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IL NUOVO CORSO DELL’IRAN – di Filippo Secciani

Hanno avuto luogo il 26 febbraio le elezioni per il rinnovo del Parlamento iraniano e per l’Assemblea degli Esperti. Il primo, il Majles, ha il compito di legiferare, mentre al secondo, il Majles-e Khobregan spetta il compito di monitorare il lavoro svolto dalla Guida Suprema Ayatollah Ali Khameni. Il Parlamento è composto da 290 membri, nelle cui mani è concentrato il potere di stilare le leggi, dopo che queste abbiano ricevuto il nullaosta del Consiglio dei Guardiani della Costituzione (un organo indipendente, composto da dodici membri non elettivi, con l’incarico di far collimare le leggi iraniane con i principi dell’Islam sciita). L’Assemblea degli Esperti dell’Orientamento è invece composta da 86 membri – teologi, massimi esperti di diritto islamico – che supervisionano l’operato del Rahbar, cioè la Guida Suprema ed in via ipotetica hanno anche il potere per farlo dimettere. Si sono presentati al voto circa cinquanta milioni di iraniani, per scegliere tra i 5500 nominativi delle liste elettorali che avrebbero composto la nuova compagine parlamentare. Anche in questo caso il modello iraniano è abbastanza particolare: i candidati devono superare l’approvazione da parte del Consiglio dei Guardiani per poter essere iscritti nelle liste. Delle oltre dodicimila candidature, sono stati ritenuti idonei solamente 6229 e di questi 729 si sono ritirati volontariamente dalla corsa elettorale. La maggioranza dei “bocciati” proveniva dalle fila dei riformisti, per cui non sono mancate le proteste da parte di questa corrente politica. Questa selezione è volta ad evitare stravolgimenti politici troppo radicali ed impedire un trasferimento di poteri eccessivamente improvviso. Al massimo è possibile trovare un equilibrio tra le varie ideologie contrapposte, che renda comunque funzionante il parlamento e dunque il paese. Gli schieramenti in campo erano così composti: i riformisti, il cui desiderio è la promozione di una società liberale e democratica dell’Iran in campo economico e politico. I pragmatici, che accanto alla tradizione islamico-sciita della società iraniana vorrebbero applicare alcuni principi economici liberali. I principalisti (principlists), un insieme piuttosto eterogeneo di idee che spaziano dal centro al conservatorismo, alla cui base vi sono i principi saldamente enunciati da Khomeini, integrati però da economia liberale. I conservatori, i veri detentori del potere in Iran, decisamente radicali nell’approccio politico sia interno che estero ed assolutamente ostili a qualsiasi forma di apertura. Gli indipendenti, forti prevalentemente nelle regioni periferiche e di confine del paese, si presentano come un sunto delle principali correnti, condite con istanze particolaristiche. Sebbene il risultato elettorale abbia consegnato la vittoria alla frange riformista e progressista in generale, per ottenere un quadro definitivo della vittoria alle “elezioni parlamentari iraniane servirà tempo, dovendo attendere che il Parlamento si insedi e che la variabile geometria delle ‘liste’ si ridefinisca all’interno del Majles”, come ricorda Nicola Pedde direttore dell’Igs. Ovvero dobbiamo attendere che il governo si insedi, che gli accordi vengano alla luce e che alleanze vecchie e nuove si formino, per poter meglio comprendere l’indirizzo politico dell’Iran dei prossimi anni.12822779_955559404513292_1847130678_o La vittoria dunque è nelle mani dell’artefice degli accordi Vienna, del presidente Rouhani e della sua Lista della Speranza; allo stesso tempo non è stata neppure una sconfitta storica per i conservatori vicini ai Pasdaran ed a Khamenei, infatti lontano dai grandi centri urbani e nella campagna, il potere politico è ancora largamente in mano a queste forze. Mentre la corrente “internazionalista” conquista le metropoli, Teheran compresa, ed i centri urbanizzati. L’ago della bilancia in Parlamento è nelle mani degli indipendenti, con una percentuale di voti intorno al 20%, che agiranno in base agli interessi personalistici del momento. Quello che certamente possiamo notare da queste elezioni è il grande balzo in alto fatto dalla corrente progressista del paese. Un risultato non del tutto scontato per via dell’opprimente presenza del clero sciita nella vita quotidiana dei cittadini iraniani. Ma è un risultato che premia Rouhani e la sua apertura verso il mondo esterno, l’accordo sul nucleare e l’abolizione delle sanzioni. È l’espressione di una nazione giovane, il 69% della popolazione ha tra i 14 e 65 anni, con una età media di 24 anni che vuole viaggiare, studiare e vivere senza il controllo ossessivo del governo e del clero, come del resto hanno dimostrato con la Rivoluzione Verde del 2010; è anche il voto delle donne, con 15 deputate all’interno del parlamento, record storico dal 1970. È il voto di fiducia verso Rouhani e le sue promesse in campagna elettorale per allentare la pressione sulla popolazione e verso una liberalizzazione dell’economia e della società. Queste elezioni avranno anche un impatto fondamentale sulla nomina del futuro Ayatollah: la vittoria riformista cambia gli equilibri all’interno dell’Assemblea degli Esperti in senso meno ortodosso verso la scelta della futura Guida Suprema, Khamenei infatti ha 76 anni e non è esattamente in ottima forma. Vedremo tra qualche mese se Rouhani riuscirà nell’impresa dove Khatami (l’unico presidente propriamente riformista che l’Iran abbia mai avuto) ha fallito: riformare il paese senza l’ostracismo della corrente rivoluzionaria ed in particolare del Consiglio dei Guardiani. La sfida in politica estera del nuovo governo, forte dell’accordo sul nucleare, è senza ombra di dubbio la riabilitazione internazionale. Iniziata con gli accordi sul Jcpoa, molto altro deriverà dal nome del nuovo presidente americano: un’apertura verso Teheran è la linea condivisa dai candidati democratici, mentre sulla sponda repubblicana le opinioni sono divergenti; si va dal totale ostracismo e condanna dell’accordo di Trump ed in parte di Cruz, a segnali possibilisti di Rubio. Inoltre la maggioranza della popolazione iraniana ritiene che non ci si possa fidare degli Stati Uniti. Dunque una distinzione, nei limiti del possibile con Washington, sarà un percorso fondamentale ma al tempo stesso estremamente difficoltosa. Politica estera influenzata anche dell’Ayatollah Khamenei: con un Iran nuovamente attivo nella regione e nel mondo, la Guida Suprema sarà un’ingombrante presenza per la libertà di azione del presidente Rouhani. Un occhio puntato ad occidente verso gli Stati Uniti e l’Europa ed uno rivolto ad Oriente verso Russia e Cina. Per quanto riguarda la Cina è stata la principale destinataria del petrolio iraniano nell’anno passato; gli auspici del nuovo corso iraniano sono rivolti ad un maggiore incremento nell’interscambio commerciale tra le due nazioni che dovrebbero raggiungere e superare i 500 miliardi nel 2026. Accordi che culminano nell’interesse iraniano nel progetto cinese della Nuova Via della Seta. Tuttavia il grande handicap di questo rapporto è la considerazione che la Cina ha dell’Iran: una relazione circoscritta a livello locale-regionale e nulla più almeno per adesso. Per quanto riguarda i rapporti economici con la Russia, il canale principale di collaborazione riguarda il nucleare, nello specifico la conversione di impianti ad uso scientifico. Non secondaria è la possibilità della nascita di un nuovo mercato turistico iraniano verso la Russia e viceversa, di quello alimentare e soprattutto nella difesa e negli armamenti. È a livello politico che le strade potrebbero non correre più parallelamente. Il comune impegno a sostenere Assad in Siria ha interessi diametralmente opposti: l’Iran ha tutto l’interesse a mantenere una forza sciita al potere, che insieme alla maggioranza sciita irachena garantirebbero, Isis ed Israele permettendo, il controllo quasi totale dell’intera fascia regionale del Vicino Oriente a Teheran. Da qui il confronto per procura con l’Arabia Saudita e le altre petromonarchie del Golfo. Viceversa la Russia che non ha alcun interesse ad inimicarsi né i sauditi, né tantomeno Israele con le quali commercia con molta proficuità, garantisce la sopravvivenza del governo di Assad per interessi strategici (il porto di Tartus in primis, che assicura uno sbocco sul Mediterraneo a Mosca). Altro punto di distanza sono gli idrocarburi: Vienna ha offerto la possibilità all’Iran di commerciare nuovamente il suo petrolio ed il suo gas a chiunque sia disposto ad acquistarlo e chi ne potrebbe risentire particolarmente è la Russia, che a causa di questo regime di costi bassi e l’eventualità di ulteriori sanzioni, rischia di vedere crollare il suo export. Infine la rinascita di un paese anestetizzato per anni, che improvvisamente va ad intaccare una sfera di influenza storicamente importante per la Russia e già pesantemente affollata dalla presenza di Cina, India e Pakistan. L’Iran ha vissuto per anni pressoché tagliato fuori da ogni forma di rapporto col mondo, sottoposto a sanzioni e con vicini non esattamente amichevoli, vedendo se stesso come un alieno nella regione, con una popolazione persiana a maggioranza sciita, circondato da paesi arabi sunniti. Dopo 10 anni di sanzioni – le ultime in ordine cronologico – l’economia del paese si è ridotta di più del 12%. L’inflazione al 13% ed una disoccupazione al 12%. Quella dell’Iran è pur sempre la seconda economia della regione Medio Orientale. Il basso prezzo del petrolio non è una nota positiva per Rouhani che però può contare sulle seconde riserve di gas al mondo, pronte ad essere esportate verso Europa ed Asia. A cui dobbiamo aggiungere una solida produzione di acciaio e cemento, un settore chimico e manifatturiero abbastanza sviluppato. 12804458_955559414513291_247659399_nTuttavia il settore pubblico e burocratico pesa notevolmente sulla bilancia dello stato, insieme ad inefficienze e infrastrutture obsolete. Dunque le sfide dell’Iran nel prossimo futuro sono molte sia in campo interno, che estero. Rouhani ha ottenuto un’ampia fiducia dalla popolazione, ma non totale, gli manca la piena autorità: nonostante lo spostamento verso posizioni di centro, è ancora molto forte il potere nelle mani del clero e dei Pasdaran, che faranno di tutto per impedire una rapida liberalizzazione del paese. In campo economico tra gli esperti sembra prevalere la teoria adottata da Garner del Financial Times, secondo il quale l’Iran si avvierà ad un processo analogo alla Cina: sviluppo economico senza connessioni politiche. In campo estero la rinnovata intraprendenza internazionale spingerà l’Iran a cercare una propria dimensione nel mondo, a cercare una maggiore caratura regionale assicurando la leadership sciita in Libano, Iraq, cercando di assicurare al potere Assad per il maggior tempo possibile e proseguendo il confronto con i sauditi in Yemen, conflitto che sta diventando sempre più caldo. Ovviamente l’Iran dovrà fare anche i conti con i suoi vicini, specialmente con un’Arabia Saudita, “libera” dal controllo americano, che sta diventando sempre più una nazione altamente militarizzata ed impegnata ad evitare di perdere il suo ruolo egemone nella regione. A questo proposito un conflitto tra Teheran e Riyadh in un tempo indeterminato nel medio futuro può non essere un’opzione così peregrina. Accanto agli interessi geopolitici nel confronto tra queste due realtà vi è anche il confronto secolare tra i due rami dell’Islam, che di certo non contribuisce a ridurre la tensione. Tuttavia un’Iran forte deve necessariamente passare da un’Iran stabile all’interno dei confini, un’Iran in grado di trovare un suo equilibrio tra desiderio di modernizzazione, aspirazioni dei giovani e conservatorismo del clero ed esercito. In altre parole l’Iran deve sperare che l’asse Rouhani-Khamenei non si rompa per poter garantire un futuro al paese.

GUIDA PRATICA ALLE ELEZIONI NEGLI STATI UNITI – di Filippo Secciani

Mentre la presidenza Obama sta volgendo al termine, all’interno del partito democratico e repubblicano stanno avendo luogo le primarie per stabilire chi saranno i due vincitori che si sfideranno per la carica di 45° presidente degli Stati Uniti. La Costituzione secondo il XXII emendamento, prevede solamente due mandati presidenziali e da qualche mese sono in corso le campagne elettorali in vista delle primarie per la nomina del candidato democratico e repubblicano. Da un lato Hilary Clinton, in calo di consensi, viene sfidata dal democratico di sinistra Bernie Sanders. Sull’altro fronte il ciclone Trump sta travolgendo gli iniziali favoriti Bush e Rubio. Tra le altre candidature minori si segnalano John Mcafee, fondatore dell’omonima azienda informatica, fino ai candidati per il partito comunista. Ultimamente sta circolando la voce di una probabile candidatura da indipendente del miliardario ed ex sindaco di New York, Michael Bloomberg. 12584105_936425499760016_1133421121_nMa come ha luogo il processo elettorale negli Stati Uniti? Le elezioni presidenziali si svolgono l’8 novembre e cadranno come stabilito dalla legge “il martedì successivo al primo lunedì di novembre”: le consultazioni si tengono in un solo giorno, l’election day. I requisiti necessari di un candidato per poter aspirare a diventare presidente sono tre: essere cittadino americano, risiedere negli Stati Uniti da almeno quattordici anni ed avere almeno trentacinque anni di età. In America il voto non è considerato un dovere e per poter esercitare questo diritto è spesso necessario passare attraverso una registrazione, non gratuita in alcuni stati. Al momento di questa registrazione va espressa (di solito) una preferenza politica per un partito o per un altro. L’elettore deve iscriversi alle liste indipendentemente dalle primarie ed indicare il partito per cui simpatizza, che è tuttavia possibile cambiare in qualsiasi momento. Primo step del processo elettorale sono le primarie, che si svolgono da febbraio a giugno dell’anno elettorale, nel corso delle quali vengono nominati i candidati alla carica di presidente (il quale a sua volta sceglierà il suo vice). Generalmente ed in base agli statuti dei singoli stati, durante questa fase sono ammessi al voto solo gli iscritti alle liste elettorali del partito di appartenenza. Le primarie possono svolgersi in due modi, attraverso il Caucus (1) – in cui la scelta del candidato avviene tramite assemblea locale dei rappresentanti del partito di riferimento – oppure tramite consultazione popolare: in questo caso c’è una suddivisione tra consultazione aperta (cioè si può optare per qualsiasi candidato presente indipendentemente dallo schieramento), oppure chiusa (quando si può scegliere solamente il candidato appartenente alla lista elettorale a cui si risulta iscritti). I candidati che nel corso delle primarie hanno ottenuto la maggioranza assoluta dei delegati ricevono la nomina a presidente da parte delle loro rispettive Conventions, nel corso delle quali viene anche nominata/ufficializzata la carica di vicepresidente. Le primarie si svolgono in maniera differente tra i cinquanta stati federali, sono pertanto regolate da leggi statali e non dagli statuti di partito ed in date differenti per un periodo comprensivo di circa sei mesi. È consuetudine che a partecipare alle primarie siano le persone già iscritte alle liste elettorali, ma in alcuni stati è possibile iscriversi anche il giorno stesso delle elezioni. Recentemente alcuni stati hanno adottato la forma di primarie chiuse, cioè possono votare solamente gli iscritti a quel partito specifico. Inoltre variano notevolmente anche i modi ed i tempi in cui è possibile registrarsi: alcuni stati federali prevedono l’iscrizione almeno un anno prima dall’inizio delle primarie, in altri bastano poche settimane o giorni. In altri ancora sono chiuse, ma non per gli indipendenti: ad esempio per Trump possono votare gli iscritti alle liste del partito repubblicano, ma anche chi non è iscritto a nessun partito. Infine ci sono le primarie aperte in cui un qualsiasi avente diritto può votare chiunque; anche qui le modalità variano a seconda dello stato. Come abbiamo visto sono le Convention che determinano il candidato alla presidenza. Quest’anno la Convention repubblicana avrà luogo dal 18 al 21 luglio a Cleveland, mentre quella democratica la seguirà di una settimana a Philadelphia. Come funziona una Convention? Possono parteciparvi tutti i delegati che i candidati presidente hanno ottenuto nel corso delle primarie: ogni stato ha un certo numero di delegati da far eleggere e poi presentare alla Convention. I comitati nazionali di entrambi i partiti scelgono il nome di delegati tra i cinquanta stati federali, la capitale Washington (District of Columbia), i territori senza rappresentanza autonoma (Portorico, Samoa, Guam, isole Vergini) e tra gli americani residenti all’estero. Per conquistare la nomination il candidato democratico deve ottenerne 2242 su 4383. Mentre quello repubblicano dovrà ottenere 1237 delegati su 2472. Di questi numeri fanno parte anche i super delegati – ad esempio i dirigenti di partito, membri di diritto delle Convention. Il sistema prevede che votando per un candidato si esprima una preferenza per un gruppo di delegati e non per una singola persona (non c’è il principio di “una testa un voto”). La suddivisione territoriale è basata su quattro grandi aree geografiche Nord Est, Ovest, Midwest e Sud, in ognuna delle quali ha luogo una consultazione. I primi a scegliere i candidati alla presidenza saranno i Caucus dello stato dell’Iowa (Midwest) il primo febbraio, il 9 febbraio si voterà nel New Hampshire (Nord Est) e poi tra il 20 ed il 27 febbraio repubblicani e democratici si sfideranno tra il Nevada (Ovest) ed il Sud Carolina (Sud). Al termine di questi quattro appuntamenti si svolgerà il Super Tuesday, martedì primo marzo, quando avranno luogo primarie e caucus in quindici stati contemporaneamente(2) e si inizierà ad avere una chiara definizione di chi saranno i due canditati alla presidenza. In modo analogo ogni stato organizza – sempre in modo autonomo – le elezioni per altre cariche federali, statali ed altri livelli amministrativi, successivamente alle primarie presidenziali. Stabilito chi siano i due vincitori delle primarie la campagna entra nel vivo con le presidenziali vere e proprie con la sfida per la Casa Bianca. Nella maggior parte degli stati si richiede che i delegati scelti nelle primarie votino per il candidato al quale si sono impegnati a dare un determinato numero di voti (nelle corso delle Convention nazionali) ma possono anche esserci delegati uncommitted, cioè candidati che non sono sottoposti a questo vincolo. In base alla Costituzione l’ultima parola a livello politico sarebbe nelle mani dell’elettorato, ma non è esattamente così, perché l’elezione del presidente degli Stati Uniti è semi diretta a maggioranza assoluta del collegio elettorale, composto da 538 Grandi Elettori(3). Ognuno dei cinquanta stati elegge, su base demografica, un numero di Grandi Elettori pari alla somma dei senatori (100), più quella dei deputati (435), a cui vanno aggiunti 3 rappresentanti del Distretto Federale di Washington, non facente parte di nessuno stato, ma che ottiene un numero di rappresentanti proporzionale alla sua popolazione, ma per legge non superiore allo stato meno popoloso. Questo concetto dei Grandi Elettori fu inserito nella costituzione dai padri fondatori per tenere le elezioni al di fuori delle common passions. L’immediata conseguenza che si nota da questo sistema è che gli stati con meno popolazione sono sovra rappresentati ed inoltre che basta ottenere la maggioranza di consensi in uno stato per accaparrarsi tutti i voti. Ogni stato esprime con sistema maggioritario un determinato numero di Grandi Elettori. Il cui conteggio totale determina l’elezione del presidente. Vince il candidato che ottiene almeno 270 voti (maggioranza assoluta). Può anche succedere che i candidati non riescano a raggiungere la maggioranza, fenomeno estremamente raro, avvenuto solamente due volte nel corso del XIX secolo. In questo caso l’elezione passa nelle mani della Camera dei Rappresentanti: se nessuno raggiunge il quorum, la Camera dei Rappresentanti sceglierà fra i primi tre candidati alla presidenza che hanno raggiunto il maggior numero di voti attraverso i Grandi Elettori (per cui il candidato vincente potrebbe non essere il favorito della maggioranza degli elettori che hanno espresso il voto). La delegazione di ciascuno stato alla Camera dei Rappresentanti deve esprimere un solo voto, se non riesce ad avere una maggioranza al suo interno, il suo voto non verrà preso in considerazione. Fanno eccezione il Maine ed il Nebraska che sono suddivisi in collegi elettorali con sistema proporzionale. Diventa presidente chi ottiene la maggioranza dei voti degli stati, cioè 26. Ripeto, ogni stato ha diritto ad esprimere due nomi (quale espressione dei senatori) più tanti nomi quanti sono i deputati (il cui numero varia proporzionalmente a seconda della popolazione dello stato: più lo stato è grande, più ha rappresentanti alla Camera dei Deputati) che andranno a costituire i Grandi Elettori di quello specifico stato. Questo vuol dire che anche per una manciata di voti di differenza, un candidato può ottenere tutti i Grandi Elettori dello stato secondo la regola winner-takes-all. Ecco spiegato il motivo per cui i candidati sono molto attenti a vincere in stati popolosi come Ohio o Florida che attribuiscono 18 e 29 Grandi Elettori. Non c’è nessun vincolo, né norma costituzionale che obbliga i Grandi Elettori a votare per il candidato che rappresentano, ma solo norme statali che li legano e la cui inadempienza va dalle sanzioni amministrative fino all’annullamento del voto. Le ultime battute di una campagna elettorale sono rivolte ai cosiddetti swing states, quelli stati in cui tradizionalmente il risultato per la vittoria di un collegio elettorale è sempre incerto, come ad esempio il Connecticut, Indiana, New Jersey, Illinois e nuovamente l’Ohio. Con l’elezione dei Grandi Elettori il cammino verso la presidenza degli Stati Uniti si avvia alla conclusione. Per prima cosa ha luogo la riunione dei Grandi Elettori nei rispettivi stati di appartenenza, “il primo lunedì che segue il secondo mercoledì del mese di Dicembre”, in cui viene eletto formalmente tramite votazione il presidente ed il suo vice. In seguito i risultati vengono inviati al Senato affinché ci sia il riconteggio, terminato il quale verrà ufficialmente nominato il nuovo presidente degli Stati Uniti. Primo atto è l’insediamento (Inauguration Day), cioè la cerimonia con cui ha inizio un mandato presidenziale, fissata nella data del 20 gennaio.

 

1-  La parola Caucus è di origine indiana ed indicava una riunione dei capì tribù. Nel caso specifico delle elezioni presidenziali rappresenta la riunione a livello locale degli attivisti e dei membri del partito. Nel corso della quale (tramite dibattito aperto) sono scelti i rappresentanti che verranno inviati alle riunioni di contea, i quali a loro volta e nella solita forma sceglieranno i rappresentanti da mandare alle riunioni di stato, nel corso delle quali saranno votati i membri che parteciperanno alla Convention nazionale del partito.

2- Alabama, Alaska (repubblicani), Samoa (democratici), Arkansas, Colorado, Georgia, Massachusetts, Minnesota, North Dakota, Oklahoma, Tennessee, Texas, Vermont, Virginia, Wyoming (repubblicani).

3- Numero di Grandi Elettori per stato: California (55), Texas (38), Florida (29), New York (29), Illinois (20), Pennsylvania (20), Ohio (18), Georgia (16), Michigan (16), North Carolina (15), New Jersey (14), Virginia (13), Washington (12), Arizona (11), Indiana (11), Massachusetts (11), Tennessee (11), Maryland (10), Minnesota (10), Missouri (10), Wisconsin (10), Alabama (9), Colorado (9), South Carolina (9), Kentucky (8), Louisiana (8), Connecticut (7), Oklahoma (7), Oregon (7), Arkansas (6), Iowa (6), Kansas (6), Mississippi (6), Nevada (6), Utah (6), Nebraska (5), New Mexico (5), West Virginia (5), Hawaii (4), Idaho (4), Maine (4), New Hampshire (4), Rhode Island (4), Alaska (3), Delaware (3), District of Columbia (3), Montana (3), North Dakota (3), South Dakota (3), Vermont (3), Wyoming (3).