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GLI INTERESSI EUROPEI NELL’ERA DI TRUMP – di Filippo Secciani

Lo abbiamo capito fin dall’inizio. Trump non doveva fare il presidente. Almeno questa era la ferma posizione della corrente liberal, statunitense e mondiale. Giornalisti, intellettuali, attori, sportivi, semplici cittadini si sono arruolati in unico movimento per combattere il mostro dai capelli arancioni e mobilitarsi in sostegno della “democratica” Hillary Clinton. Se per un elettore americano è legittimo impegnarsi politicamente per il candidato da cui maggiormente si sente rappresentato, ci risulta sinceramente di difficile comprensione la mobilitazione aprioristica di una certa intellighenzia italiana (ed europea), da sempre incensante di se stessa e della propria superiorità morale, verso una candidata che ha ben poco a cuore “gli interessi europei”. Si perché alla fine dovrebbe ridursi tutto a questo… Valutare quale sia il presidente maggiormente conveniente per noi, che abbiamo scritto sul passaporto Italia ed Unione Europea. Allora avremmo dovuto ripensare al ruolo di Obama e Clinton nelle tragicomiche Primavere Arabe, nella caduta di Gheddafi e la conseguente guerra civile libica, alla crisi siriana, all’Ucraina, alle sanzioni contro l’Iran, PRISM e così via. Dal 2008 fino alle elezioni dell’8 novembre 2016. Ciò non vuol dire che Donald Trump fosse il candidato perfetto, anzi, o che in sella al suo bianco destriero giungerà per risollevare l’Europa e l’Italia. Basandoci però sulla sua campagna elettorale e sulle dichiarazioni fatte come presidente eletto, una buona parte di interessi economico/politici dei due blocchi occidentali sembrano coincidere e questo è tutto ciò che ci deve interessare.
– In primo luogo il rapporto con la Russia. Tralasciando le accuse a Putin di aver fatto vincere il tycoon, che lasciano il tempo che trovano, la cessazione delle sanzioni verso Mosca darebbe nuova linfa all’export italiano crollato in seguito al blocco economico (a luglio 2014, cioè a pochi mesi dallo scoppio della crisi di Crimea, l’Italia aveva una quota di mercato del 7,7%, ovvero era il quarto paese per export verso la Russia). A risentire maggiormente delle sanzioni sono state le aziende meccaniche, dell’alta moda e mezzi di trasporto, seguite da arredamento ed agroalimentare. La politica di distensione ed apertura verso Putin potrebbe inoltre garantire quella sensazione di normalizzazione e di stabilità che adesso manca in tutta la regione euroasiatica e baltica. Il tutto a beneficio dell’Europa stessa che vedrebbe tranquillizzarsi i suoi confini orientali con l’Ucraina e la Georgia.
– Parallelamente alla questione russa si sviluppa la questione della NATO. Sembra passata un’era geologica dal famoso reset del 2009 tra Clinton e Lavrov in favore di una nuova fase nei rapporti tra Usa e Russia quando la neopresidenza di Obama tese la mano a Medvedev per il riconoscimento di reciproche concessioni ed accordi, a seguito delle tensioni accumulatesi nei due mandati Bush. La luna di miele durò pochi anni; con la crisi ucraina i rapporti si sono andati deteriorando in fretta, tant’è che spesso si è parlato di nuova Guerra Fredda: la NATO si è ammassata ai confini russi, il programma missilistico ha ripreso vigore, le sanzioni pure ed il programma di adesione all’Alleanza Atlantica adesso vede coinvolti anche i paesi balcanici. Tutta questa situazione non fa che indebolire ancora di più l’Unione Europea e polarizzare lo scontro tra il blocco baltico e quello polacco contro il resto dei membri UE.trump1 In questo senso allora le affermazioni di Trump pur essendo delle mezze sparate, allo stesso tempo contengono un fondo di verità: l’Alleanza per come è strutturata adesso è “obsoleta” e le sue funzioni e gli scopi vanno rivisti perché oramai superati, infine il maggior carico finanziario per il suo mantenimento è sulle spalle del contribuente americano. Tutto ciò potrebbe contribuire ad una sua ristrutturazione e riqualificazione: probabilmente verso un ruolo di alleanza contro il terrorismo e di lotta al jihadismo, con una presenza americana più contenuta ed una maggiore assunzione di responsabilità europea.
– Stati Uniti ed Europa. Qui Trump sembra proseguire la linea dei precedenti presidenti: il timore verso un blocco unico europeo quale potenza economica egemone. Sebbene l’unione politica degli stati europei sia ben lontana dalla realizzazione, questo timore è rappresentato dalle recenti affermazioni a sostegno della Brexit “un grande successo” e soprattutto contro la Merkel rea di aver commesso “un errore catastrofico”. Una Germania forte è da sempre considerata un pericolo per gli Usa: prima per un asse economicomilitare con la Russia, adesso per una Germania leader in Europa, domani forse per un allineamento con la Cina. Da qui l’attacco alla Merkel su una issue che rischia di spaccare ancora di più l’Europa: la questione profughi e l’immigrazione clandestina. Ad un paventato isolazionismo da campagna elettorale (ma è bene ricordare che l’America isolazionista non lo sarà mai) al grido di America First, l’Europa dovrebbe rispondere altrettanto a voce alta con Europe First (come descritto nell’editoriale del 16 novembre di Le Monde e ripreso dalla Prof. Marinella Neri Gualdesi). In generale dovremmo aspettarci un pressing americano per un’Europa disunita e maggiormente debole.
– Il ruolo degli Stati Uniti in Medio Oriente. Trump ha ereditato un Medio Oriente profondamente fratturato ed allo sbando per iniziative americane completamente folli, dalle cui ceneri si sono sviluppati antichi antagonismi mai del tutto sopiti. In primo luogo quello tra Arabia Saudita ed Iran il cui confronto va oltre il conflitto geopolitico e sfocia nel settarismo religioso. Ma anche il neo ottomanesimo di Erdogan, il dinamismo delle piccole monarchie del Golfo che si inseriscono nelle questioni geopolitiche con la forza dei loro petrodollari, la rinascita sciita regionale, il nazionalismo di Netanyahu, il jihadismo imperante e come se non bastasse il tornaconto che hanno gli stati extra mediorientali e gli interessi economicofinanziari che vi ruotano attorno. Il presidente eletto ha speso parole dure contro Obama ed il suo presunto immobilismo nel combattere l’Isis, ma egli stesso ha avuto un ruolo piuttosto ambiguo nei riguardi della questione. Se da un lato prevede un disimpegno, dall’altro ha rilanciato il bisogno di inviare più uomini sul terreno per combattere lo Stato Islamico. Il suo totale impegno nei confronti di Israele e al sostegno delle sue politiche rischia di aggravare una situazione ormai fuori controllo. Per dovere di cronaca va ricordato che inizialmente Trump era arroccato su posizioni di non invadenza sulla questione israelo-palestinese, salvo poi pendere verso Tel Aviv a seguito di forti finanziamenti per la campagna. La decisione di ricusare il trattato con l’Iran salvo poi fare una mezza marcia indietro con l’avvicinarsi del momento del giuramento. Le parole spese nei confronti della comunità musulmana nel corso della campagna elettorale non contribuiscono a distendere gli animi. Resta il fatto che fare propostici per come Trump gestirà la questione del Medio Oriente risulta – al momento – molto difficile a causa proprio dei numerosi voltafaccia e dei cambi di strategia in corsa.
– Quali conclusioni trarre? Al pari della sua politica mediorientale definire quale visione delle relazioni internazionali adotterà Trump è altrettanto difficile.trump Ad ora l’unico leitmotiv nelle sue decisioni è la tutela dell’interesse del lavoratore americano, da qui il pugno duro con la Cina, l’ostracismo verso la ripresa dei negoziati TTIP con l’Europa e l’abolizione del TTP con l’area del Pacifico, dazi a importazioni e politica economica protezionista (in poche parole tutela di quell’elettorato che gli ha permesso la vittoria). In casa dovrà vedersela con popolazione, stampa, intellettuali ostili ed una società polarizzata – già dalla presidenza Obama per la verità; una maggioranza repubblicana alle Camere che non lo amano e lo hanno più volte dimostrato. Un’apparato militare e di intelligence contrario alla sua politica di avvicinamento alla Russia. Il settore industriale e finanziario, viceversa, si sono dimostrati positivi verso la sua presidenza (dopo gli allarmismi di un crollo del mercato in caso di una sua vittoria). Nonostante le boutade, anche di cattivo gusto, Trump non è un uomo solo al comando. L’apparato di governo americano è costituito da un intricato sistema di pesi e contrappesi che impediscono ad una parte di avere un eccessivo esercizio della forza su un altro organismo. Questo approccio vale anche per la figura del Presidente, il quale concentra nelle sue mani il monopolio dell’esercizio della forza solamente in momenti di crisi comprovata (come ha ricordato più volte Dario Fabbri di Limes), per cui dal momento in cui presterà giuramento dobbiamo sempre tenere a mente questo equilibrio e come ad esercitare il potere siano anche il Senato e la Camera dei Rappresentanti, insieme a quell’alveo di sigle che vanno a costituire l’universo della burocrazia americana. Come si inserisce in questo nuovo ordinamento mondiale l’Italia? Da una vittoria di Trump potrebbe trarne giovamento. Dalla fine delle sanzioni alla Russia potrebbe guadagnarci la nostra bilancia commerciale, dall’ipotetico “isolazionismo” trumpiano ed un maggiore dinamismo europeo l’Italia ne guadagnerebbe in influenza a Bruxelles (considerando la Brexit e l’ostilità verso Berlino da parte di Trump), inoltre una minore ingerenza americana nell’area mediterranea potrebbe permettere all’Italia di avere una maggiore mano libera ad esempio in Libia, dove finora si è accodata alle istanze di Washington per sostenere il governo Serraj che sembra non avere vita lunga. In generale un maggiore interesse Usa verso il Levante e soprattutto verso la Cina lascerebbe spazi di manovra verso il nostro naturale sbocco di interesse strategico: il Mediterraneo allargato. Tuttavia non dobbiamo scordare alcune cose fondamentali: l’America è una potenza egemone (anche se in declino) e come tale può spostare il baricentro del suo interesse verso altre regioni, ma non abbandonare del tutto le altre; un’Europa troppo forte ed unita è un pericolo per gli Stati Uniti; la minaccia del terrorismo è stato uno dei punti chiave della vittoria di Trump; il presidente è un nazionalista in termini generali, ciò significa che se le organizzazioni internazionali non sono più utili al sistema America, l’America ne può fare benissimo a meno, cui fa seguito la preferenza verso accordi bilaterali al posto di accordi internazionali. Infine si abbandona il concetto della responsability to protect, ma non si abbandona il concetto di intervento armato diretto, da adesso in poi si applica solamente dove siano messi in pericolo interessi diretti (economici più che politici) degli Stati Uniti. Ma il vero punto focale sarà solamente uno: quale Trump dobbiamo aspettarci, quello che agisce come nella campagna elettorale, oppure il Trump che opera come un presidente?

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AD OGNUNO IL PROPRIO NATALE: COME SOPRAVVIVERE ALL’IMPORT-EXPORT DELLE FESTIVITA’ – di Duccio Tripoli

In Cina il Natale non esiste, o esiste poco. Ai Cinesi del Natale non interessa affatto, o interessa poco. Come traduzione del termine, mancando completamente tutta la base culturale cristiana che contraddistingue i paesi occidentali, i cinesi hanno adottato un termine che suona ancora più generico e casuale di “Natale”. La parola in questione è 圣诞节 shèngdànjié, traducibile letteralmente con un qualcosa tipo “festa della nascita sacra”, ma riconosciuto in tutta la Cina come la festa più importante per i cugini occidentali.

duccio1aParlavo di quanto, giustamente a mio modo di vedere, ai cinesi non interessi il Natale; tuttavia, come sovente accade con l’import-export di festività, queste ultime vengono traslate in contesti a loro totalmente estranei, svuotate di significato e addobbate come mode passeggere o scuse per trascorrere una giornata diversamente dalla solita routine. In Cina, dove più o meno 50 anni fa un signore dalla fronte spaziosa lanciava la Grande Rivoluzione Culturale del Proletariato, il Natale è un altro giorno (oggettivamente ve ne sono già diversi) di shopping “matto e disperato”; una corsa ad accaparrarsi beni di consumo a prezzi ribassati per l’occasione, un venerdì nero vestito di rosso, un trionfo del capitalismo, di quello made in the USA. Salvo quei pochi puristi del Maoismo e ferventi comunisti e quella manciata di cristiani di etnia Han, la quasi totalità dei cinesi il 25 Dicembre si sveglia di buon ora per evitare le lunghe code nei negozi o attende la mezzanotte tra il 24 e il 25 per aprire ufficialmente la caccia all’acquisto dell’anno sul webbe o altrove.

Non scandalizzatevi più di tanto, anzi pensate a cosa avete fatto voi l’anno scorso in occasione del Capodanno Cinese – Festival di Primavera se preferite – o a cosa farete quest’anno. Se vi interessasse, sarà il 27 Gennaio e sarà, come ogni anno da tempo immemore, la festa più importante della Cina e di diversi altri paesi estremo-orientali. Parlando con cinesi di varia estrazione sociale e culturale, il Capodanno Cinese è la festa che più si può paragonare per importanza al nostro Natale. Inoltre, per gli amanti della geopolitica, il capodanno cinese risulta essere, ogni anno senza eccezioni da diverso tempo, la più grande migrazione umana del nostro pianeta. Come per il nostro Natale, è infatti buona tradizione in Cina tornare alla casa natia per celebrare le feste con la famiglia e i parenti più stretti, solo che in Cina nel giro di 3-4 giorni ben 450 milioni (quattrocentocinquanta milioni) di persone si muovono con treni, navi e aerei, causando uno stallo quasi totale del paese. Non scherzo, il paese si blocca, come un flipper d’annata che se agitato e malmenato troppo veementemente, va in tilt. In più, considerata la mole di tale migrazione, per giorni e giorni famiglie intere si danno il cambio per fare la fila dentro a stazioni affollatissime, consapevoli del fatto che acquisteranno un biglietto dal prezzo maggiorato e che non viaggeranno affatto comodi, visto che i treni stessi saranno letteralmente sommersi di persone. Per fornire un esempio spaventosamente pratico, vi basti pensare che la popolazione dell’Unione Europea, secondo i dati del Fondo Monetario Internazionale del 2013, era di 490 milioni di persone circa; è come se, durante il periodo natalizio, quasi tutti gli abitanti dell’Unione Europea si spostassero nel giro di 3 o 4 giorni per andare da qualche parte. Non male come scenario migratorio!

Cenni demografici a parte, è interessante valutare perché i cinesi abbiano importato, con valori sbagliati e nella maniera più consumistica possibile, il Natale, mentre ancora oggi in Occidente si sappia poco o niente del Capodanno Cinese o Festival di Primavera che si voglia. Ripeto, in Cina il Natale è solamente un pretesto per fare più shopping ma, specialmente nelle grandi città, si iniziano ad intravedere mastodontici alberi di natale, chilometri di lucine colorate e ghirlande innevate, che rappresentano in tutto e per tutto l’atmosfera natalizia che tanto piace a noi stranieri. I geniacci del marketing mi diranno che tutto serve a creare la cornice di festa che invoglia gli amici asiatici a spendere qualcosina in più alla maniera degli stranieri, oramai eletti ad esempio per diverse abitudini e modi di fare. Ribaltando però la questione sul piano storico e sociale, questo è un classico trend che più volte si è osservato nel lungo dipanarsi delle relazioni sino-occidentali. La presenza occidentale in estremo oriente, per quanto non troppo gradita specialmente agli inizi, vanta una storia nettamente più lunga di quella orientale in occidente; e anche le più disparate tradizioni venute da ovest, hanno avuto tempi di incubazione decisamente più lunghi per essere assimilate, accolte e imitate. Quest’ultimo termine, l’imitazione, è un altro fattore che gioca a favore dell’inclusione del natale tra le abitudini cinesi. Nella più recente storia moderna, se si pensa ad imitare, spesso si pensa ai cinesi. Detto proprio fra me e voi, pensando al termine “cinesata” si pensa sì ad un’imitazione, ma ad un’imitazione di scarsa qualità e visibilmente contraffatta. Preciso! Il Natale in Cina è proprio questo: un’imitazione contraffatta male, una ripresa esagerata con lucine e tanti ninnoli, senza alcun tipo di anima e valore. Ovviamente, anche in occidente si osserva ormai una deriva morale che sta portando il Natale ogni anno sempre di più nell’infinita spirale del consumismo sfrenato, ma (r)esistono tutt’oggi alcune eccezioni. Lungi da me l’approcciarmi al Natale in maniera spiritualmente bigotta, ma il Natale in Cina è forse un po’ troppo materiale e vuoto. Così, come mi è successo l’anno scorso, quando un’occidentale si ritrova a trascorrere le feste in Cina, tende a chiudersi tra un ristretto circolo di compatrioti europei con i quali passare le feste (o almeno un paio di pasti luculliani) come si deve. Allo stesso modo fanno i cinesi che si ritrovano a trascorrere il loro Festival di Primavera lontano da casa.

Nouvel an chinois 2015 - Paris 13e

Chissà, forse un giorno sentiremo scoppiare qualche petardo cinese o vedremo dragoni umani muoversi a festa per le vie di una città a cavallo tra Gennaio e Febbraio, anche al di fuori delle più note China Town mondiali. Personalmente non ci vedrei niente di male, nei limiti della decenza e del vivere comune, anche il Festival di Primavera è una festa che merita di essere vissuta e apprezzata. Nel frattempo, in attesa del Capodanno – quello occidentale – non mi resta che augurare a tutti i wunderlettori 圣诞节快乐 Shèngdànjié kuàilè, Buon Natale! 

MEGLIO UN CAFFE’ IN ITALIA O UN TE’ IN CINA? – di Duccio Tripoli

Meglio prendere un caffè in Italia con il proprio capo, oppure berci un tè in Cina?
Sarò buono per una volta, vi tolgo subito il dubbio; poi non sono mai stato un grande fan delle cacce al tesoro, così, non vi andasse più di leggere, soddisfate la vostra curiosità e chiudete il tutto.
Trovandosi nel Bel Paese, bersi un caffè con il capo, o qualunque altro superiore, è ben auspicabile, nonché un’occasione da prendere al volo. Anzi, oserei dire che un superiore che la mattina, appena arrivato in ufficio, esordisce con un “più tardi ci prendiamo un caffè”, mette subito la giornata sulla giusta onda. Certo, a quel punto starà a voi saperla cavalcare, ma se vi muovete bene potrebbe rivelarsi una delle onde più divertenti e entusiasmanti mai cavalcate che vi porta a riva sani e salvi e con diverse soddisfazioni.
Al contrario, quando entrando in ufficio la mattina, il tuo superiore cinese ti chiede “yihuier qing ni dao wo bangongshi hecha” (più tardi vieni nel mio ufficio a prendere un per favore), come si dice a Siena “sona a morto” e i guai potrebbero essere solo all’incipit. Infatti, quel 喝茶 hecha (prendere un tè) in Cina è univoco e, sebbene ci scapperà anche il tempo per bere effettivamente una tazza di buon tè, questo si rivelerà, o prima o dopo, solo un mero pretesto. Dopo aver sorriso e risposto affermativamente, il sorriso pian piano si chiude, le sopracciglia si avvicinano cambiando forma, e inizi immediatamente a pensare a cosa, nel mondo, possa aver fatto di tanto sbagliato. “Bere un tè” con un superiore in Cina, salvo le comunque numerose occasioni conviviali, è un sinonimo di “fare due chiacchiere a quattrocchi” e, nella stragrande maggioranza dei casi, la discussione non verterà né sulle vacanze appena trascorse e nemmeno sui preoccupanti livelli di smog di Pechino. Il tutto si trasformerà, in men che non si dica, in una ramanzina ufficiale, da godersi tutta d’un fiato dall’inizio alla fine, sorseggiando un bel bicchierone di pu’er di primissima scelta.
Perché tutta questa pantomima per una semplice ramanzina o appunto qualunque? Perché i cinesi non vi diranno mai le cose come stanno, direttamente e al primo colpo. Si sono, nel tempo, guadagnati il ruolo di imperatori indiscussi dei giri di parole, dei giri pesca, di maestri dei voli pindarici. Oltretutto, dire le cose come stanno, in faccia, all’interessato e in modo particolarmente diretto è considerato anche piuttosto maleducato. In Cina il problema si evita a più riprese o si postpone fino all’infinito. Solo quando questo diventa inevitabile e non più rimandabile, ci si arriva lemme lemme da più lati, un passettino alla volta. Capite bene che per un Italiano, specialmente se decentemente impulsivo come il sottoscritto, tutto ciò possa risultare snervante e, alle volte, frustrante. Sono abituato a far presente i problemi immediatamente, senza lasciare spazio alle interpretazioni e sono abituato a farlo nel modo più deciso e preciso possibile, naturalmente con educazione e verso il diretto interessato. Quante volte, in mezzo a discussioni di vario genere, mi sono ritrovato a esortare l’interlocutore a suon di “shuo ba!” (parla, dimmi!), per evitare di perdere il filo del discorso..e la pazienza.

Piccolo, ma calzante, esempio: a lezione quante volte capitano problemi di comprensione o divergenze su qualche contenuto? Ecco in Cina non capitano. Gli studenti capiscono sempre tutto alla prima e i professori non si spiegano mai male, ma sono sempre chiari e comprensibili. Bugia! Queste situazioni capitano a bizzeffe, ma il non capire un concetto è colpa o dello studente stupido e disattento, o dell’insegnante che non si esprime bene e, in entrambi i casi, qualcuno perderebbe la faccia; quindi, in pieno stile orientale, si aggira il problema e tanti saluti.
Un altro esempio, ancora più calzante e personale, potrebbe essere quella volta che, arrivando in ufficio una mattina come un’altra, la direttrice del dipartimento internazionale mi ha “invitato” a bere un tè nel suo ufficio. Mentre il cervello ha prodotto un tonico “occristo!”, la bocca ha subito rielaborato in un modesto “hao ba” (ok, con una bella pausa concessiva sulla o). Cosa era successo di così terrificante? Che tipo di piede (per non dire altro) avevo pestato? Mi rimanderanno a casa senza passare dal via? Massì, nulla di tutto ciò. Alcune sere prima, rientrando in casa ad orari non proprio “confuciani”, avevo fatto più confusione del necessario, destando dai suoi sogni della camera rossa il responsabile della sicurezza che, il mattino seguente, lungi dal rivolgersi al sottoscritto, aveva raccontato tutto ad un altro professore. Questo, per non venire a raccontare tutto “direttamente” a me, aveva lasciato il compito al suo superiore che, lavandosi anch’egli le mani, aveva riportato l’accaduto alla responsabile del dipartimento internazionale. Ora, siccome disturbare il capo danwei (unità di lavoro), il preside o addirittura il sindaco di Shanghai pareva un po’ troppo eccessivo, Lucy (nome inglese della direttrice) ha fortunatamente concluso la scalata al superiore convocandomi nel suo ufficio a bere un tè. Italians do it better, non sempre ma quasi. Sapendo di cosa si trattava e, non essendo affatto grave l’accaduto, ho ben dribblato il problema dopo aver montato un tradizionale catenaccio da presunto esperto di calcio e chiuso il tutto con un altro splendido cliche: bevuto il tè e ristabilita la calma, siamo andati a berci un ottimo caffè espresso offerto dal sottoscritto che ha ribaltato la situazione facendomi segnare un gol pazzesco in zona Cesarini. Alla fine dei salmi? Caffè Italiano batte tè Cinese 1 a 0. Fortuna che conosco i miei polli..14481797_10210037814969264_4662216656950992974_o

Nel caso, però, non vi fosse questa consapevolezza, vi do brevemente un paio di dritte tascabili per poterne cavare le gambe e portare a casa la pellaccia, senza perdere la faccia di nessuno. Tre semplici risposte da usare a piacimento, da sole o in combinazione per riprendere fiato, una volta messi davanti al problema.
1) 我对茶过敏 Wo dui cha guominsono allergico al tè. Difficile da credere, ma potrebbe sempre funzionare. Spiazzerete totalmente l’avversario che, in mancanza di una risposta pronta, potrebbe posticipare l’incontro dandovi del tempo per organizzare le idee.
2) 我听不懂 Wo ting bu dongNon ho capito. Qui si va sul grande classico, la frase più pronunciata da qualunque straniero che abbia mai messo piede nell’Impero Celeste. Usare, ripetere, riusare; fate questo fino allo sfinimento. Se l’interlocutore parla solo cinese mandarino, o beve il tè in solitaria, o avrete comunque il tempo di organizzare la vostra difesa finché non troverà un traduttore.
3) 我今天拉肚子 Wo jintan laduziOggi ho la diarrea. Anche qui un sempreverde delle scuse made in China, sempre a portata di mano come un asso nella manica. Nessuno fa domande e nessuno indaga mai più di tanto. Questo vi darà per certo un paio di giorni per riflettere e organizzare la battaglia, visto che comunque dovrete giocare in difesa.
Il loro sviare dal problema, il temere il confronto diretto e il non controbattere in maniera decisa, giocherà in questo caso a vostro favore e non dovreste andare oltre nella discussione. Tuttavia, dovrete organizzarvi bene, trovare un punto debole dell’avversario e su quello insistere a più riprese. Da sempre, quando si è in svantaggio, spesso del tempo in più fa comodo. Inoltre, studiando a fondo l’avversario e il campo di battaglia, potreste davvero uscirne a testa alta.

Questo però, quasi certamente lo sapranno anche loro; hanno creato sia Sun Tzu che la sua “Arte della Guerra”, e sono già diversi secoli che la leggono, la rileggono e la insegnano. Buona fortuna.

Adattarsi ad adattarsi – di Duccio Tripoli

L’Italia e la Cina sono, almeno in questa era storica, due tra i paesi geograficamente più lontani ma allo stesso tempo sentimentalmente molto simili. Basti pensare a quanto fitti e in continua espansione siano gli scambi commerciali e, soprattutto, culturali tra queste due realtà che, ad occhi non allenati, potrebbero sembrare incredibilmente diverse.

Semplificando al massimo è un po’ come se noi Italiani fossimo i Cinesi di Europa, molto pratici e mai troppo scoraggiati o demoralizzati nonostante tutto, e loro gli Italiani dell’Asia, molto orgogliosi e decisamente più rumorosi della media continentale. Entrambe le nostre lingue e culture hanno radici millenarie, anche se sotto questo punto di vista, i cugini orientali arrivano decisamente più lontani. Inoltre, sia da una parte che dall’altra, i due paesi hanno dato i natali ai più illustri personaggi ed inventori mondiali, padri di alcune tra le invenzioni più innovative della storia. Per di più, in entrambe le nazioni, ma per ragioni questa volta dissimili, si parlano moltissimi dialetti che, talvolta, divengono lingue propriamente dette, completamente indipendenti dalla lingua nazionale e dotate di un altissimo livello di autonomia. In Cina addirittura, alcuni dialetti adottano un sistema di scrittura completamente diverso dai caratteri cinesi.

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Siamo diversi, ma sotto molti punti di vista ci assomigliamo più di quanto pensiate, credetemi. Un paio di giorni fa, mentre sistemavo le mie cose nella camera assegnatami nel distretto putuo di Shanghai, ho notato come la spina del caricatore del mio iPhone, orgogliosamente acquistata in Italia, funzionava egregiamente nella presa cinese acquistata poco prima nel supermercato fuori dal campus. Non ci sta perfettamente, “ciotola” un po’ e alle volte va leggermente inclinata, ma ci funziona alla grande e non c’è bisogno di comprare alcun adattatore per le nostre spine. Non in Cina quantomeno.

Ora, prendete questo esempio come una simpatica storiella, lungi dal me il voler sminuire le comunque notevoli differenze che intercorrono tra il “noi” e il “loro”, ma noi Italiani siamo senza dubbio gli occidentali che più si avvicinano, o almeno tentano (e hanno tentato) di avvicinarsi alla straordinaria cultura dell’Impero Celeste. Pensate per esempio a quanto importanti risultino gli spaghetti nella nostra cultura e a quanto centrali siano i mian (la controparte cinese appunto) nella cultura cinese. Addirittura ancora oggi, non si riesce a stabilire con certezza se sia stato un missionario o commerciante Italiano (il signor Polo per dirne uno) ad esportare il nostro orgoglio o ad importare nel Bel Paese il loro. A dirla proprio tutta, vi sono anche molti che sostengono che Marco Polo in Cina non ci sia nemmeno mai stato, ma qui rischiamo di andare fuori tema e lo lasciamo per un’altra volta. Che ci crediate o no, lo stesso discorso si potrebbe fare per la Pizza, solamente considerando i numerosi tipi di bing (focaccia cinese molto simile ad una pizza ma spesso impastata con ingredienti diversi) che si possono mangiare un po’ ovunque nella Repubblica Popolare. Oltracciò, i due popoli si rassomigliano anche per lo strenuo orgoglio che sempre mostrano nel difendere la paternità di questi due piatti, estremamente tipici in entrambe le circostanze, enormemente apprezzati da Palermo a Trento, da Urumqi a Canton.

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Ad ogni modo, l’arrivare, ma soprattutto il rimanere in Cina, non è né cosa troppo facile né troppo da tutti, ma il solido background Italiano che mi porto a spasso, nel mio caso ha aiutato non poco. Certo, alle volte rimaniamo un po’ schifati da qualche atteggiamento, ma vi sfido a montare su un aereo, scendere dopo 11 ore di volo e non trovare niente fuori posto; sarebbe irreale, o più semplicemente troppo banale. Qualche volta i cinesi risulteranno, come dicevo, un po’ poco igienici o rumorosi, ma in Italia mi è capitato più di una volta di sentir dire “tromba di culo, sanità di corpo”. Per di più, spesso e volentieri si lasciano trasportare e danno vita ad interminabili concerti di clacson – qui dall’ufficio della Scuola Superiore CaoYang se ne sente uno almeno ogni 4 secondi – ma quantomeno il tutto non viene accompagnato da qualche sonoro moccolo o sproloquio più e più volte riascoltato nel traffico delle grandi città Italiane, così come in quello delle città più piccole. Forse, per quanto non voglia generalizzare troppo, da entrambi i lati bisognerebbe imparare qualcosina dal nonnino seduto in una panchina del parchetto sotto casa che, vedendo un volto decisamente più nuovo del solito, mi ferma per chiedermi chi fossi, da dove venissi e perché mi trovassi lì. Così, per pura e semplice curiosità. Così, per conoscere qualcosa di più di un qualcuno all’apparenza molto diverso da noi. Così, senza secondi fini oltre la chiacchiera di circostanza.

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In definitiva, per quanto ci si possa adattare ai luoghi, o apprezzare un posto molto diverso da quello in cui siamo abituati a esistere solitamente, alle volte un adattatore fa comodo e, perché no, anche parecchio piacere. Per quanto possa non essere assolutamente necessario, ci può far flettere quel muscolo facciale e mostrare quei quattro incisivi a chi ci sta davanti, nonostante un momento non felicissimo. Ci può far apprezzare una giornata iniziata male e che, probabilmente, sarebbe finita peggio. Facciamoci un favore: interessatevi.

DIARIO DI VIAGGIO: QUELLA VOLTA NEL SICHUAN (capitolo 3)- di Duccio Tripoli

Villaggio minuscolo, abitato prettamente da tibetani, dove si parla tibetano e ci si affida al buddismo in ogni situazione di vita. Le strade polverose e le abitazioni in stile buddista accompagnano gli abitanti e i pochissimi stranieri in visita in un mondo che non è immobile, come dimostrano i comunque numerosi camion che passano dalla strada principale, ma si muove lentamente. Si parla tibetano ed è difficile rintracciare un abitante Han che effettivamente risieda nella cittadina. Gli Han ci sono, ma sono tutti turisti che raramente rimangono per una notte o più e ad ogni modo scorrazzano beati nella vallata di Tagong sui loro pullman per poi proseguire verso altre mete poco frequentate; una sorta di turismo cinese intelligente. La piazzetta principale è circondata da 3 guesthouses che offrono la sistemazione più economica di Tagong e, se ci si adatta un po’, si vive una vera esperienza abitativa tibetana con tutti i suoi comfort, ma soprattutto senza. Il tempio monastero Lhagang è uno scorcio di vita monastica tibetana di rara bellezza non contraffatta, come non è contraffatta la semplicità e spontaneità di questi monaci che, alla vista della solita gopro da me portata in giro, decidono di farsi una foto “in mano loro” per fissare questo momento di allegria passato con uno straniero disposto a fare due chiacchiere. La maggior parte di loro vive li da molto tempo e non intende andarsene da quel che ho capito. “A Tagong si sta bene”, precisa un monaco sulla cinquantina, “i cambiamenti sono stati minimi”. Sembra sincero anche nel mostrarmi il suo iphone che, come ammette lui stesso, fino a 15 anni fa sarebbe stato una spesa di portata tale da non essere nemmeno immaginabile. I monaci se la passano decentemente, mangiano pregano, chissà se amano, e dormono. Inoltre, non si assiste più a nessun tipo di persecuzione o accanimento nei confronti di questi interessanti personaggi vestiti di sfumature rosse a arancio, quantomeno a Tagong per quel che ho visto. Difatti, dopo i tumultuosi errori della Rivoluzione Culturale, oggigiorno ormai ampiamente condannati, il governo di Pechino ha iniziato un accurato finanziamento di vaste opere di ristrutturazione di molte realtà religiose cinesi, tra moschee, templi taoisti e monasteri buddisti appunto. Chiamali strulli! Mi ritrovo con i miei due compagni e mi portano, a spese loro in quanto io risulto in qualche modo ospite, a fare una breve ma spettacolare cavalcata su una collina vicina dalla quale ammirare l’altopiano tibetano in tutto il suo splendore e vastità.12119014_10207396531538829_3252652574817790180_n Dopo mi getto in un nuovo tempio, sempre molto bello, ma non totalmente autentico da quando ha prontamente ricevuto la ristrutturazione cinese che lo ha reso splendido e lucente all’esterno, ma scarno e un po’ artefatto all’interno. Esco dal tempio e faccio due passi nella piana che vi si trova davanti affollata dalle bancarelle di un mercatino tibetano la cui specializzazione sembra essere il cibo tipico. Ne approfitto per assaggiare della, deliziosa a mio dire, carne di yak essiccata e fare due chiacchiere con il carismatico venditore che ci tiene a spolverare un po’ il suo inglese “imparato cercando di parlare il più possibile con i turisti stranieri”. E continua, “l’inglese l’ho imparato per assicurarmi più clienti e per poter spiegare, come meglio potevo a chi non parla cinese, l’aria che si respira qui, in quello che una volta era il Tibet. Ho bisogno di un visto per visitare la mia capitale, Lhasa, e le inefficaci politiche inclusive cinesi hanno indebolito la nostra cultura.” E continua, con fierezza, “almeno oggi, essere buddista e praticare non pare essere più un problema. Si vive bene, ma spesso la gente sembra scordarsi che parliamo cinese ma la nostra lingua è il tibetano, che viviamo in Cina ma siamo tibetani”. Il suo orgoglio mi mette di buon umore e, avendo assaggiato un paio di tazze di tè di burro di yak preparato da sua madre, lo saluto dopo aver preso il suo contatto di wechat. Purtroppo parlando e scrivendo lui in tibetano non comprendo assolutamente nulla dei suoi post, ma le foto mi riportano nella rurale Tagong, un posto nel quale ho lasciato un pensiero, o forse due. La sera a cena andiamo, insieme ai miei Gemenr in un ristorante tipico tibetano dove assaggiare dei veri momo (ravioli con ripieno di carne e verdure), tsampa (una specie di tortina di orzo) e dei thuk-pa (noodles piccanti). Cena ottima ma dopo c’è poco da fare. Ci spostiamo a bere un paio di birre sulla terrazza della guesthouse nella quale la coperta di cielo stellato sopra le nostre teste fa da contrasto lucente all’ambiente spartano circostante. Prima di andare a letto mi becco anche una bella filippica sul perché ai cinesi oggigiorno non importa più nulla del Giappone e dei Giapponesi, “nonostante tutto quello che hanno causato al popolo cinese, e mio nonno se lo ricorda bene”. Andiamo a dormire non troppo tardi perché la mattina vogliamo essere attivi per le 7, loro torneranno verso Chengdu, mentre io voglio proseguire verso GanziGarze in tibetano – la base ideale per raggiungere la mia meta prediletta, SedaSertar in tibetano. La mattina ci svegliamo e, una volta usciti nella piazzetta principale di Tagong, iniziamo a chiedere ai vari autisti tibetani presenti in loco vogliosi di danaro qualche informazione per raggiungere Ganzi nel migliore, e più economico, dei modi. Trovo un signore sulla cinquantina ben disposto e, una volta trovati altri passeggeri, il suo pulmino sarà pronto a partire. Nel frattempo mi offre, molto gentilmente, la colazione: ravioli di carne piccanti e tè, la partenza giusta dal posto giusto. Facciamo due chiacchiere e, altrettanto gentilmente, mi chiede di aiutarlo a riempire il pulmino in quanto “prima lo riempiamo prima partiamo”, e, non parlando inglese, non si pone mai in maniera convincente coi turisti stranieri. Fortunatamente poco dopo riusciamo a raggiungere la quota partenza e iniziamo a spostarci verso Ganzi, ma “facciamo una sosta di un’ora a Bamei per fare pranzo”. Bene, avrò la possibilità di visitare un’altro villaggio leggermente al di fuori del mio itinerario originale. Nel frattempo conosco anche Dabao, soprannominato da me ‘il grande’ per il primo carattere del suo nome, un cinese modesto e pacato che si rivelerà il compagno ideale per placare le mie, talvolta poco controllabili e improvvise, ire di viaggio. Sul pulmino iniziamo a chiacchierare e scopro che la sua meta ultima è, come per me, Seda.

DIARIO DI VIAGGIO: QUELLA VOLTA NEL SICHUAN (capitolo 2)- di Duccio Tripoli

Ho sempre preparato lo zaino all’ultimo momento, un po’ per il primo brivido di avventura tipo “chissà se ci metto tutto”, un po’ per filosofia personale in quanto non so mai cosa effettivamente mi servirà fino ai momenti immediatamente precedenti alla partenza. Fatto. Esco taxi stazione, in Cina è piuttosto facile, i taxi non costano veramente niente e spesso ci si muove con quelli anche quando si viaggia da barboni veri. In quasi un anno di totale permanenza non ho mai speso più della cifra record di 150Yuan (23€ circa) di taxi per volta, e solo per distanze oltre l’ora tipo aeroporto – centro città che capitano di rado. Arrivato in stazione corro, ovviamente c’è il solito traffico assassino di Chongqing e rischio di perdere subito il primo treno..chi ben comincia.. Arrivo a Chengdu e mi sistemo in ostello. Piccola parentesi regalatami dal taxi-moto che, dopo avermi chiesto se volevo un passaggio per 10 yuan, incuriosito dal mio biascicare la sua lingua mi carica sulla moto, zaino compreso, e mi porta all’ostello senza chiedermi un centesimo e regalandomi sorrisi di compiacimento. Bello. Dopo aver salutato tutti e 10 i miei nuovi compagni di stanza, mi avvicina una coppia di giovani – ma più vecchi di me – inglesi che stanno uscendo e chiedono se, parlando io un minimo di cinese, mi fa piacere accompagnarli a mangiare qualcosa di tipico e a fare due passi. Come no, andiamo. Intenso direi. Rientro in camerata alle 2:47 visibilmente indebolito dagli ettolitri di birra xuehua ingurgitata, ma non mi preoccupo della sveglia che suonerà tra 3 ore; a voler essere più precisi, 3 ore e un po’. Mi sveglio presto, impacchetto il poco che ho portato dietro e corro alla stazione dei pullman impaziente di giungere a Kangding (Dartsendo o Dardo in tibetano). È festa nazionale in Cina e alle 6:30 la stazione Xinnanmen è già invasa da orde di cinnazzi bramosi di turismo. Culo! Trovo un posto nel pullman delle 7:30 e parto alla volta di Kangding. Tempo di percorrenza stimato 8 ore, più le 8 di ritardo dovute al traffico della festa nazionale ed arrivo a Kangding dopo cena. Poco male, essere l’unico non cinese in pullman mi fa vivere il mio momento da rockstar e fare un po’ di pratica con la lingua. Inoltre, conosco due ragazzi svegli con i quali, dopo aver cenato, passo la notte in ostello, in quanto anche loro, l’indomani verso l’ora di pranzo, avrebbero mosso verso Tagong. Con il pullman, dalla piatta Chengdu si inizia a salire su quello che è l’altopiano tibetano e, 3 effettivamente, i panorami si fanno sempre più affascinanti e verdi. Anche il cielo cambia e da un grigio smog monocromo si passa ad un celeste puntellato qua e là da paffute nuvole bianche che alleviano la mia ira per un così lento e snervante spostamento in corriera. Kangding è bellissima, anche se la mano cinese ‘balzante in avanti’ ha fatto il suo dovere fin troppo bene, e cioè male. Il centro è stato letteralmente ricostruito e le uniche abitazioni ancora in stile tibetano rimangono sulle pendici delle montagne circostanti. Anche il tempio Jigang, della setta dei monaci buddisti Nyingma Pa (o berretti rossi), è stato letteralmente tirato giù per essere ricostruito più bello e splendente che mai. Che pena.duccio Il tempio Nanwu della setta buddista Geluk Pa (o berretti gialli) è invece intatto ed offre una panoramica splendida di quella che è la vita monastica e di preghiera in una valle coronata da montagne già puntellate di bianco acceso. Dentro incontro dei vecchi muratori che, incuriositi dalla mia gopro, mi fermano e colgo l’occasione, oltre che per uno zipai (selfie), per fare due chiacchiere. Sono in pensione ormai e, dopo aver lavorato tutta la vita, continuano a farlo per devozione verso i Lama in cambio di un adeguato compenso spirituale che li fa dormire più sereni la notte. Sono tutti e tre tibetani ma non si pronunciano né sui cinesi Han né sui repentini, e piuttosto invasivi, cambiamenti apportati alla loro città, della quale però conservano un vivido ricordo di “quando le case erano ancora di legno”. Simpatici. Mi incontro nuovamente coi miei due nuovi amici che, in risposta al loro Shuaige (bello), ho iniziato a chiamare Gemenr (pr. Gemer con la r all’inglese, fratelli). Andiamo a pranzo e troviamo un autista ben disposto a portarci fino a Tagong (Lhagang in tibetano) per 50Yuan su un pinche – pulmino con altri passeggeri per dividere la spesa – e così, finiamo i nostri hundun e partiamo per Tagong. Anche questa strada non è nelle migliori delle condizioni, ma almeno non c’è traffico e nel primo pomeriggio siamo già a respirare l’aria tibetana di Tagong.

DIARIO DI VIAGGIO: QUELLA VOLTA NEL SICHUAN (capitolo 1)- di Duccio Tripoli

Il Western Sichuan, o Sichuan occidentale dalle nostre parti, è un’area della provincia cinese del Sichuan che confina per tutta la sua cornice occidua con il Tibet. Per i non appassionati di geografia, stiamo parlando della Cina sud-occidentale, sopra Myanmar e Thailandia. Per i meno appassionati ancora, la Cina è quella grande nazione a forma di gallo che scorgerete scorrendo il dito verso destra su un qualunque mappamondo o planisfero. Non mi soffermerò troppo sulla storia del Tibet o sulle relazioni Sino-Tibetane degli ultimi 3-4 secoli. Pur avendo trattato l’argomento durante un corso all’Università, ne so troppo poco per presentarlo in maniera soddisfacente. Lo dimostra il 27, senza infamia e senza lode, scaturito dall’esame, che nulla toglie ad un corso che ha lasciato tanto alla mia mente e alla mia voglia di scoperta. Ad ogni modo, la storia recente ha visto Cina e Tibet confrontarsi più o meno pacificamente in diverse occasioni. Vi basti sapere che la situazione si è leggerissimamente deteriorata dopo l’occupazione militare del Tibet (l’esercito di liberazione cinese entrò nel Kham, per “liberarlo”, il 7 Ottobre 1950) e l’esilio volontario (fuga secondo alcuni o estradizione secondo altri) del XIV Dalai Lama Tenzin Gyatso il 17 Marzo 1959. Da allora il Tibet è noto ufficialmente col nome di Xizang, come lo chiamano in Cina, e diventò a tutti gli effetti una provincia cinese, rinunciando a qualsivoglia sovranità degna di una nazione libera. Per capirsi, una provincia cinese dove il visto cinese non è sufficiente per entrare e viaggiare; è necessario un visto speciale rilasciato dal governo cinese (questo vale anche per i tibetani che non vivono in Tibet) e una guida privata che rimanga al seguito del gruppo organizzato per tutta la sua permanenza in Xizang. Inoltre, il governo centrale di Pechino ha promosso negli anni una massiccia migrazione (o invasione bianca come piace chiamarla a me) di Cinesi Han (oltre il 98% di tutti i cinesi sono di etnia Han) a Lhasa e in altre città tibetane con incentivi economici e benefici vari, che ha compromesso irrimediabilmente l’equilibrio demografico di tutta l’area. Qualunque siano i fatti condivisi da queste due etnie sarà sufficiente ricordare che, ancora oggi, i tibetani vedono i cinesi Han come degli arroganti invasori, mentre i cinesi Han vedono i tibetani come degli ingrati luan (riottosi). Questo piccolo inciso per spiegare che, oggigiorno purtroppo, o per fortuna nel mio caso specifico, c’è più Tibet nel Sichuan Occidentale, dove le migrazioni Han non sono arrivate, che a Lhasa stessa che pian piano si sta trasformando in una Chengdu, piuttosto che in una Suzhou o Hangzhou. Io, studiando per un semestre a Chongqing e spinto da quella solita voglia che mi solletica i piedi e il cuore, ho deciso di andare a dare un’occhiata a queste zone dove la componente tibetana è prevalente per le strade, nella lingua parlata, nella cultura e, ancora più importante per questi personaggi col cappello da cowboy, nella religione.mappa_cina

Si inizia a leggere notizie sulle guide turistiche, a cercare su internet e, la parte che preferisco, a tracciare sulle carte un percorso “ideale”, mentre la voglia di partire sale e l’attesa diventa insopportabile, tipo quando dal dottore di venerdì sera sei il sesto, sono le 7, e alle 8 hai un aperitivo con la Gren (la mia ragazza ndr). Dico percorso “ideale” perché quando si viaggia -e particolarmente in queste zone decisamente rurali- si fanno piani, ma spesso i piani vengono sconvolti da una ruota bucata, una frana, un attacco di laduzi (questa è per gli appassionati di cinese) o un biglietto di un pullman terminato troppo presto, e quindi risulta necessario cambiare l’itinerario in itinere. Si chiedono notizie in giro e consigli ad amici che magari sono andati prima di te o che ne sanno di più ma, parere prettamente personale, un viaggio è come uno spazzolino da denti, non si usa mai quello di un altro, è strettamente intimo e deve essere il più adatto possibile. Questo è anche il motivo principale per cui, in determinate occasioni, preferisco viaggiare in solitaria, con i miei ritmi, le mie necessità e le mie voglie; che poi, quando si viaggia da soli, da solo non lo sei mai e sul percorso si intrecciano i piani, le aspettative e le storie di altri viaggianti (i viaggiatori sono altri) e di autoctoni qualunque. Viaggiare è vivere. Se destinati a stare fermi, al posto dei piedi avremmo avuto radici, direbbero alcuni. Poi parliamoci chiaro, il mondo nel 2015 è diventato abbastanza piccolo e con un po’ di soldini messi da parte, tanta voglia, un po’ di pazienza, adattabilità e apertura mentale si va praticamente ovunque. Non tutti siamo fatti uguali, e per fortuna aggiungerei, ma sono convinto che dentro al cuore di ognuno di noi c’è quella foto, quel film o racconto di quel posto lontano che prima o poi dovremmo andare a vedere di persona. Anche solo per realizzare (inteso anche realise, all’inglese british) le sensazioni che effettivamente proviamo una volta arrivati a destinazione.

GEOGRAFIA ED INTERESSI CINESI: IL RUOLO DI GIBUTI – di Filippo Secciani

Gibuti è una nazione minuscola, estremamente povera e con una popolazione che non raggiunge il milione di abitanti. Eppure recentemente il paese, indipendente dal 1977, è diventato un avamposto strategico cruciale per le maggiori potenze militari e commerciali del mondo. Con la diffusione della minaccia della pirateria e del terrorismo internazionale la posizione geografica di Gibuti si è rivelata fondamentale. Il paese si trova infatti a metà strada tra lo stretto di Aden ed il mar Rosso. Luogo vitale per il commercio marittimo internazionale (con oltre il 40% dei traffici), lo stretto di Bab el-Mandeb che separa Gibuti dallo Yemen, è la porta di accesso al Mediterraneo attraverso il Canale di Suez, luogo di transito di milioni di container ogni anno. Le maggiori potenze mondiali hanno installato in loco delle basi militari. La prima fu la Francia; quale ex potenza coloniale, mantenne relazioni economiche e militari con Gibuti fin dal momento della sua indipendenza. Questo legame è evidenziato anche dall’ordinamento interno che Gibuti si è dato: repubblica semi presidenziale su modello francese. Parigi ha mantenuto nel corso degli anni un gran numero di militari nel paese, per lo più provenienti dalla Legione Straniera, recentemente dispiegati negli Emirati Arabi Uniti. Adesso mantiene a Gibuti unità delle forze speciali. Gli Stati Uniti hanno un enorme base costruita dopo il 2002 a Camp Lemmonier con 4000 militari, usata come base di lancio per le missioni di droni in Somalia e Yemen, per la lotta alla pirateria, al terrorismo e per le operazioni per tutto il golfo Persico. Il Giappone ha qui costruito la sua prima base all’estero per il monitoraggio delle navi mercantili che transitano lungo queste rotte commerciali. L’Italia si è aggiunta recentemente. L’inaugurazione della base militare italiana a Gibuti ha avuto luogo il 23 ottobre 2013, con l’affitto di un terreno di cinque ettari. La base può ospitare fino a 300 soldati. Anche per l’Italia si tratta della prima vera base operativa al di fuori dei confini nazionali. La base italiana si estende ad una manciata di km dal confine somalo e dall’aeroporto. Lo scopo di questa installazione è la logistica, l’addestramento delle forze gibutine e somale, base per le operazioni contro la pirateria ed il terrorismo. I soldi stanziati per la sua costruzione ed il suo mantenimento sono di 21 milioni di euro (facenti parte dei fondi che il governo ha varato per la missione italiana in Somalia, di cui fa parte anche Gibuti). Gli accordi tra i due paesi hanno previsto anche la consegna al paese africano di sei blindati Puma e di una decina di obici semoventi, dismessi in Italia. A fianco di marinai e paracadutisti ci sono anche i carabinieri che hanno il compito di addestrare le forze di polizia locali. Da agosto 2014 l’Italia schiera sul territorio anche velivoli a pilotaggio remoto Predator per la missione antipirateria europea Eu NavFor Atalanta iniziata nel 2008. Ci sono anche basi pakistane e spagnole. Ultima ad unirsi a questo club è stata la Cina. I motivi di questa innovativa scelta sono molteplici. La Cina conta di ampliare la sua presenza nel continente africano ancora più massicciamente. In Africa sono presenti già 2000 truppe cinesi operanti sotto la bandiera dell’Onu e dal 2008 si sono intensificate le missioni antipirateria di Beijing nel golfo di Aden. La base a Gibuti avrebbe compiti prevalentemente logistici, come il rifornimento di cibo ed altri beni, il riposo e la riorganizzazione delle truppe. Secondo quanto affermato dal ministero degli esteri cinese “la costruzione degli impianti aiuterà l’esercito della Cina e della marina a partecipare alle operazioni di mantenimento della pace delle Nazioni Unite, inoltre, a svolgere missioni di scorta nelle acque vicino alla Somalia e il Golfo di Aden, e a fornire assistenza umanitaria”. La base militare cinese è sita presso il porto di Obock, con un contratto firmato per dieci anni di utilizzo. Obiettivo di Pechino è quello di “fornire una migliore logistica e salvaguardare le forze di peacekeeping cinesi nel Golfo di Aden, al largo della Somalia”. djibouti-mapLe trattative per la cessione di una base sono state avviate a maggio. Il presidente Ismail Omar Guelleh, al potere dal 1999, in cerca di investimenti esteri non si è fatto sfuggire i soldi cinesi, nonostante le forti rimostranze da parte degli Stati Uniti. La presenza a Gibuti della Cina è estremamente ben voluta dal presidente, che ha sottolineato come Pechino serva allo stesso Gibuti per i propri interessi economici, senza contare che la Cina detiene il 60% del debito pubblico gibutino. Scopo cinese, non così velato, è sviluppare il piccolo paese attraverso strade, porti ed infrastrutture civili per renderlo un importante hub marittimo commerciale (una nuova Singapore) data la sua naturale posizione geografica. La sua presenza si è fatta sentire attraverso la costruzione della ferrovia che collega il paese all’Etiopia e l’ammodernamento dell’aeroporto, per un investimento complessivo, stimato, intorno agli 8 miliardi di dollari. Il tutto come sempre accade per la Cina svincolando il flusso di denaro dalle decisioni di politica interna. La costruzione di questa base rientra in un progetto a lungo termine tra Cina ed Unione Africana per la costruzione di strutture analoghe: la sicurezza sarà un settore chiave nella futura cooperazione tra Pechino e l’Africa. La Cina vanta un’enorme presenza economica nel continente che vuole mantenere ed intensificare e per poterlo fare ha bisogno di garantire la stabilità dei governi suoi amici. Inoltre deve garantire l’incolumità dei suoi cittadini che a migliaia popolano il continente africano e medio orientale. È anche a causa dell’opinione pubblica interna che chiede una maggiore protezione al PCC per i cittadini residente all’estero, che la Cina sta intensificando il suo supporto militare. La Cina non è più immune dal terrorismo, sia interno per mano della minoranza uigura, sia all’estero quando è stato recentemente giustiziato il primo cinese per mano dell’ISIS ed in seguito all’attacco jihadista in Mali, che ha provocato la morte di alcuni suoi cittadini. Pechino ha sempre più la necessità di tutelare e difendere arterie economiche vitali lontane. Equilibrando la sua potenza economica con un rilancio, o per meglio dire intraprendendo da zero, dell’attività militare all’estero. La Cina ragiona adesso da superpotenza: Xi Jinping ha rotto definitivamente col passato, quando ha presentato il suo programma per i prossimi anni, prevedendo una ristrutturazione sistematica dell’Esercito Popolare di Liberazione che lo trasformi in una struttura “più ampia, più integrata, multifunzionale e flessibile” in grado di supportare le aspirazioni cinesi e la tutela dei propri interessi strategici nazionali, come ad esempio il mar Cinese Meridionale. Una netta presa di posizione dal passato, quando Mao considerava l’esercito uno strumento utile solo per difendere i confini dalle forze straniere e vedeva nella politica statunitense delle basi all’estero una forma di nuovo imperialismo.