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10 CANZONI DA RICORDARE – di Francesco Panzieri

#3 Waterboys – Fisherman’s blues

Certi artisti, nonostante un successo e mezzi non all’altezza delle leggende del rock, riescono ad esprimere, col loro nomadismo artistico ed esistenziale, dei capitoli importanti della storia della musica. È il caso degli Waterboys di Mike Scott ed Anthony Thistlethwaite, crogiolo di nazionalità britanniche, punto di incontro di musicisti scozzesi, inglesi ed irlandesi, in cui per un breve periodo figurerà come corista un certa Śinead O’Connor. Lui, Mike, scozzese, giunge a Londra sul finire dei Settanta con tante idee, imbevuto di Bob Dylan e David Bowie, raduna validi musicisti e fonda il gruppo. Dopo i primi timidi successi, nel freddo thatcheriano di inizio Ottanta, sviluppa un suono denso e pieno fatto di vari strati di chitarre acustiche, tastiere, basso, batteria e violino, umanizzato da un’importante sezione di fiati (tromba e sax). I testi sono intrisi di spiritualismo, la voce di Scott è appassionata e stentorea. Sarà ribattezzata “Big Music”, la grande musica che si consacra con l’album “This is the Sea” del 1985. Gli Waterboys girano l’Europa in un lunghissimo tour con i Simple Minds, ed il cantante si rende conto che, purtroppo, dal vivo non si può riprodurre appieno il “muro del suono” della “Big Music”. Meglio, dunque, abbandonare quella strada e tornare alle radici folk della musica. Mike perde un tastierista, si trasferisce in Irlanda vicino al suo violinista Steve Wickham e studia le sonorità e le tradizioni celtiche, ma anche Pete Seeger e Hank Williams, padri del folk e del country americano. Ne esce il capolavoro “Fisherman’s Blues”, del 1988, la cui omonima title track diviene ben presto un classico del folk rock. La tavolozza del suono è composta dallo spettro cromatico di batteria, basso, chitarra acustica, violino, organo e mandolino. Sono i colori scuri e accesi dell’Isola di Smeraldo: viene definito “Raggle-taggle sound”. Il testo è struggente e romantico, parla di un amore difficile ma più forte delle circostanze: “Vorrei essere un pescatore/ scorrazzando per i mari/ lontano dalla terraferma […] Vorrei essere il frenatore/ su un treno che sfreccia agitato/ che si scontra diritto nel centro del cuore/ come un cannone nella pioggia/ con i sentimenti di chi dorme […] E so che sarò liberato/ dai vincoli che mi tengono stretto/ e dalle catene tutte intorno a me/ che se ne andranno alla fine/ e in quel giorno magnifico e decisivo/ ti prenderò con la mia mano/ Salirò su un treno/ Sarò il pescatore/ con la luce nella mia testa/ con te fra le mie braccia…” Il buon successo di pubblico e di critica della canzone e dell’album non superano i confini del Regno Unito. Per il Mondo, in quegli anni, la musica britannica ė rappresentata dagli U2, i Simple Minds, Wham!, Duran e Spandau, Talk Talk, The Smiths, Stone Roses, i Pogues e gli intramontabili Queen. Ma la sperimentazione senza compromessi di Mike Scott merita di essere ricordata, una musica grande come il mare, antica come il Mondo, che unì musicalmente due lembi del Regno Unito allora ancora sul piede di guerra.

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10 CANZONI DA RICORDARE – di Francesco Panzieri

#7 David Bowie – “Heroes”

HEROESUna delle canzoni d’amore più belle e conosciute di tutti i tempi, “Heroes” di David Bowie, nasce in un momento di forte cambiamento del Duca Bianco. Dopo un successo travolgente che in tre anni l’aveva consacrato come la rockstar numero uno del pianeta, il nostro si era perso a Los Angeles in un delirio di alcool e cocaina, si era trasformato in una sorta di vampiro. Secondo l’agiografia personale, a fine 1976 avrebbe deciso di recarsi a Berlino “per ripulirsi” insieme all’amico Iggy Pop, del quale stava producendo “Lust for Life” (ma scherziamo? Ripulirsi a Berlino in quegli anni…In casa con Iggy Pop?). Comunque sia, i due nell’appartamento a Schönberg si erano sicuramente decisi a dare una svolta alla carriera in termini di stimoli: facevano a gara a produrre materiale e canzoni nel minor tempo possibile. Da quell’esperienza nacquero “The Idiot” e “Lust for Life” dell’Iguana e la trilogia “Low”, “Heroes”, “Lodger” di Bowie. Il Duca Bianco ascoltava molta musica elettronica tedesca ed europea, molto del cosiddetto “krautrock” (Kraftwerk e NEU! in primis) e decise di affidarsi all’abilita’ di Brian Eno per aiutarlo nella scrittura e negli arrangiamenti. “Heroes” è il frutto più maturo di tutta una serie di influenze musicali e sociali del periodo. Sullo sfondo si alza un muro sonoro di chitarre, sintetizzatori e percussioni, ed i “riff” di Robert Fripp, chitarrista dei King Crimson, a dare un’aura epica a tutta la canzone. Nel testo si parla di un amore disperato, di un amante che implora la sua ragazza di non andarsene e di non scegliere strade più semplici, perché come dice lui nella canzone: «We can be heroes, just for one day» Negli anni David Bowie ha dichiarato di essersi ispirato a varie storie d’amore tra emarginati: tra un alcolizzato ed una ragazza problematica, tra due amanti divisi dal Muro di Berlino, tra il suo produttore Tony Visconti ed una corista tedesca, quando il primo era ancora sposato e la relazione doveva rimanere segreta. In ogni caso si parla di persone tenute in disparte che, prima di essere sopraffatte dalla disperazione, cercano di ottenere un successo dalla loro relazione. Sullo sfondo lo scenario della Guerra Fredda, della splendida decadenza berlinese degli anni Settanta (“standing by The Wall”). Impossibile non collegare tutte queste storie con il film simbolo di quegli anni, “Christiane F. Noi ragazzi dello zoo di Berlino”, storia d’amore disperata tra adolescenti che vivono il baratro della tossicodipendenza e della prostituzione minorile, che vedono morire “per una spada di stricnina” i loro amici più cari. “Heroes” fa parte della colonna sonora, accompagnando una delle poche scene del film -quella del centro commerciale- in cui ancora i protagonisti hanno delle speranze di felicità. Poi tutto sarà in salita, fino alla separazione finale di Christiane e Detlef, che prenderanno strade diverse (la disintossicazione lei, la prostituzione lui). In una bellissima canzone dei NEU! di due anni prima (1975), alla quale dichiaratamente Bowie si ispirò, “Hero”, si dice: “And you’re just another hero riding through the night / Riding through the city, trying to lose your fight”. È per riferirsi a storie come queste, che aveva visto a Berlino, che il Duca Bianco decise di mettere il titolo tra virgolette: non si parlava di imprese mirabolanti e di conquista del successo, ma di piccole conquiste e piccole speranze, di eroismi di tutti i giorni.