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GOMMONI ARANCIONI SUI MURI DEL PALAZZO – di Fausto Jannaccone

Gomma.

Arancione, tronfia e luminosa si erge tra noi e l’Arte non degenerata e rassicurante, l’Arte Classica, la classica arte: un affronto insolente al nostro amor patrio, alla nostra fede nella cultura pura e nobile storia.

Può questo barbaro d’oriente permettersi un sì volgare gesto mirato a niente altro che far scalpore, quindi pubblicità -tutto ciò inoltre lucrando senza ritegno sulla tragedia contemporanea dei migranti- ed infine profitto? Sì. Lo ha già fatto, e non è la prima volta.

Potremmo adesso aprire un vaso di Pandora ed impantanarci nell’analisi dell’arte con fini lucrativi, in particolar modo nel vasto, confuso e variopinto purgatorio del contemporaneo. Ma non è questo l’articolo che state leggendo.

Se riuscissimo, però, a rompere il colorato guscio di Palazzo Strozzi ci addentreremmo a conoscere “Libero” e ciò che può raccontarci dell’autore e della sua storia, formativa e formante. Infatti Ai Weiwei in parte si è formato attraverso il percorso e le scelte fatte nel tempo; in parte, al contrario, è stato formato da una storia di cui era oggetto e non più soggetto. Di questa seconda parte è stata soggetto la Repubblica Sociale Cineseaiw

La narrazione comincia con il padre Ai Qing, e con le particolari attenzioni che il governo riserva a lui come a molti altri cinesi in quegli anni: questo non può non influire in maniera determinante nel primo imprinting di Ai Weiwei, costretto ad un’infanzia condizionata al limite del “soffocamento”. Qui il padre assurge ad esempio quotidiano ed indelebile, umiliato dal governo ma fiero e fermo nelle proprie convinzioni, e quindi “Libero” già lui. Seguendo poi le orme paterne sarà l’artista a sua volta, adulto, a provare sulla propria pelle le “cure” governative.

Tutta la sua opera si genera da questo binomio conflittuale quanto imprescindibile: i soprusi, le ingiustizie ed angherie del potere contro l’innocente sofferenza, i dolori e le ferite dei deboli, degli oltraggiati, degli ultimi. E per loro -tra loro- si pone l’autore stesso, forse non ultimo o debole ma certamente vittima ed oltraggiato. Ecco quindi i lavori sulla prigionia e l’ostentazione delle “macerie” dei suoi mondi non conformi e quindi eliminati.

Adesso probabilmente iniziamo a trovarci meglio disposti a digerire  la “sconveniente” maschera di gomma del Palazzo di Filippo Strozzi.

Ma nemmeno l’antologica fiorentina dell’artista cinese è il vero oggetto del nostro disquisire: lo è invece proprio lo spazio che intercorre tra la gomma arancione e l’arenaria che compone l’edificio; quindi lo “spazio metafisico” che avvolge e compenetra l’edificio stesso e chi ne anima le stanze, le strade circostanti, la città ospite: fruitori della mostra, passanti, critici entusiasti e feroci detrattori della mostra, tutti sono costretti a respirar quest’aria viziata.

Questa fragranza si compone di una marcata e sostanziale base di patrimonio artistico-culturale, nota caratteristica di città come Firenze e tanta parte dello stivale; a questa si aggiunge un pizzico di trasgressione, quella “spezia esotica” che è l’arte contemporanea. Ne scaturisce un ricco bouquet, un aroma nuovo e che sempre più incontra il gusto del moderno cosmopolitismo urbano.
E’ infatti tendenza sempre più diffusa nei centri culturali del mondo ed adesso anche nazionali di mescolare e sovrapporre i più disparati ordini, periodi, tecniche e categorie artistiche: sarà sempre più probabile imbattersi in sale di gallerie e musei che espongono alle pareti tele di artisti contemporanei a far da contorno a sculture di epoca classica, o viceversa capolavori dell’arte figurativa affacciarsi su installazioni degli ultimi anni.

Gnam, Roma (da Repubblica.it)
Gnam, Roma (da Repubblica.it)

Naturalmente è auspicabile che una strada come questa si percorra con la massima attenzione, tatto e cautela, magari dosando la “contaminazione“: ciò non di meno il dialogo tra epoche e stili non può che esser la chiave di (s)volta, soprattutto in una realtà come quella italiana, così unicamente ricca di patrimonio, per poter proseguire un percorso di crescita, evoluzione ed aggiornamento del panorama culturale.

Ecco dunque un orribile gommone farsi contraltare e sparring partner al contempo della porta di Ghiberti, del campanile di Giotto, della cupola del Brunelleschi e del David. Una moderna disputa il cui vincitore sarà sempre e comunque il dibattito culturale, e quindi entrambi le due parti ne usciranno rinnovate di attenzione ed interesse.
Firenze negli ultimi anni si è posta a capofila di questo modus operandi, popolando le sue celebri piazze e monumenti con opere di Koons o Fabre, ad esempio, e così non può che fare anche Siena.

meireles
Cildo Meireles, Orte de’ Pecci, Siena (2003)

Forse il sorriso di Clet non aveva quello spessore artistico capace di farne un vero veicolo di rinnovamento e stimolo, per fertilizzare l’humus culturale locale, ma non riesco a condannarlo in toto come tentativo: bisogna solamente farlo meglio. La Cracking Art altrettanto poteva non esser un’idea eccezionale e certamente non nuova; poteva inevitabilmente soccombere messa a confronto con le bellezze cui veniva accostata, ma se non altro suscitava pulsioni -fossero anche di sdegno- e proprio nello stesso suscitare aveva già messo a segno il suo punto.
La Scala di Cildo Meireles o la Goccia di Tony Cragg…. ecco lì sì che c’eravamo davvero. E se a qualcuno la “pera” non piace pazienza: insistere, spiegare, educare, proseguire e crescere. Un’opportunità come quella rappresentata dal rimpianto Centro delle Papesse temo non si presenterà più da queste parti, ma il ritorno verso una strada che affianchi alle nostre meraviglie il vivace fermento di cui l’arte contemporanea riesce a farsi portatrice è assolutamente alla nostra portata. Individualità di assoluto rispetto e dalle grandi capacità stanno già facendo cose egregie: mi viene in mente la Galleria Fuori Campo, protagonista a livello internazionale e puntualmente propositiva sul territorio. Oppure la meravigliosa novità del Museo d’Inverno curata da due artisti autoctoni ma di respiro ben più ampio come Eugenia Vanni e Francesco Carone. E poi le mostre al Tubo, il Caveau di Serena Fineschi, gli articoli di Giulia Maestrini, il seminascosto ma davvero eccellente Siena Art Institute.

In fin dei conti a guardar bene il panorama non è così poi desolante: adesso sta alla città partecipare e promuovere ciò che nuovamente riporti Siena da città museo ad esser crocevia e tappa obbligatoria della “mappa culturale mondiale”.

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DE PAPESSAE – Piccolo discorso sopra a Siena e la contemporanea – di Fausto Jannaccone

Avete presente quando adulti, lontani ed ormai dimentichi degli anni d’oro dell’infanzia, ricevete una notizia che riapre una vecchia ferita? Una cicatrice spesso dolce, quella del ricordo di ciò che era ed ora non è più, e che più non potrà essere…  Come quando, mentre fate colazione al bar e sfogliate il giornale, prima di andare al lavoro, vi dicono “ti ricordi il campetto dove andavamo a giocare a pallone da piccoli? Ma lo sai è venuto giù il vecchio muro dove facevamo la porta?” Quel muro certo non ti serve più, ma la notizia la ricevi come un colpo duro… Ecco, quando qualche giorno fa ho letto che la Banca d’Italia ha messo all’asta “Le Papesse” è stato grosso modo così (in realtà è i vendita da due anni ndr).

ÑDa oramai 5 anni quel palazzo Piccolomini non è più quell’angolino di follia dove a qualcuno di noi piaceva nascondersi ogni tanto e concedersi un’immersione in un’altra dimensione; non troverete più in via di Città quella tana del Bianconiglio per poter momentaneamente “fuggire da Duccio, Ambrogio e Simone”, per poi potervici ritornare ed apprezzarne l’opera con un nuovo punto di vista, nuova capacità critica, ed interpretativa.

Sentirne riparlare è come un soffio che spazza via la polvere; risolleva un argomento su cui eri riuscito a stendere un velo, ed a non pensare più con acuto dispiacere, ma solamente con leggera amarezza, quella cui i tempi moderni ci stanno ormai abituando ad avere sempre, come retrogusto di ogni pasto.

L’affaire Siena-arte contemporanea è un’annosa questione, delle più farraginose: in questa gara quotidiana a stilar classifiche delle priorità, in un momento critico quale quello che stiammo oggi attraversando, abbiamo visto dove sempre di più vada a finire la cultura (e qui soprassediamo, altrimenti apriremmo un vaso di Pandora); inoltre, in un posto come l’Italia, ed ancor maggiormente Siena, sappiamo da che parte si preferisca propendere nel dualismo classico-contemporaneo. E sicuramente ognuna delle parti in causa ha le sue più valide e fondate motivazioni ed argomenti a sostegno. Per come la vedo io la soluzione migliore sarebbe una convivenza da cui non potrebbero che trarre giovamento tutti: il contemporaneo non andrebbe ad opporsi od ostacolare l’arte classica di cui Siena è straripante, bensì le darebbe nuova linfa, un altro termine di paragone, una rinnovata attualità.

Ma torniamo alle Papesse; già che la “ferita” è riaperta riparliamone, e lo farò andando a chiederne un’opinione a quelli che dal Centro ci sono passati, chiedendo loro cosa significasse per Siena un centro d’arte contemporanea, se l’esperienza sia esaurita o altrimenti, se sia un punto da cui ripartire o un errore da cui trarre insegnamento: partiremo dall’alto, ovvero dall’ultima persona che ha diretto il Centro, passando per chi vi lavorava quotidianamente, per arrivare a chi non ne era altro che visitatore.

“Per Siena il Palazzo delle Papesse rappresentava una sorta di polizza assicurativa, la garanzia che la città aveva anticorpi propri contro le forze che cercavano di trasformarla (riuscendoci, purtroppo) in Sienaland, in città cartolina, in meta esclusivamente turistica, proiettata soltanto verso il passato”. A parlare è  Marco Pierini, ultimo timoniere delle furono Papesse e poi di SMS “In appena dieci anni Siena ha proposto una ricognizione sul contemporaneo che pochissime altre città italiane sono state in grado di offrire, attraverso il lavoro di artisti di assoluta rinomanza come Barbara Kruger, Jenny Holzer, Jaume Plensa, Gordon Matta-Clark e Francesca Woodman o in fase di decollo come Emily Jacir (Leone d’Oro alla Biennale nel 2007, pochi mesi dopo esser passata alle Papesse) Carlos Garaicoa, Sergio Prego. Ma le Papesse erano anche uno straordinario centro di formazione e di specializzazione per giovani artisti e curatori (quanti hanno mosso i loro primi passi nelle sale del palazzo e oggi si ritrovano a dirigere musei importanti in Italia e all’estero, a partecipare alle rassegne più prestigiose, a insegnare nelle università!), ed è stato laboratorio per nuove imprese culturali, come Radio Papesse, attiva ininterrottamente dal 2006 e che assieme ad altre associazioni e piccole imprese si è aggiudicata un mese fa il primo premio della fondazione Accenture, il premio più consistente – un milione di euro – mai assegnato in Italia a un progetto culturale”

Ñ<Il Centro d’Arte Contemporanea Palazzo delle Papesse per una decina d’anni ha proiettato pienamente la città al centro della ricerca e avanguardia internazionali nel contemporaneo.Poi è cambiato in uno stanco ma di qualità SMS contemporanea,ottimo contenitore di mostre ma privo di quella verve a volte un pò underground delle Papesse.> Luisa prende invece in prestito queste parole, che ben rappresentano il suo pensiero, e poi continua “Siena ha perso una delle strutture più magiche e importanti che la città sia mai riuscita a creare:all’interno del Palazzo si è sempre respirata un’aria nuova,giovane,viva. Le opere che hanno abitato quel meraviglioso Centro d’Arte sono state elementi di importanza internazionale e nonostante tutto questo sono riusciti a cancellare, spazzare via, quello che per me è stata la grandezza e la forza del Centro: il connubio meraviglioso tra il Palazzo antico e l’arte contemporanea che lo riempiva. La ragione e l’orgoglio per cui sarebbe diventato il vanto e l’ambizione di una città che doveva guardare al futuro, e soprattutto ai suoi giovani. Per me certo sarebbe comunque importante ritrovare uno spazio dedicato al contemporaneo ma vivrà sempre in me la convinzione e il rammarico che qualcuno abbia voluto sopprimere quel luogo incantato solo per biechi ed inetti scopi politici.”

Per Duccio e Michela, come per Luisa, il centro era il posto del quotidiano lavoro, e quando ho chiesto loro un pensiero su quell’esperienza hanno scelto di raccontarmi una storiella: “Qualche tempo fa la città di Siena si destò dal suo storico torpore grazie alPalazzo delle Papesse, che come un interruttore accese di una luce tutta nuova suoi vecchi fasti medievali. Fu così che in breve tempo la città, rivestita a festa e orgogliosa di sé, si presentò all’Europa contemporanea e al mondo intero, facendo sfoggio dei suoi giovani panni. Poco tempo fa un’ignobile mano ha  spento quello stesso interruttore e dunque la speranza, rimettendo la città a dormire. Oggi  qualcuno ha chiesto a Siena d’imbellettarsi per la candidatura a ‘Capitale europea della Cultura’; lei è corsa ad aprire il suo armadio ma dentroha trovato solo e ancora la vecchia polvere.”

L’ultimo parere è quello di Mattia, che come me alle Papesse ci passava solamente, come affezionato visitatore, ma che di quello spazio si sente adesso orfano “Il Palazzo delle Papesse aveva l’aria di un giovane e titolato precario, che tentava di farsi largo fra i mostri sacri della cultura che lo avevano preceduto. Ma non ci è riuscito, per la loro avidità. Cambiamento non significa sostituzione. Cambiamento è vita.”

Per queste opinioni, come già detto, sono andato ad attingere ad una sfera prossima ed affine al mondo dell’arte, e soprattutto della contemporanea; se altrimenti andassimo a giro per le antiche strade del centro storico, chiedendo ai senesi in giro per i negozi o ai commerciani stessi, il panorama risultante sarebbe assolutamente molto più variegato, per la distanza e l’eterogeneità delle posizioni. Per molti la contemporanea a Siena è un qualcosa in più, di assolutamente non necessario, se non addirittura di troppo. La mia paura è che spesso le opinioni di alcuni sian figlie di ignoranza, ovviamente non in senso lato quanto nello specifico di certi argomenti, magari non ben conosciuti proprio anche per disinteresse verso gli stessi; e questo porta ad errate concezioni preconcette o indotte da altri; ma assolutamente non mi permetto di condannare una posizione piuttosto che un’altra. Sono invece convinto che il dibattito possa essere riaperto e che capitali culturali del 2019 o meno la cultura, tutta!, non possa che essere un punto, anzi Il Punto da cui ripartire, come città prima, e nazione poi.

Non può essere altrimenti.