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I MIGLIORI FILM DEL 2015 – di Michele Iovine

 

La top 10 dei migliori film del 2015 tiene conto delle pellicole uscite in Italia dal 1° Gennaio fino alla terz’ultima settimana di Dicembre del corrente anno solare. Non sono quindi presi in considerazione quei film che in USA (punto di riferimento del mercato cinematografico) sono già usciti, ma che noi vedremo ahimè soltanto nel 2016. Specularmente è probabile trovare in lista dei film che qui da noi sono stati proiettati nel 2015, ma in altri paesi, sempre USA in primis, sono stati distribuiti nel 2014. Cominciamo!

1. MAD MAX – FURY ROAD di George Miller. Può succedere a volte che riprendere una saga dopo molti anni si riveli una scelta infelice anche se è sempre lo stesso regista a dirigere. Beh…non è questo il caso, perché George Miller non solo da nuova linfa alla serie, ma ci regala addirittura il capolavoro dell’anno! Film pazzesco, spettacolare, 120 minuti senza fiato, due ore di puro godimento e di bellezza.! Uno dei migliori film d’azione mai realizzati

2. BIRDMAN di Gonzalez Inarritu. Il film che ha trionfato agli Oscar a Febbraio, miglior film e miglior regia. Anche qui si può parlare di capolavoro, un gran film metacinematografico che affronta variegati aspetti del mondo della recitazione e dello star-business, usando la macchina da presa in maniera liquida e strisciante, regalandoci grandi immagini.

3. HUNGRY HEARTS di Saverio Costanzo. Come troppo spesso accade un film presentato alla Mostra del cinema di Venezia (2014) e passato come una meteora sul grande schermo. Ma non vederlo è stato un errore enorme, perché il regista di “Private” e “La solitudine dei numeri primi” torna con una grandissima piccola opera che attraversa quasi tutti i generi cinematografici, dalla commedia, al thriller fino all’horror dagli echi polanskiani, realizzando una delle pellicole nostrane migliori dell’anno. Spiazzante.

image24. NON ESSERE CATTIVO di Claudio Caligari. Film uscito postumo che l’Italia ha scelto di portare a Hollywood per inseguire la candidatura a miglior film straniero che proprio da pochi giorni sappiamo essere sfumata. Ostia anni 90, storie di droga, di criminalità, di sentimenti, dove ogni cosa viene spinta allo stremo, oltre ogni limite. Storie di vita, film crudele, realistico come il grande Caligari sapeva fare. Intenso.

5. THE MARTIAN di Ridley Scott. Chi l’avrebbe mai detto che il buon vecchio Ridley Scott dopo tredici anni (2002 Black Hawk Down suo ultimo gran film a mio parere) di brutti e talvolta anche bruttissimi film sarebbe tornato a realizzare una pellicola degna del suo nome? Ebbene funziona tutto in questa avventura fantascientifica sul pianeta rosso. Tutto credibile, tutto ben calibrato senza debordare mai nell’americanata più scontata, il cui pericolo era dietro l’angolo. Divertente.

trailer-youth-sorrentino6. YOUTH – LA GIOVINEZZA di Paolo Sorrentino. I film di Sorrentino hanno sempre una doppia vita. Prima venivano premiati a Cannes, ma Hollywood ancora non si accorgeva di lui. Ora che Cannes non lo premia più, i grandi premi internazionali finiscono sempre nelle sue mani, come la vittoria straordinaria e non prevista agli EFA (European Film Awards) Che dire? Il cinema di Sorrentino sa regalare veramente momenti unici, di grande emozione e intensità, ma non sempre è facile da interpretare e capire. Con questa pellicola siamo difronte a un’ennesima estremizzazione del suo cinema. Prendere o lasciare.

7. MUSTANG di Deniz Erguven. Quello che si può tranquillamente definire un film da festival, ma nella migliore accezione del termine. Un ritratto corale di ragazze non ancora donne, in una zona remota della Turchia dove si vive secondo tradizioni antiche che fanno sembrare la vicenda ambientata in un tempo lontano, ma in realtà siamo ai giorni nostri. Un’intensissima storia d’amore di una bambina verso se stessa, verso la sua dignità di donna e essere umano. Toccante.

8. TUTTO PUO’ ACCADERE A BROADWAY di Peter Bogdanovich. Questa è sicuramente la migliore commedia dell’anno, ma Bogdanovich non è uno qualunque, quindi non c’è molto da stupirsi se non il fatto che il settantacinquenne regista statunitense era da oltre quattordici anni che non girava un film. Pellicola strepitosa, di una comicità graffiante e genuina, dialoghi brillanti, si ride di gusto. Un tocco di Woody Allen e di Lubitsch e poi appunto, il maestro Bogdanovich che ci mette tanto del suo.

9. THE WALK di Robert Zemeckis. Il 7 Agosto 1974 a New York si realizzò una delle imprese più famose e assurde della storia dell’umanità. Il funambolo francese Philippe Petit attraversò su un cavo d’acciaio, sospeso nel vuoto, senza protezione alcuna, la distanza che separava le Twin Towers di Manhattan. Mozzafiato!

10. FURY di David Ayer. Era da tanto tempo che non si assisteva a un bel film di guerra. Ci ha pensato David Ayer a porci rimedio, con la supervisione di Brad Pitt nelle vesti sia di produttore che di attore che si conferma una delle poche star emerse negli anni 90 ad avere ancora grandi capacità e a saper scegliere con molta cura e attenzione su quali progetti puntare…e non sbaglia quasi mai.

MENZIONI SPECIALI

MIA MADRE di Nanni Moretti. Una storia intima e personale, molto autobiografica, dove Nanni Moretti fa piangere e ridere allo stesso tempo.

IL PONTE DELLE SPIE di Steven Spielberg. Bel film, niente da eccepire. Forse un po’ troppo classico, una spy story dove un pizzico di tensione in più non sarebbe stata male.

Star-Wars-The-Force-Awakens2STAR WARS di J.J.Abrams. Si ritrova l’antico spirito del “Guerre stellari” di Lucas in questo nuovo capitolo della saga. Questo è sia il punto di forza che il limite della pellicola, aggiungere qualcosa di nuovo non sarebbe stato male.

AMERICAN SNIPER di Clint Eastwood. 85 anni per il vecchio Clint, ma c’è chi invecchiando migliora sempre di più. Ecco, lui è uno di questi.

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AL CINEMA SERVE UNA DOSE DI SUPERSESSO (’70) – di Jacopo Rossi

Un’atmosfera trash, che si rifà fieramente a pellicole ormai vecchie di quarant’anni. Una colonna sonora funky, vivace, allegra. C’è di tutto: arti marziali, horror, sesso (?) e fantascienza. Soprattutto fantascienza. La trama è dominata infatti da un attacco alieno, anzi, di un alieno, a metà tra il Ranxerox di Tamburini e Liberatore e un Terminator di infima categoria. Continua a leggere AL CINEMA SERVE UNA DOSE DI SUPERSESSO (’70) – di Jacopo Rossi

La recensione di oggi: MAGIC IN THE MOONLIGHT di Woody Allen – di Michele Iovine

Woody Allen si riconosce subito. Prima ancora che dalle immagini in movimento della pellicola da quelle statiche dei titoli di testo che hanno sempre la stessa forma e lo stesso carattere, nomi bianchi su sfondo nero. Poi entra la musica jazz o swing, qualche volta ci accompagna quella classica. Infine la prima scena completa il nostro effimero esercizio di ricomposizione delle marche enunciative che attestano che si, si tratta proprio del regista di “Manhattan”. E anche in quest’ultimo film Allen non si smentisce e ci mostra i suoi soliti temi: la magia, la religione, il significato della vita, il suo pessimismo riguardo al significato dell’esistenza stessa, l’irrazionalità che la governa. Noioso? No affatto. magic-in-the-moonlight5Leggero, frizzante, divertente anche se non raggiunge mai l’apice della comicità, verboso come da copione con battute ficcanti e geniali. Da quando Allen ha deciso di non recitare più nei suoi film le cose non sono cambiate poi molto, se non dal lato prettamente interpretativo. Che non è poco in realtà, per chi lo apprezza. Come detto, i marchi di fabbrica ci sono tutti, le tematiche sono sempre le stesse, lo stile visivo immutato, niente è sostanzialmente cambiato dal punto di vista della costruzione dell’immagine e di tutti quegli elementi che contribuiscono a dispiegare i significati oramai noti. La differenza la fa allora soprattutto l’interprete, colui o colei che fanno le veci di Woody Allen e al quale lui decide di trasferire il suo personaggio con tutte le nevrosi, le ansie e i gesti che gli appartengono. Colin Firth rappresenta in questo senso il miglior esperimento finora effettuato. L’attore inglese riesce infatti a conferire al suo personaggio un proprio stile che lo rende credibile e non soltanto una copia dell’Allen attore (come ad esempio era successo con Owen Wilson nel pur notevole “Midnight in Paris”). Chi Allen non lo ha mai apprezzato stia pure a casa, chi lo ama lo segua anche in questo viaggio

La recensione di oggi : INTERSTELLAR di Christopher Nolan – di Michele Iovine

1414055010_1412239739_interstellar.thm_Il film più atteso dell’anno. La fantascienza ha sempre creato grandi aspettative, ha sfornato uno dei film più belli della storia del cinema come ‘2001 Odissea nello spazio’, ha creato saghe che hanno segnato generazioni e generazioni e che ancora oggi vivono di vita propria e qualora ciò non bastasse sono costantemente aggiornate con prequel, sequel, remake di ogni sorta vedi ‘Stars Wars’ e ‘Star Trek’. Nolan si trovava quindi, volente o nolente, davanti ad una grande sfida, riuscire a piazzare all’interno di questo genere una grande opera che potesse competere per qualità e intensità con i film che hanno già scritto in passato la storia della fantascienza. Beh…non ci è riuscito. ‘Interstellar’ è un film ambizioso, il che non è per forza di cose un difetto, ma solamente un rischio a priori. Dopo 170 minuti di pellicola possiamo però sentenziare che Nolan non è stato all’altezza di suddette aspettative. E’ chiaro e anche giustificabile che un film così lungo che affronta temi tanto affascinanti e dibattuti quanto complessi e delicati allo stesso tempo, possa avere dei difetti al suo interno, delle increspature che rendono l’opera nel suo complesso di non facile fruizione, ma qui c’è forse un problema più grande. Il film manca completamente di poesia. Ne è privo soprattutto in quelle parti dove ci si attende uno slancio emotivo della storia, ne è privo a livello visivo là dove le immagini per quanto ben fatte del viaggio interstellare non hanno lo stesso fascino che si poteva riscontrare nel già citato ‘2001’, ma anche senza andare così lontano, nel recente ‘Gravity’ di Cuaron e ne è scarno soprattutto a livello di caratterizzazione dei personaggi. I molti colpi di scena finiscono per rendere debole una sceneggiatura che all’inizio ci aveva preparto ad una visione molto ben diversa e più altisonante di quella che poi ci propina nella seconda parte, addirittura si scade in una banale rissa con le tute spaziali su un pianeta sconosciuto, come se fossimo davanti ad un fanta-thriller qualunque, la storia si fa eccessivamente lunga, anche un po’ ripetitiva e non si può affidare alla forza solo e soltanto della parola la spinta empatica di una vicenda che a tratti diventa quasi un trattato di fisica. Il rapporto tra padre e figlia e l’amore come strumento di comunicazione tra le due parti in causa non può essere sufficiente per emozionarci e seppur qualche trovata geniale c’è, come quella della libreria, ad essa il regista ci conduce male e troppo tardi, oramai già svuotati e stanchi. Interstellar non possiede molto fascino, ha spunti tematici interessanti si, ma che Nolan riesce a sviluppare solo a livello dialogico, mancando di costruire una parte visiva altrettanto forte e intensa che è poi l’essenza stessa del cinema

IL 9° FESTIVAL INTERNAZIONALE DEL FILM DI ROMA – di Michele Iovine

 

lodovini_scollatura_roma_film_fest_645La nona edizione del Festival Internazionale del Film di Roma ha presentato un calendario ricco e variegato. Molte le star internazionali che hanno sfilato sul red carpet dell’auditorium progettato da Renzo Piano, tra cui Richard Gere, Kevin Kostner, Benecio Del Toro e anche quelle nostrane, in particolare personaggi ormai noti della commedia italiana che hanno aperto e chiuso la kermesse tra cui la sempre più affermata Valentina Lodovini, Diego Abbatantuono, Ficarra e Picone, Cristiana Capotondi e tante altre. L’ideatore Walter Veltroni, a suo tempo, aveva pensato ad una festa più che ad un festival vero e proprio e questa linea sembra essere stata ampiamente seguita da Marco Muller che ha costruito un’edizione meno rigorosa e più aperta a prodotti commerciali e ad un pubblico più giovane che ha affollato la passerella alla ricerca dei propri beniamini. Nella mia breve fuga a Roma ho avuto la possibilità di vedere pochi film, ma anche la fortuna di assistere alla proiezione del film premiato dalla giuria popolare, “Trash” di Stephen Daldry e dell’ultima pellicola di David Fincher  ‘Gone girl’ tra le più attese della stagione.

TRASH di Stephen Daldry  **1/2 su 4

All’interno di una discarica in una favelas brasiliana tre bambini alle soglie dell’adolescenza trovano un portafoglio che contiene denaro, una foto con alcuni numeri sul retro, un calendario con l’immagine di San Francesco e una chiave.  Subito dopo la polizia locale, per cui i ragazzini non nutrono fiducia, cala sulle favelas alla ricerca del portafoglio che nasconde dietro quegli indizi nomi importanti a livello politico e una verità scottante. I ragazzini cercheranno di scoprire da soli cosa si cela dietro quell’oggetto. Lo stile di Daldry è dinamico, veloce, segue le peripezie dei tre protagonisti passo dopo passo, anzi sarebbe meglio dire corsa dopo corsa,  attraverso un Brasile povero, sporco, violento e corrotto. Un’avventura senza un attimo di respiro, una fuga dai mali e dai pericoli di una nazione che ci sembra ancora molto lontano da quell’ “ordem e progresso” che appare come motto sulla bandiera brasiliana. L’adrenalinica messa in scena ci ricorda prodotti quali ‘City of God’ e ‘The Millionaire’.  Anche Daldry ci mostra infatti, come questi due film appena menzionati, la condizione essenziale della povertà e lo fa anche lui adottando il punto di vista dei più piccoli, che portano con loro una carica vitale incredibile nonostante non abbiano nulla. Questa energia contribuisce a mandare avanti il film in maniera davvero brillante e coinvolgente senza mai cedere un solo centimetro di pellicola al dramma o al pietismo.

Se da un punto di vista stilistico la pellicola si può quindi considerare ampiamente riuscita e godibile, lo è meno da quello narrativo. La storia comincia piano piano a presentare delle debolezze man mano che va avanti e assume maggiormente i connotati della favola con i tre bambini che diventano verso il finale protagonisti assoluti di una sorta di caccia al tesoro e da soli affrontano sfide al limite del reale arrivando ad una conclusione un po’ inverosimile ed eccessivamente romanzata.

GONE GIRL – L’AMORE BUGIARDO di David Fincher **1/2 su 4

David-Fincher-s-Gone-Girl-4K-shootersQuesto era il film più atteso, il film di cui già si parlava a fine estate e che in molti, tra cui il sottoscritto, speravano fosse selezionato al Festival di Venezia, ma esigenze e problematiche di marketing avevano poi disatteso le più ottimistiche previsioni. La storia è molto semplice. Una relazione matrimoniale che entra in crisi tra moglie e marito e poi il mistero della scomparsa improvvisa della donna. Non è facile parlare di questa pellicola perché c’è il rischio di rivelare troppo sull’andamento della trama che se in un primo momento può apparire come il classico thriller, invece stupisce tutti grazie all’abilità di uno dei migliori registi del panorama contemporaneo, di sorprendere lo spettatore attraverso una serie di colpi di scena ben calibrati che trasformano completamente il genere stesso di partenza della storia fino a toccare le delicate corde della commedia grottesca. La commistione di generi è sicuramente la forza di questo film che si basa su una sorta, se vogliamo, di mcguffin dall’eco hitchcockiano, in questo caso però più stilistico che narrativo e lo conduce verso eventi e situazioni a cui non si avrebbe mai pensato di assistere. Fincher è impeccabile nel dare alla storia questo cambio di direzione improvvisa, lo è forse meno nel condurlo fino in fondo in maniera credibile e nel gestire la caratterizzazione di alcuni personaggi nella delicata fase del cambiamento.

ITALY IN A DAY di Gabriele Salvatores (e degli italiani) – di Michele Iovine

Ogni italiano, di qualunque religione, pelle, stato sociale e in qualunque parte del mondo si trovasse è stato invitato, il 26 Ottobre 2013, a girare con il proprio telefonino un video che raccontasse una parte di quella giornata. Il risultato sono stati 44.000 video per un totale di 2200 ore di girato che il regista Gabriele Salvatores ha selezionato e montato, raccontando così un giorno della vita degli italiani di oggi. L’opera compiuta è stata in seguito presentata alla 71° Mostra Internazionale D’Arte Cinematografica di Venezia nella sezione fuori concorso ed è stata diffusa in prima serata sabato 27 Settembre 2014 sulle reti Rai.

Stanley Kubrick asseriva che il cinema è arte, ma l’arte del cinema è il montaggio. SALVATORES-594x350Gabriele Salvatores sembra darci una dimostrazione concreta di questa affermazione riuscendo a costruire una storia e una trama coerente, accostando tra loro un’enorme quantità di materiali video molto eterogenei, dove ci sono interpreti, ambienti e vicissitudini assai diversi tra loro. Si comincia dalla mezzanotte del 26 fino ad arrivare alla conclusione della giornata stessa, un arco di tempo di ventiquattro ore dove viene fuori uno spaccato del nostro paese, potremmo dire che ne emerge la sua stessa essenza. Un esperimento ben fatto, interessante, tecnicamente perfettamente riuscito, le immagini sono forti, arrivano direttamente al cuore e si piange, ci si commuove molto perché è facile per tutti anche per coloro che non hanno partecipato in prima persona, ritrovarsi dentro quei video, dentro quelle storie. Se da un punto di vista cinematografico si può dire che il film ha centrato il suo obiettivo ed è ben riuscito, non possiamo però certo dire che gli italiani, l’oggetto d’interesse della narrazione, co-autori e interpreti allo stesso tempo, stiano vivendo in un paese altrettanto riuscito. Disperazione e fiducia, malattia e guarigione, paura e coraggio si rincorrono all’interno di questa dimensione sincronica del tempo tra ambienti familiari, caldi, semplici, quelli della vita di tutti i giorni. Siamo il riflesso di questi tempi di crisi e le immagini che scorrono sullo schermo ci raccontano questi sentimenti in maniera diretta, senza sfumature o artifici ad hoc messi in atto per provocare un sussulto, un brivido cosicché il risultato che ne scaturisce è estremamente genuino, un prodotto naturale, venduto senza subire particolari passaggi intermedi che ne possano modificare le caratteristiche primarie. E’ un attimo riconoscersi in un linguaggio così semplice e diretto allo stesso tempo, efficace e veritiero, pieno di speranza per il tempo che verrà e allora è molto facile emozionarsi.

La recensione di oggi: FLIGHT di Robert Zemeckis – di Michele Iovine

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Il nuovo lavoro di Robert Zemeckis che torna a dirigere un film dopo 12 anni dedicati alla sperimentazione high-tech nell’animazione, è una storia che ci parla del problema dell’alcolismo e delle dipendenze in generale. Zemeckis decide di introdurre il tema in maniera originale, spiazzando le attese dello spettatore attraverso una prima parte che fa presupporre di assistere ad una pellicola di genere catastrofico e di alto impatto adrenalinico. Non è così. Un incidente aereo perfettamente girato che tiene fortemente in tensione lo spettatore (Zemeckis è particolarmente bravo nel girare scene di incidenti aerei, da ricordare infatti anche la bellissima sequenza di Cast away) serve per veicolare in realtà un’altra storia, quella che veramente il regista vuole raccontare. Un pilota di linea con una manovra eccezionale evita una catastrofe. Solo 6 passeggeri su 102 perdono la vita in un incidente che di norma non avrebbe lasciato scampo a nessuno. E’ un eroe. Ma l’inchiesta che segue mette in discussione l’uomo-eroe Whip Whitaker (Denzel Washington). Risulta infatti, come il regista ci mostra all’inizio del film esplicitamente, che il pilota era ubriaco e sotto l’effetto di stupefacenti al momento del decollo. C’è allora un processo da affrontare e una verità da nascondere, una dignità da difendere, non tanto per l’uomo, quanto piuttosto per l’immagine dell’intera compagnia e del sindacato piloti. Una dignità politica potremmo dire. Il problema del film nasce nel momento in cui la vicenda si attesta definitivamente sulla linea tematica principale che il regista in primis voleva raccontare e affrontare, ovvero quello della dipendenza, cadendo in tutti quei clichè propri di questo tipo di storia. Il rapporto con una donna che ha i suoi stessi problemi e che cerca di convincerlo a curarsi senza successo, il rifiuto di riconoscersi malati, la ripresa e la sensazione di avercela fatta da soli e poi la ricaduta proprio nel momento più importante il giorno stesso della deposizione, il rapporto problematico con il figlio ecc… sono tutti episodi prevedibili e già visti che esauriscono l’effetto di originalità e curiosità che la commistione tra generi cinematografici che spiazzano dal catastrofico al legal-thriller, aveva conferito per certi intensi tratti alla pellicola. Se la scrittura del film quindi presenta dei limiti e si alterna tra alcuni momenti di pregevolissima fattura come ad esempio il dialogo nel sottoscala dell’ospedale, ad altri più scontati, perché come detto cede alle convenzioni tipiche del genere, Zemeckis dal punto di vista della regia non sbaglia un colpo e lo dimostra attraverso alcune soluzioni stilistiche davvero notevoli anche affidandosi all’interpretazione di un ritrovato Denzel Washington e uno strepitoso John Goodman che funziona sempre alla grande, soprattutto in chiave ironica (a questo proposito vedere anche Argo di Ben Affleck).

LA CRISI ACCENTUATA DELLA SETTIMA ARTE di Michele Iovine

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Il cinema è in crisi. Non è una sensazione, non è nemmeno un luogo comune. E’ un dato di fatto; lo confermano le statistiche e i dati. Anche Siena è una città in crisi. In questo caso non ci sono solo fattori numerici e proiezioni statistiche varie che lo confermano, ma soprattutto fatti reali e concreti che sono sotto gli occhi di tutti. La storia ci ha insegnato però che dopo una crisi economica segue sempre un periodo di ripresa e ci ha anche detto che qualsiasi mezzo di comunicazione di massa non è mai stato sopperito dalla nascita e dalla diffusione di uno nuovo. Ogni mezzo di comunicazione ha sempre saputo riposizionarsi nel mercato e adattarsi ai cambiamenti che sono avvenuti all’interno della società. Detto questo il cinema come mezzo d’intrattenimento è destinato a continuare a vivere, non svolgendo magari più il ruolo primario e centrale di cui è stato protagonista negli anni cinquanta e sessanta.
A Siena si è deciso di non puntare su questo tipo d’intrattenimento, ma più che incontro a un ridimensionamento si è andati incontro ad una politica che ha puntato a non prendersene cura, il che è peggio. Essendo un fenomeno come detto di massa il cinema è fortemente influenzato da quelli che sono i cambiamenti tecnologici, ma non solo, direi anche e soprattutto culturali cui va incontro il tessuto sociale. Oggi chi si reca al cinema non va soltanto alla ricerca del prodotto culturale che esso veicola, ovvero il film, ma va alla ricerca di qualcosa di molto più complesso. D’altra parte siamo diventati più esigenti, abituati ad essere costantemente sotto una costante e quanto mai ampia offerta, si cercano più cose nello stesso tempo. Un’offerta, non solo materiale, ma anche qualitativa che punta ai canoni estetici di bellezza, comodità e svariati comfort. Tutto questo è ovvio a Siena non c’è. Si può discutere sulla riduzione del numero delle sale, sette forse erano eccessive, tre sono eccessivamente poche invece, ma quello che lascia indubbiamente a desiderare è che queste tre sale per come sono state progettate e costruite non hanno certo quell’appetibilità che oggi lo spettatore richiede. Il caso del Metropolitan è eclatante. Un cinema costruito ex novo pochi anni fa che pecca nella qualità strutturale più importante che una sala deve possedere: la grandezza dello schermo. A pochi chilometri da noi abbiamo un esempio invece molto intelligente. A Poggibonsi si ha un esempio nitido di come si possa integrare questo tipo di intrattenimento con altri di carattere diverso, il tutto supportato da una struttura moderna. Il Politeama non è solo un cinema, è un luogo polivalente costruito per formare un centro dello spettacolo e di aggregazione, un punto di ritrovo che ha moltiplicato la sua mission. Dall’essere un teatro si è trasformato contemporaneamente in un cinema, un teatro, un luogo per concerti, un luogo dove si fa musica, dove si tengono mostre, laboratori audiovisivi e si fa ristorazione ed è anche attrezzato per effettuare incisioni musicali. E’ infinitamente triste dover fare questo paragone con una piccola cittadina di provincia, è terribilmente paradossale pensare che siano gli abitanti di Siena a doversi spostare nei paesi limitrofi per andare a cercare attrazioni che invece proprio la nostra città in qualità di capoluogo di Provincia dovrebbe pianificare per attirare l’interland. Ma non è solo una questione campanilistica, è una questione economica e di prestigio soprattutto. E’ vero, Siena alla fine è una piccola cittadina, ma ha un patrimonio artistico-culturale che la qualifica tra i posti più belli e importanti non solo d’Italia, ma del mondo e come tale ha il dovere non solo di tutelarlo, ma di dimostrare costantemente di essere una piccola capitale della cultura nelle sue più svariate accezioni. Con i giusti limiti, senza strafare, anche il settore dell’audiovisivo deve avere il suo spazio e la sua visibilità. In ultimo è vero che forse la gente va meno al cinema, ma è altrettanto veritiero che la domanda va stimolata attraverso un’offerta appetibile. Le strutture della nostra città non solo non rispondono a questo requisito, ma puntano decisamente a non creare proprio alcun tipo d’interesse verso questo settore.
Non tutto però è da buttare, qualcosa di buono c’è e da lì bisogna ripartire. A questo proposito merita una menzione speciale il Nuovo Cinema Pendola che sta lavorando egregiamente in questa direzione attraverso sconti e promozioni e soprattutto una programmazione variegata che richiama anche la visione di alcuni vecchi classici restaurati come il recente ‘C’era una volta in America’ in versione integrale e con l’appuntamento del Lunedì d’essai dedicato alle pellicole che non hanno trovato distribuzione a Siena. E lo sapete che c’è? La gente ci va!