siena, ma prima una piccola parentesi di approfondimento sul tuo settore: in primo luogo ti chiedo quale sia lo stato dell’arte della Fotografia, ovvero percezione, ruolo e mercato della Fotografia d’Arte al giorno d’oggi?
Il mercato e l’interesse sulla fotografia artistica sono in costante crescita, ce lo dimostrano i risultati delle aste, soprattutto quelle mondiali.
L’Italia purtroppo anche in questo campo è un passo indietro rispetto a molti altri paesi, comunque anche qua l’interesse sta crescendo. Basta guardare quante mostre di fotografia vengono organizzate da Nord a Sud in musei e fondazioni italiane.
Per citare alcune delle mostre che negli ultimi anni hanno fatto parlare di sè ti trovi più affine ad una tipologia di mostra macro-evento come quella su McCurry, passata anche da Siena e capace di influenzare il gusto degli appassionati di fotografia, o invece sei più incline ad apprezzare esposizioni come ad esempio Cartier-Bresson all’Ara Pacis nel 2015?
Non mi piace puntare il dito su nessun tipo di mostra. Eventi come quello di McCurry creano grandi numeri e fanno parlare. Quindi vanno bene per lo scopo che vogliono raggiungere. Ci sono mostre che magari fanno parlare di meno ma che hanno alle spalle progetti accurati e molto interessanti. Per quanto riguarda il mondo della fotografia non ci dimentichiamo poi che in Italia abbiamo festival molto importanti che stanno crescendo ogni anno di più, come quello di Reggio Emilia e il Photolux a Lucca
E riguardo a ‘La Vertigine del Volto’, invece, cosa ci puoi dire?
La mostra la Vertigine del Volto (di Carlotta Bertelli e Gianluca Guaitoli, fino al 7 gennaio 2018) nasce dal lavoro di due giovani artisti nei quali credo molto.
Mi sono imbattuta in loro per caso e sono stata travolta dalla bellezza e profondità delle loro opere. Ho quindi deciso di iniziare una collaborazione e così è nata l’idea della mostra e la possibilità di farsi realizzare dei ritratti in galleria
Qual’e il lavoro che caratterizza la loro produzione ?
Carlotta e Gianluca vengono da due percorsi differenti. Lei è fotografa di moda e lightpainter, lui parrucchiere per fotografie di moda. Dopo essersi incontrati e innamorati dal 2015 hanno deciso di iniziare a lavorare insieme a un progetto comune che unisse le loro due personalità artistiche. Nasce così la loro serie di ritratti realizzati con la tecnica del light painting e stampati su carta di gelso giapponese.
Lavorando esclusivamente sul ritratto, frontale, quasi sempre limitato al volto, finiamo per esser preda dello sguardo: si sovrappone così al nostro approcciarsi all’opera da un piano meramente estetico una possibilità di indagine psicologica. Mi sembra diventare quindi questa mostra anche un ‘catalogo di anime’, impressione favorita anche dalla tecnica di stampa, che perdendo in definizione offre una maggiore possibilità di immaginazione e di vitalità. È corretta questa mia sensazione?
Assolutamente corretta. Questi ritratti vengono realizzati al buio, nel totale silenzio. È in questa situazione che Carlotta muove le sue torce, quindi la persona ritratta si trova in una situazione insolita, nel non sapere da dove e come arriverà la luce. Ciò tira fuori nelle persone reazioni e aspetti dell’anima sconosciuti.
Torniamo adesso come promesso a Siena. La tua storia familiare, percorso d’istruzione e contesto di provenienza ti offrono ‘di dafault’ una capacità diagnostica delle condizioni della città in cui vivi e lavori, da un punto di vista artistico e culturale: qual’è secondo te lo stato di salute di Siena sotto questo aspetto?
Diciamo che si potrebbe fare molto di più. Come ci dicevano i professori quando eravamo a scuola? Il ragazzo ha le potenzialità ma non si impegna. Ecco mettiamola così, Siena si potrebbe impegnare un po’ di più.
Visto che siamo a Natale, oltre che in prossimità di un ricambio amministrativo, cosa auguri, chiedi, o meglio cosa auspichi possa portare il futuro prossimo a questo angolino di mondo? Ovviamente non mi aspetto come risposta “la pace nel mondo”, ma chiedo quale possa essere la tua ricetta, la strada secondo te da seguire per “impegnarsi un po di più”?
Se intendi l’angolino di mondo che è Siena mi auspico che le prossime elezioni ci portino una giunta comunale e soprattutto un’assessore alla cultura con il peso specifico che si merita la nostra città. Un’amministrazione coraggiosa e “illuminata”, che sappia mettere da parte la Zumba e guardare alle cose che veramente farebbero bene alla città. Quanto tempo è che non entri al Museo Civico? Io era molto tempo. Un po’ di mesi fa sono andata, la situazione era quella di opere esposte con una pessima luce, la polvere era alta e i cartellini che indicavano le opere erano o mancanti o storti… questo è il biglietto da visita che dà Siena. Facciamo la ‘smart city’ ma poi in uno dei principali musei della città, all’interno del Palazzo Pubblico, non ci curiamo neanche di rimettere i cartellini mancanti.
Per chiudere ti propongo un mio pensiero: nel giorno dell’inaugurazione de “La Vertigine del Volto”, venuto via dalla tua galleria, sono passato davanti ad un altro spazio espositivo nelle vicinanze, dove aveva avuto luogo un’inaugurazione il giorno precedente, per poi recarmi a visitarne un secondo, dove, per quanto non mi sia trattenuto, oltre alle opere di altre contemporanea esposte, durante la serata avrebbero tenuto la presentazione un libro. Un inaspettato fermento per una città di solito culturalmente pigra, se non statica.
Quindi dico, per quanto un’amministrazione sia in effetti espressione di una società, non possiamo noi, intesi come addetti, appassionati, cittadini in generale, esser il motore di un cambiamento: provare a sopperire almeno in parte, per quanto possibile, alle mancanze ed inadempienze delle gestioni inadeguate, cui siamo ormai ahinoi costretti ad assistere quotidianamente?
Siamo assolutamente noi il motore. Io ho deciso di tornare a Siena dopo anni che non ci vivevo più. L’ho fatto perché sono profondamente legata alla mia città, potevo restare fuori, ma credo che la potenzialità che ha la nostra città non abbia pari in Italia e non voglio credere a tutti quelli che mi hanno detto che era una follia aprire una galleria d’arte qua. Le città non le fanno solo le amministrazioni, ma soprattutto i cittadini.
Certo le amministrazioni devono essere capaci a sostenere e aiutare i cittadini volenterosi che si mettono in gioco cercando di fare qualcosa di livello per tutta la città

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VIVA ARTE VIVA: IMPRESSIONI VENEZIANE – di Fausto Jannaccone

Qual’é il ruolo dell’artista nella società? Qual’è la sua missione?

Michel Blazy

Se lo chiedete a me, io credo che l’artista contemporaneo sia chiamato ad interpretare il momento storico che lo circonda, leggerlo attraverso la propria sensibilità, quindi avanzare proposte e soluzioni per un domani possibile.
La Biennale di Venezia, in questo senso, rappresenta l’occasione per fare il punto su questa continua analisi sociale, la cartina di tornasole per un bilancio in itinere.  L’impressione personale è che in questi tempi sempre più instabili ed incerti anche il mondo dell’arte stia riflettendo profondamente, mettendo almeno in parte in discussione “da dove veniamo” e coscienti di “chi siamo” -ahi noi- provare a ripensare “dove andiamo”.

Il passato non è certo la prima volta che venga riesumato e vivisezionato dall’arte contemporanea: d’altro canto però, per molteplici aspetti, il severo giudizio e la parziale riscrittura dello stesso cui si assiste in laguna in questi giorni tradisce una condanna per molti capitoli della(e) nostra(e) storia(e) -colonialismo (Nuova Zelanda, Sud Africa, l’esordiente Antigua ad esempio), governi assolutistici (Russia, Peru, Korea), evoluzioni religiose (Malta, Finlandia)-.
La stessa mostra-evento di Palazzo Grassi e Punta della Dogana, parallela sebbene non inerente la Biennale vera e propria, ci presenta un divertito e divertente Hirst raccontarci la “sua” storia (del mondo, non personale). Ciò ad ulteriore conferma di questa necessità dell’arte di riscrivere la storia.

Roberto Cuoghi
Maria Lai
Gal Weinstein
Hajra Waheed

Preso quindi atto dello status quo, del punto dove siamo arrivati in questa folle corsa dell’umanità, si rivela necessario ed urgente trovare risposte, e direzioni da seguire: la soluzione che Venezia ci presenta prevede un po’ di sana utopia, ingrediente fondamentale nella piatto dell’arte, ma soprattutto tanta, tanta evasione dalla realtà e dalla razionalità.
È infatti la magia la vera protagonista di questa edizione; accanto troviamo il tema ambientale, molto presente, ma anche questo quasi sempre interpretato in maniera molto spirituale e primigenia, come una partecipazione arcaica e primordiale dell’uomo alla natura, dentro la natura, simbiotica nella piena etimologia del termine.
Il padiglione Italia, ad esempio, messo in piedi con ottimi risultati della Alemani, ed il cui nome è appunto “Il mondo magico”, fonda sulla ricerca antropologica di De Martino il suo percorso. Uno dei 9 capitoli del racconto messo in piedi dalla Macel è interamente dedicato all’arte di impronta Sciamanica. Maria Lai e Michele Ciacciofera, anche loro nel tronco principale dell’Arsenale, rispolverano le antiche tradizioni magiche della Sardegna; Peter Miller la magia del colore, Edith Dekyndt della Materia, Kader Attia del suono. Ne cito solo alcuni, ma l’intero Arsenale (colonna portante e vero valore della 57° edizione) è un’esperienza sensoriale e mistica. Addirittura più di una volta vengono stimolati sensi solitamente più marginali nella consueta fruizione dell’arte come tatto ed olfatto: infatti più di una volta ci imbattiamo in opere imperniate sulla corruzione dei materiali organici e le muffe generatesi.
Nel complesso forse non è una delle edizioni migliori tra quelle cui ho assistito, ma più per mancanze dei padiglioni nazionali, tra cui salverei Italia, USA, Grecia, Cuba e Tunisia con una sufficienza piena, risicata invece per Russia, Sud Africa, ed Israele.
La palma di vincitore assoluto la consegno alla dissacrante creazione di Nathaniel Mellors ed Erkka Nissinen che fanno del padiglione di Alvar Aalto il vero pezzo imperdibile di questa Biennale: non si sfioreranno picchi poetici, non se ne ha nemmeno l’ambizione, ma assolutamente si stacca dalla mediocrità circostante.
Una menzione è doverosa per due giovani artisti: Hajra Waheed e Taus Makhacheva.

In chiusura resta da ripetere soltanto, lapalissianamente, come comunque la Biennale dì Venezia sia un evento che non è permesso perdersi: Viva Arte Viva!

Quanto vale l’arte contemporanea italiana – di Marco Ciacci

L’arte contemporanea italiana va… all’estero. Perché in Italia è frenata. Frenata da politiche fiscali svantaggiose, soprattutto rispetto agli altri mercati internazionali (Londra in primis) che, comunque, continuano a puntare molto sugli artisti del Belpaese. Tanto che l’Italia rimane al 7° posto nello speciale report di Art Price 2016, che classifica i migliori 500 artisti internazionali in base al fatturato e ai lotti venduti nelle aste.

rudolf stingel
Rudolf Stingel, Untitled

Nella classifica al primo posto, tra gli italiani, c’è Rudolf Stingel, classe 1956 da Merano, diventato un vero caso mondiale sotto l’ala di Pinault, che raggiunge la settima posizione con 28 milioni di fatturato per 26 lotti venduti. Secondo è l’artista più chiacchierato e provocatorio che c’è nel nostro Paese: Maurizio Cattelan, che si posiziona all’11esimo. Cattelan occupa un posto di rilievo, sempre il secondo, anche nella Top 10 delle opere più costose, grazie a “Him”,  ritrae Hitler in ginocchio devotamente immerso in preghiera (o in atto di chiedere perdono) con occhi da bambino commossi e pieni di lacrime. L’opera, ovviamente discussa e controversa, è stata battuta a maggio da Christie’s New York alla cifra record di 17 milioni di dollari (il primo posto va a Basquiat che nella stessa asta ha spuntato 57 milioni).

Maurizio Cattelan, Him (2001)
Maurizio Cattelan, Him (2001)

Dopo di loro c’è comunque il vuoto. Per trovare un altro italiano, infatti, bisogna scendere al 190esimo posto dove si posiziona un genio del fumetto come Milo Manara (che ha esposto anche a Siena nel 2011) con 64 lotti venduti per un fatturato di 834 mila dollari. Segue a ruota Mimmo Paladino (833 mila dollari, 192esima posizione), che ha dipinto il Drappellone del Palio di Siena dell’agosto 1992. Insieme a Chia, Gian Marco Montesano, Bertozzi&Casoni e Pino Deodato è anche l’autore della “piastrella” della vendemmia 2015 per il Consorzio del Brunello di Montalcino.

milo manara bardot
Uno degli acquerelli che Milo Manara ha dedicato a «Madame Bardot, femme, libérée, sauvage, fière», recentemente battuti all’asta per 600mila euro.

Dopo un salto di 50 posti, troviamo un altro artista legato al Palio di Siena, come Francesco Clemente (Palio Agosto 2012) con un fatturato di 590 mila dollari, al 248esimo posto. Seguono un poverista come Giuseppe Penone (558 mila), un informale come Marcello Lo Giudice (479 mila), un concettuale come Salvo (scomparso l’anno scorso) con 477 mila dollari fatturati. Dopo troviamo due transavanguardisti come Nicola de Maria (436 mila) e Sandro Chia (401 mila), artista molto legato a Siena, sia per il Palio di agosto 1994, dedicato al congresso eucaristico nazionale svoltosi a Siena, sia perché ha scelto Montalcino, e il Castello del Romitorio, come sede fissa per il suo laboratorio artistico.

Sandro Chia Attesa 2013
Sandro Chia, Attesa (2013)

Resiste al 392esimo posto Gino De Dominicis (334 mila), centra il 422esimo Luca Pignatelli (312 mila) il cui lavoro, al pari di Stingel, va dalla figurazione all’astrazione. Unica donna italiana in classifica è Paola Pivi al 411esimo posto con 319 mila dollari fatturati per 5 lotti venduti e un record di 227 mila per singola opera.

paola pivi One cup of cappuccino then I go 2007
Paola Pivi, One cup of cappuccino then I go (2007)

 

GOMMONI ARANCIONI SUI MURI DEL PALAZZO – di Fausto Jannaccone

Gomma.

Arancione, tronfia e luminosa si erge tra noi e l’Arte non degenerata e rassicurante, l’Arte Classica, la classica arte: un affronto insolente al nostro amor patrio, alla nostra fede nella cultura pura e nobile storia.

Può questo barbaro d’oriente permettersi un sì volgare gesto mirato a niente altro che far scalpore, quindi pubblicità -tutto ciò inoltre lucrando senza ritegno sulla tragedia contemporanea dei migranti- ed infine profitto? Sì. Lo ha già fatto, e non è la prima volta.

Potremmo adesso aprire un vaso di Pandora ed impantanarci nell’analisi dell’arte con fini lucrativi, in particolar modo nel vasto, confuso e variopinto purgatorio del contemporaneo. Ma non è questo l’articolo che state leggendo.

Se riuscissimo, però, a rompere il colorato guscio di Palazzo Strozzi ci addentreremmo a conoscere “Libero” e ciò che può raccontarci dell’autore e della sua storia, formativa e formante. Infatti Ai Weiwei in parte si è formato attraverso il percorso e le scelte fatte nel tempo; in parte, al contrario, è stato formato da una storia di cui era oggetto e non più soggetto. Di questa seconda parte è stata soggetto la Repubblica Sociale Cineseaiw

La narrazione comincia con il padre Ai Qing, e con le particolari attenzioni che il governo riserva a lui come a molti altri cinesi in quegli anni: questo non può non influire in maniera determinante nel primo imprinting di Ai Weiwei, costretto ad un’infanzia condizionata al limite del “soffocamento”. Qui il padre assurge ad esempio quotidiano ed indelebile, umiliato dal governo ma fiero e fermo nelle proprie convinzioni, e quindi “Libero” già lui. Seguendo poi le orme paterne sarà l’artista a sua volta, adulto, a provare sulla propria pelle le “cure” governative.

Tutta la sua opera si genera da questo binomio conflittuale quanto imprescindibile: i soprusi, le ingiustizie ed angherie del potere contro l’innocente sofferenza, i dolori e le ferite dei deboli, degli oltraggiati, degli ultimi. E per loro -tra loro- si pone l’autore stesso, forse non ultimo o debole ma certamente vittima ed oltraggiato. Ecco quindi i lavori sulla prigionia e l’ostentazione delle “macerie” dei suoi mondi non conformi e quindi eliminati.

Adesso probabilmente iniziamo a trovarci meglio disposti a digerire  la “sconveniente” maschera di gomma del Palazzo di Filippo Strozzi.

Ma nemmeno l’antologica fiorentina dell’artista cinese è il vero oggetto del nostro disquisire: lo è invece proprio lo spazio che intercorre tra la gomma arancione e l’arenaria che compone l’edificio; quindi lo “spazio metafisico” che avvolge e compenetra l’edificio stesso e chi ne anima le stanze, le strade circostanti, la città ospite: fruitori della mostra, passanti, critici entusiasti e feroci detrattori della mostra, tutti sono costretti a respirar quest’aria viziata.

Questa fragranza si compone di una marcata e sostanziale base di patrimonio artistico-culturale, nota caratteristica di città come Firenze e tanta parte dello stivale; a questa si aggiunge un pizzico di trasgressione, quella “spezia esotica” che è l’arte contemporanea. Ne scaturisce un ricco bouquet, un aroma nuovo e che sempre più incontra il gusto del moderno cosmopolitismo urbano.
E’ infatti tendenza sempre più diffusa nei centri culturali del mondo ed adesso anche nazionali di mescolare e sovrapporre i più disparati ordini, periodi, tecniche e categorie artistiche: sarà sempre più probabile imbattersi in sale di gallerie e musei che espongono alle pareti tele di artisti contemporanei a far da contorno a sculture di epoca classica, o viceversa capolavori dell’arte figurativa affacciarsi su installazioni degli ultimi anni.

Gnam, Roma (da Repubblica.it)
Gnam, Roma (da Repubblica.it)

Naturalmente è auspicabile che una strada come questa si percorra con la massima attenzione, tatto e cautela, magari dosando la “contaminazione“: ciò non di meno il dialogo tra epoche e stili non può che esser la chiave di (s)volta, soprattutto in una realtà come quella italiana, così unicamente ricca di patrimonio, per poter proseguire un percorso di crescita, evoluzione ed aggiornamento del panorama culturale.

Ecco dunque un orribile gommone farsi contraltare e sparring partner al contempo della porta di Ghiberti, del campanile di Giotto, della cupola del Brunelleschi e del David. Una moderna disputa il cui vincitore sarà sempre e comunque il dibattito culturale, e quindi entrambi le due parti ne usciranno rinnovate di attenzione ed interesse.
Firenze negli ultimi anni si è posta a capofila di questo modus operandi, popolando le sue celebri piazze e monumenti con opere di Koons o Fabre, ad esempio, e così non può che fare anche Siena.

meireles
Cildo Meireles, Orte de’ Pecci, Siena (2003)

Forse il sorriso di Clet non aveva quello spessore artistico capace di farne un vero veicolo di rinnovamento e stimolo, per fertilizzare l’humus culturale locale, ma non riesco a condannarlo in toto come tentativo: bisogna solamente farlo meglio. La Cracking Art altrettanto poteva non esser un’idea eccezionale e certamente non nuova; poteva inevitabilmente soccombere messa a confronto con le bellezze cui veniva accostata, ma se non altro suscitava pulsioni -fossero anche di sdegno- e proprio nello stesso suscitare aveva già messo a segno il suo punto.
La Scala di Cildo Meireles o la Goccia di Tony Cragg…. ecco lì sì che c’eravamo davvero. E se a qualcuno la “pera” non piace pazienza: insistere, spiegare, educare, proseguire e crescere. Un’opportunità come quella rappresentata dal rimpianto Centro delle Papesse temo non si presenterà più da queste parti, ma il ritorno verso una strada che affianchi alle nostre meraviglie il vivace fermento di cui l’arte contemporanea riesce a farsi portatrice è assolutamente alla nostra portata. Individualità di assoluto rispetto e dalle grandi capacità stanno già facendo cose egregie: mi viene in mente la Galleria Fuori Campo, protagonista a livello internazionale e puntualmente propositiva sul territorio. Oppure la meravigliosa novità del Museo d’Inverno curata da due artisti autoctoni ma di respiro ben più ampio come Eugenia Vanni e Francesco Carone. E poi le mostre al Tubo, il Caveau di Serena Fineschi, gli articoli di Giulia Maestrini, il seminascosto ma davvero eccellente Siena Art Institute.

In fin dei conti a guardar bene il panorama non è così poi desolante: adesso sta alla città partecipare e promuovere ciò che nuovamente riporti Siena da città museo ad esser crocevia e tappa obbligatoria della “mappa culturale mondiale”.

IN VIAGGIO CON “MADRE” – di Francesca Rosini

11100088_10205249481570718_4392099542227504643_nMADRE nasce a Torino nel Novembre 2014 in occasione della rassegna artistica Paratissima 10 e riunisce tredici giovani creativi provenienti da diverse realtà.

Dal Guatemala alla Francia fino all’Argentina, dalla Sicilia al Lazio fino al Piemonte passando dalla Campania: percorsi estremamente differenti ma accomunati da un condiviso bisogno di esprimere e raccontare se stessi, la propria formazione e provenienza, attraverso opere pittoriche, fotografiche e installazioni video. Continua a leggere IN VIAGGIO CON “MADRE” – di Francesca Rosini

DE PAPESSAE – Piccolo discorso sopra a Siena e la contemporanea – di Fausto Jannaccone

Avete presente quando adulti, lontani ed ormai dimentichi degli anni d’oro dell’infanzia, ricevete una notizia che riapre una vecchia ferita? Una cicatrice spesso dolce, quella del ricordo di ciò che era ed ora non è più, e che più non potrà essere…  Come quando, mentre fate colazione al bar e sfogliate il giornale, prima di andare al lavoro, vi dicono “ti ricordi il campetto dove andavamo a giocare a pallone da piccoli? Ma lo sai è venuto giù il vecchio muro dove facevamo la porta?” Quel muro certo non ti serve più, ma la notizia la ricevi come un colpo duro… Ecco, quando qualche giorno fa ho letto che la Banca d’Italia ha messo all’asta “Le Papesse” è stato grosso modo così (in realtà è i vendita da due anni ndr).

ÑDa oramai 5 anni quel palazzo Piccolomini non è più quell’angolino di follia dove a qualcuno di noi piaceva nascondersi ogni tanto e concedersi un’immersione in un’altra dimensione; non troverete più in via di Città quella tana del Bianconiglio per poter momentaneamente “fuggire da Duccio, Ambrogio e Simone”, per poi potervici ritornare ed apprezzarne l’opera con un nuovo punto di vista, nuova capacità critica, ed interpretativa.

Sentirne riparlare è come un soffio che spazza via la polvere; risolleva un argomento su cui eri riuscito a stendere un velo, ed a non pensare più con acuto dispiacere, ma solamente con leggera amarezza, quella cui i tempi moderni ci stanno ormai abituando ad avere sempre, come retrogusto di ogni pasto.

L’affaire Siena-arte contemporanea è un’annosa questione, delle più farraginose: in questa gara quotidiana a stilar classifiche delle priorità, in un momento critico quale quello che stiammo oggi attraversando, abbiamo visto dove sempre di più vada a finire la cultura (e qui soprassediamo, altrimenti apriremmo un vaso di Pandora); inoltre, in un posto come l’Italia, ed ancor maggiormente Siena, sappiamo da che parte si preferisca propendere nel dualismo classico-contemporaneo. E sicuramente ognuna delle parti in causa ha le sue più valide e fondate motivazioni ed argomenti a sostegno. Per come la vedo io la soluzione migliore sarebbe una convivenza da cui non potrebbero che trarre giovamento tutti: il contemporaneo non andrebbe ad opporsi od ostacolare l’arte classica di cui Siena è straripante, bensì le darebbe nuova linfa, un altro termine di paragone, una rinnovata attualità.

Ma torniamo alle Papesse; già che la “ferita” è riaperta riparliamone, e lo farò andando a chiederne un’opinione a quelli che dal Centro ci sono passati, chiedendo loro cosa significasse per Siena un centro d’arte contemporanea, se l’esperienza sia esaurita o altrimenti, se sia un punto da cui ripartire o un errore da cui trarre insegnamento: partiremo dall’alto, ovvero dall’ultima persona che ha diretto il Centro, passando per chi vi lavorava quotidianamente, per arrivare a chi non ne era altro che visitatore.

“Per Siena il Palazzo delle Papesse rappresentava una sorta di polizza assicurativa, la garanzia che la città aveva anticorpi propri contro le forze che cercavano di trasformarla (riuscendoci, purtroppo) in Sienaland, in città cartolina, in meta esclusivamente turistica, proiettata soltanto verso il passato”. A parlare è  Marco Pierini, ultimo timoniere delle furono Papesse e poi di SMS “In appena dieci anni Siena ha proposto una ricognizione sul contemporaneo che pochissime altre città italiane sono state in grado di offrire, attraverso il lavoro di artisti di assoluta rinomanza come Barbara Kruger, Jenny Holzer, Jaume Plensa, Gordon Matta-Clark e Francesca Woodman o in fase di decollo come Emily Jacir (Leone d’Oro alla Biennale nel 2007, pochi mesi dopo esser passata alle Papesse) Carlos Garaicoa, Sergio Prego. Ma le Papesse erano anche uno straordinario centro di formazione e di specializzazione per giovani artisti e curatori (quanti hanno mosso i loro primi passi nelle sale del palazzo e oggi si ritrovano a dirigere musei importanti in Italia e all’estero, a partecipare alle rassegne più prestigiose, a insegnare nelle università!), ed è stato laboratorio per nuove imprese culturali, come Radio Papesse, attiva ininterrottamente dal 2006 e che assieme ad altre associazioni e piccole imprese si è aggiudicata un mese fa il primo premio della fondazione Accenture, il premio più consistente – un milione di euro – mai assegnato in Italia a un progetto culturale”

Ñ<Il Centro d’Arte Contemporanea Palazzo delle Papesse per una decina d’anni ha proiettato pienamente la città al centro della ricerca e avanguardia internazionali nel contemporaneo.Poi è cambiato in uno stanco ma di qualità SMS contemporanea,ottimo contenitore di mostre ma privo di quella verve a volte un pò underground delle Papesse.> Luisa prende invece in prestito queste parole, che ben rappresentano il suo pensiero, e poi continua “Siena ha perso una delle strutture più magiche e importanti che la città sia mai riuscita a creare:all’interno del Palazzo si è sempre respirata un’aria nuova,giovane,viva. Le opere che hanno abitato quel meraviglioso Centro d’Arte sono state elementi di importanza internazionale e nonostante tutto questo sono riusciti a cancellare, spazzare via, quello che per me è stata la grandezza e la forza del Centro: il connubio meraviglioso tra il Palazzo antico e l’arte contemporanea che lo riempiva. La ragione e l’orgoglio per cui sarebbe diventato il vanto e l’ambizione di una città che doveva guardare al futuro, e soprattutto ai suoi giovani. Per me certo sarebbe comunque importante ritrovare uno spazio dedicato al contemporaneo ma vivrà sempre in me la convinzione e il rammarico che qualcuno abbia voluto sopprimere quel luogo incantato solo per biechi ed inetti scopi politici.”

Per Duccio e Michela, come per Luisa, il centro era il posto del quotidiano lavoro, e quando ho chiesto loro un pensiero su quell’esperienza hanno scelto di raccontarmi una storiella: “Qualche tempo fa la città di Siena si destò dal suo storico torpore grazie alPalazzo delle Papesse, che come un interruttore accese di una luce tutta nuova suoi vecchi fasti medievali. Fu così che in breve tempo la città, rivestita a festa e orgogliosa di sé, si presentò all’Europa contemporanea e al mondo intero, facendo sfoggio dei suoi giovani panni. Poco tempo fa un’ignobile mano ha  spento quello stesso interruttore e dunque la speranza, rimettendo la città a dormire. Oggi  qualcuno ha chiesto a Siena d’imbellettarsi per la candidatura a ‘Capitale europea della Cultura’; lei è corsa ad aprire il suo armadio ma dentroha trovato solo e ancora la vecchia polvere.”

L’ultimo parere è quello di Mattia, che come me alle Papesse ci passava solamente, come affezionato visitatore, ma che di quello spazio si sente adesso orfano “Il Palazzo delle Papesse aveva l’aria di un giovane e titolato precario, che tentava di farsi largo fra i mostri sacri della cultura che lo avevano preceduto. Ma non ci è riuscito, per la loro avidità. Cambiamento non significa sostituzione. Cambiamento è vita.”

Per queste opinioni, come già detto, sono andato ad attingere ad una sfera prossima ed affine al mondo dell’arte, e soprattutto della contemporanea; se altrimenti andassimo a giro per le antiche strade del centro storico, chiedendo ai senesi in giro per i negozi o ai commerciani stessi, il panorama risultante sarebbe assolutamente molto più variegato, per la distanza e l’eterogeneità delle posizioni. Per molti la contemporanea a Siena è un qualcosa in più, di assolutamente non necessario, se non addirittura di troppo. La mia paura è che spesso le opinioni di alcuni sian figlie di ignoranza, ovviamente non in senso lato quanto nello specifico di certi argomenti, magari non ben conosciuti proprio anche per disinteresse verso gli stessi; e questo porta ad errate concezioni preconcette o indotte da altri; ma assolutamente non mi permetto di condannare una posizione piuttosto che un’altra. Sono invece convinto che il dibattito possa essere riaperto e che capitali culturali del 2019 o meno la cultura, tutta!, non possa che essere un punto, anzi Il Punto da cui ripartire, come città prima, e nazione poi.

Non può essere altrimenti.