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Siesta africana – di Ermanno Anselmi

Intramezzo di poesia nella veranda.
Studio di frasi, futurismo africano.
Cantare i suoni della costa
mentre lei dorme involta nel lenzuolo solare:
scultore d’una gamba
che immortala e fascia marmorea
una leggenda greca.
Eppure lei è questo:
bassorilievo di sogni scolpiti,
follia cruda.

Intervallo d’azione.
Cuneo rovente sul cranio, futurismo africano.
Stordita, la sua forma giace su le coperte
d’un latte che la scolora e la fa liquida posa.
Acquarello, tinta unica sul cavalletto.
Eppure lei è questo:
stilografia astratta d’inchiostro,
come un vascello confuso
nella turbina dell’onda.

Sosta: vive Calliope sulla mia mano.
Futurismo africano,
brezza di piombo.

Come morente lei,
i capelli sepolti all’indietro nel sonno.
Velo da sposa per nozze valchirie,
coi fiori in testa rattii alla selva.
Eppure lei è questo:
sermone d’occhi chiusi e preghiera.
S’intona roca nella cavità del tempio.
Visione febbrile, bagliore.

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La fronda – di Ermanno Anselmi

Si è scosso in un vento quel tutto
che un tempo chiamavo te
E come facevo ho trafitto
quel tutto

Un muto grondare di neve
sui pruni del viale
un silenzio fattosi greve,
più breve

Di lungo pianto versato di sera
Del ghiaccio in cui ti costrinsi
E come piangevi da sola
sopra la sera

Nascosta intravedo la fronda
L’amore pulsava sul corpo
L’amore di pioggia, che stonda
che batte la fronda

1930 – di Ermanno Anselmi

Un nostro iscritto, che ci ha chiesto di mantenere l’anonimato per non incappare in sospetti di gloria effimera, ha ritrovato nella soffitta di un vecchio casale un libello contenente una trentina di poesie di tale Ermanno Anselmi. Le scarne note della quarta di copertina così recitano:

Ermanno Anselmi (1912 – 1956) fu uno dei primi esponenti del simbolismo crepuscolare italiano. Fortemente influenzato dal Pascoli, no ha mai prediletto una metrica rispetto ad altre. Le opere contenute in questo libro sono le uniche ad ora ritrovate.

Dischiusi i miei sogni diurni,
con gli occhi azzurri dei tempi
le mani striate di nervi
torrenti più verdi sui campi.

Qual era il tuo nome di sidro?
vocio di furtivo tentenno
Qual era quel sogno leggiadro
che scosse ogni pallido affanno?

I tigli nereggiano ancora
in capo alle veglie riposte
esonda la luce di allora
esonda ma senza risposte

E c’era, riempita di nubi
una nostra soffitta piccina
alieni dai grandi connubi
scriveva la nostra rovina.