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VIVA ARTE VIVA: IMPRESSIONI VENEZIANE – di Fausto Jannaccone

Qual’é il ruolo dell’artista nella società? Qual’è la sua missione?

Michel Blazy

Se lo chiedete a me, io credo che l’artista contemporaneo sia chiamato ad interpretare il momento storico che lo circonda, leggerlo attraverso la propria sensibilità, quindi avanzare proposte e soluzioni per un domani possibile.
La Biennale di Venezia, in questo senso, rappresenta l’occasione per fare il punto su questa continua analisi sociale, la cartina di tornasole per un bilancio in itinere.  L’impressione personale è che in questi tempi sempre più instabili ed incerti anche il mondo dell’arte stia riflettendo profondamente, mettendo almeno in parte in discussione “da dove veniamo” e coscienti di “chi siamo” -ahi noi- provare a ripensare “dove andiamo”.

Il passato non è certo la prima volta che venga riesumato e vivisezionato dall’arte contemporanea: d’altro canto però, per molteplici aspetti, il severo giudizio e la parziale riscrittura dello stesso cui si assiste in laguna in questi giorni tradisce una condanna per molti capitoli della(e) nostra(e) storia(e) -colonialismo (Nuova Zelanda, Sud Africa, l’esordiente Antigua ad esempio), governi assolutistici (Russia, Peru, Korea), evoluzioni religiose (Malta, Finlandia)-.
La stessa mostra-evento di Palazzo Grassi e Punta della Dogana, parallela sebbene non inerente la Biennale vera e propria, ci presenta un divertito e divertente Hirst raccontarci la “sua” storia (del mondo, non personale). Ciò ad ulteriore conferma di questa necessità dell’arte di riscrivere la storia.

Roberto Cuoghi
Maria Lai
Gal Weinstein
Hajra Waheed

Preso quindi atto dello status quo, del punto dove siamo arrivati in questa folle corsa dell’umanità, si rivela necessario ed urgente trovare risposte, e direzioni da seguire: la soluzione che Venezia ci presenta prevede un po’ di sana utopia, ingrediente fondamentale nella piatto dell’arte, ma soprattutto tanta, tanta evasione dalla realtà e dalla razionalità.
È infatti la magia la vera protagonista di questa edizione; accanto troviamo il tema ambientale, molto presente, ma anche questo quasi sempre interpretato in maniera molto spirituale e primigenia, come una partecipazione arcaica e primordiale dell’uomo alla natura, dentro la natura, simbiotica nella piena etimologia del termine.
Il padiglione Italia, ad esempio, messo in piedi con ottimi risultati della Alemani, ed il cui nome è appunto “Il mondo magico”, fonda sulla ricerca antropologica di De Martino il suo percorso. Uno dei 9 capitoli del racconto messo in piedi dalla Macel è interamente dedicato all’arte di impronta Sciamanica. Maria Lai e Michele Ciacciofera, anche loro nel tronco principale dell’Arsenale, rispolverano le antiche tradizioni magiche della Sardegna; Peter Miller la magia del colore, Edith Dekyndt della Materia, Kader Attia del suono. Ne cito solo alcuni, ma l’intero Arsenale (colonna portante e vero valore della 57° edizione) è un’esperienza sensoriale e mistica. Addirittura più di una volta vengono stimolati sensi solitamente più marginali nella consueta fruizione dell’arte come tatto ed olfatto: infatti più di una volta ci imbattiamo in opere imperniate sulla corruzione dei materiali organici e le muffe generatesi.
Nel complesso forse non è una delle edizioni migliori tra quelle cui ho assistito, ma più per mancanze dei padiglioni nazionali, tra cui salverei Italia, USA, Grecia, Cuba e Tunisia con una sufficienza piena, risicata invece per Russia, Sud Africa, ed Israele.
La palma di vincitore assoluto la consegno alla dissacrante creazione di Nathaniel Mellors ed Erkka Nissinen che fanno del padiglione di Alvar Aalto il vero pezzo imperdibile di questa Biennale: non si sfioreranno picchi poetici, non se ne ha nemmeno l’ambizione, ma assolutamente si stacca dalla mediocrità circostante.
Una menzione è doverosa per due giovani artisti: Hajra Waheed e Taus Makhacheva.

In chiusura resta da ripetere soltanto, lapalissianamente, come comunque la Biennale dì Venezia sia un evento che non è permesso perdersi: Viva Arte Viva!

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INDOVINA CHI VIENE A PRANZO (intervista impossibile in tono semiserio a Barack Obama) – di Fausto Jannaccone

“Salve Fausto, mi sono permesso di ordinare un mezzo litro di rosso della casa. E del ghiaccio. Non giudicar male… Sai, sono tre giorni che mi portano a destra e a manca nelle migliori cantine, aziende e ristoranti a bere bottiglie su bottiglie di super-brunelli, mega-riserve, grandissime selezioni… Ho la lingua praticamente brasata.”
In una camicia bianca elegantemente informale, maniche a tre quarti, jeans e scarpe da ginnastica, Mr. Obama, l’uomo più pericoloso ed in pericolo del globo fino a pochi giorni fa, mi attende con la più disarmante semplicità del mondo, a sedere ad un tavolino della veranda del piccolo ristorante affacciato sui colli del senese. Talmente a suo agio da invitare, direi costringere quasi anche me ad abbassare le difese che spontaneamente ho indossato uscendo di casa, sapendo di andare ad incontrare, face to face, per dirla con loro, un personaggio che resterà nella storia dell’uomo, piaccia o meno.
Non starò a raccontarvi come sia riuscito ad ottenere questo incontro: nemmeno mi credereste.
In sottofondo nel locale si sente un vecchio disco di De Gregori, ‘Bufalo Bill’, uno dei miei preferiti: “Se avessi potuto scegliere fra la vita e la morte, fra la vita e la morte, avrei scelto l’America”. Inevitabile, non posso che fare un rapido collegamento tra il giovane biondo cantato da De Gregori, che va alla conquista dell’immensa verde prateria, e questo signore che è andato a prendersi quella Bianca casa.
Per quanto non sia così in totale controllo dell’inglese la sua parlata mi riesce assolutamente di facile digestione: già da questo si capisce lo scarto tra il grande comunicatore che ho davanti ed il simpatico signore che ne ha preso il posto, e ci parla a “tweet”.
“Buona sera Signor Presidente”
“Barack, te ne prego…”
“Non so se riuscirò, ma ci provo… Signor Barack”
“Ma come fate, Fausto, a riuscire ad andare al lavoro, la mattina, quando vi svegliate e vi trovate di fronte agli occhi appena aperti uno spettacolo come questo?” indicando con un largo, lento gesto del braccio il paesaggio su cui ci affacciamo, e dove in lontananza, sfumata, si indovina Siena.
La tentazione sarebbe di rispondergli che se non si ha una pensione da ex-presidente degli Stati Uniti, paesaggio o no, tocca andarci al lavoro la mattina. Ma non voleva certo esser scortese, al contrario.
Ordiniamo qualcosa da mangiare ad una giovane, un po’ rustica ma piacevole ragazza. Non mi sfugge l’apprezzamento, comunque educato, nello sguardo del Presidente.
Ordiniamo due primi con verdure di stagione, facendoci portare però prima un assaggio di pecorino e prosciutto toscano.
“Cerco di avere un’alimentazione controllata e di prediligere le verdure -in effetti con Michelle sono quasi costretto- ma qualche strappo alla regola bisogna pur che me lo conceda in vacanza, e per questo prosciutto devo dire ne vale davvero la pena!”
Una profonda risata, seguita da un sorso generoso di vino rosso.
“Sai, ci sono, Fausto, due persone che mi interessano molto in Italia…”
“Papa Francesco e?”
“No, guarda, non è Bergoglio una di queste. Certamente una figura eticamente corretta e valida. E questo va bene perchè è intrinseco nella stessa ‘mission’ per cui la religione è stata inventata dall’uomo.
Come ben sai, però, nel mondo occidentale il progresso ha portato l’uomo contemporaneo a non necessitare più così fortemente il rifugio religioso (cosa che al contrario resta fondamentale nei popoli che sono ancora un passettino indietro nell’ ‘evoluzione sociale’, quel secondo-terzo mondo che comprende ad esempio Sud-America e sud-est asiatico, infatti i maggiori attuali contribuenti in termini umani alla causa cristiana, o quel medio oriente e centro-nord africa dove il fondamentalismo islamico fa breccia senza resistenza alcuna); in virtù di questo non lo ritengo un personaggio capace ormai di spostare molto nello scacchiere sociale mondiale.
Quindi no, non è Papa Francesco una delle persone cui mi riferisco.
E’ Carlo Petrini, invece, il fondatore di Slow Food”
Dopo un attimo di perplessità mi scuoto e riparto “E perchè un ‘uomo comune’ come Petrini suscita interesse in una personalità del calibro di un ex Presidente degli Stati Uniti?”
“Perchè, caro Fausto, è la direzione corretta quella percorsa dal movimento da lui capeggiato: hanno trovato secondo me la chiave giusta di lettura del mondo di oggi e dell’alba di domani”
“Il Profeta nella patria Italia…”
“Non lo definirei certo il Salvator Mundi, il Profeta, come dici tu; ma sull’educazione del cittadino medio si deve fondare il recupero della società attuale. Mi spiego meglio. Per quanto si parli di cibo il concetto è molto più ampio; se il consumatore medio, ruolo principe dell’uomo del terzo millennio, viene educato ad una corretta fruizione delle risorse ne beneficia l’intero sistema: prima di tutto, per esempio, ne viene un guadagno nella soddisfazione del gusto. E quindi un soggetto più appagato e più felice è meglio disposto ad operare correttamente. Quindi ne guadagna in salute diretta, perchè ciò che è prodotto correttamente sarà sicuramente migliore. Con un’educazione adeguata si può spiegare al compratore che se non per specifiche necessità ‘d’emergenza’ la fragola ad esempio va comprata d’estate, e d’autunno le arance. Gli si può spiegare che un’alimentazione corretta non prevede carne a pranzo ed a cena. Potrà capire che probabilmente la pera prodotta naturalmente e non in una coltivazione intensiva avrà valori nutrizionali e sapore migliore. E così con questi piccoli ragionamenti ‘di pancia’ abbiamo: 1) salvaguardato patrimoni tradizionali ed identità culturale 2) ridotto lo spreco energetico per il trasporto di una fragola dal sud america a qui 3) migliorato la salute media dei cittadini 4) ridotto l’abuso del suolo e delle risorse 5) restituito consapevolezza ed autocoscienza all’uomo non più soltanto consumatore passivo, ma partecipe contribuente adesso di un sistema sociale funzionante. Visto che si può fare partendo dall’etica del cibo del movimento di Petrini?”
Esco dal ragionamento abbastanza stordito, complice probabilmente il caldo, ma non posso che convenire con lui. “Avevamo detto esser due, però, le persone italiane che suscitano ammirazione in Obama. La seconda quindi?”
“La seconda è in realtà una figura simbolica: lo chiamerei il ‘milite ignoto della cultura’. O se vogliamo esser meno tragici i “gregari della cultura”. Questo sconosciuto eroe è quella persona -e tante ne ho incontrate qui in Italia- che resta orgogliosamente legato e devoto al patrimonio culturale del vostro paese. Non necessariamente deve esser un addetto del settore, come una guida turistica, un professore di Storia dell’Arte o un impiegato di qualche museo. Anzi talvolta sono i primi a non rendersi conto del valore, non economico ma vitale, direi, etico, culturale, salutare, che circonda loro. Ma sono quella signora o signore che raccoglie la cartaccia da terra quando passa nella piazza, il ragazzo che va a visitare un museo nel giorno di festa, la studentessa che trova il tempo di organizzare un piccolo evento culturale nel bar sotto casa, anche soltanto il giovane che mentre cammina per le strade della vostra Siena alza gli occhi e si capacita della bellezza di una loggia affrescata, un tabernacolo dipinto, la statua di un santo. La conoscenza è la vera forza di cui ognuno di noi può dotarsi autonomamente, in senso lato e nello stretto senso della consapevolezza della vostra risorsa principale: il patrimonio culturale di cui la penisola italiana è disseminata.”
Quasi inorgoglito dal volermi provare ad immedesimare in uno di questi militi, se pur fante ed in ultima fila, resto un po’ inebetito a sognare avendo negli occhi la bellezza delle nostre città, domandandomi al contempo perchè debba uno ‘straniero’ ricordarci chi siamo, e scuoterci da una torpida assuefazione che ci rende terra di conquista per nuovi barbari, e non padroni delle nostre fortune.
Ma è nuovamente il Presidente a richiamarmi all’ordine “E invece lo sai chi è veramente incredibile?”
“Chi è incredibile?”
“Silvio Berlusconi. No, dico sul serio. Quello è davvero incredibile!”
Nel mentre una lunga teoria di auto dai vetri oscurati si avvicina e rallentando si ferma davanti a noi. Quella più vicina a noi apre uno sportello e si affaccia Michelle a chiamare il marito. Lui si alza, mi da una vigorosa stretta di mano, quindi sale al fianco della moglie e dopo avermi salutato entrambi con la mano lo sportello si chiude e la lunga carovana riprende il largo. Dietro alla First lady più amata della storia contemporanea statunitense si intravedevano un bel po’ di buste e pacchi con vari marchi e boutique effigiati sopra.
Eh, sì, ce ne vorrebbero di più, e più spesso, da queste parti di questi Obamas…

NELL’UOVO DI PASQUETTA: PICCOLA RIFLESSIONE SUL SENSO DELLA COMUNITA’ – di Fausto Jannaccone

Oggi è il lunedì di Pasquetta. Questo implica il fatto che nei precedenti due giorni abbiamo partecipato ad un momento dell’anno che ci ha investiti tutti: la Santa Pasqua.
Che l’abbiate passata “con-chi-vuoi” o con le vostre famiglie, che siate stati al lavoro o in vacanza, tutti noi ci siamo trovati a doverci confrontare con questo passaggio del calendario che ci ha fatto accopagnare nonne alla messa, comprare uova di cioccolato ai nipoti, dibattere sulla grande disputa etica dell’agnello e messo a sedere a grandi banchetti; quindi credenti, atei, cristiani, ebrei, musulmani, bianchi, neri, rossi o gialli tutti siamo stati coinvolti in questa ritualità.
Anche io naturalmente non sono potuto esimermi da tutto ciò. E trovandomi quindi a ragionarvici sono arrivato ad una conclusione: il male alla fine dei salmi (è proprio il caso di dirlo) non è la relgione in sé per sé, ma l’uso, o meglio l’abuso che ne viene fatto: ovvero quando la religione, una qualsiasi religione diventi pretesto per limitare diritti altrui.
Che si parli di burqa o eutanasia quando in nome di un credo si pretende di imporre a qualcun’altro un costume o una regola, qui nasce l’abuso della religone che la porta ad essere un male.
Se con estrema ratio ci si mette ad analizzare la religione, qualsiasi, insisto, è naturale che ciò che viene a galla non può esser altro che l’artificio con cui ogni credo viene creato e l’infondatezza, l’impossibilità addirittura dei dogmi fondanti.
Detto questo poi c’è da scegliere quanto vogliamo “limitare” alla pura razionalità le nostrre scelte: cosa vuol dire questo?
Questo vuol dire che l’essere umano non può comunque fare a meno di una spiritualità, di una dose di misticismo cui appellarsi di tanto in tanto e dove rifugiare inoltre alcune necessità “dell’anima”, come paure, speranze, a volte dubbi. E’ una scappatoia che nel tempo ci è servità a spiegare il fuoco, il giorno e la notte; adesso resta se non altro a custodire il grande “perchè sono qui”.
Ad alcuni è sufficiente sapere che gli sia stato insegnato esser questa la verità. Ad altri un po’ più “dubbiosi” quello che viene chiesto è il famoso “atto di fede”.
Ed è su questo però che si regge tutta l’impalcatura identitaria che forma la nostra società, cui possiamo scegliere di conformarci, almeno in parte, o distaccarcene.
Ma le ritualità sono i momenti su cui si fonda la nostra comunità, ogni comunità.
Ritorniamo all’inizio del ragionamento, ed al nostro contesto di immediata pertinenza: sulla base di un calcolo astronomico decidiamo il momento dell’anno in cui celebrare la morte e quindi resurrezione del Dio principale della società occidentale.
Vedete che posta così tutta la questione non fa che fare acqua da tutte le parti.
Ma se dal significato ci spostiamo al significante vengono poi a galla tutte quelle ritualità che su quel momento, su quella “bugia buona”, su quell’ “atto di fede”, si reggono: l’uovo di Pasqua, l’agnello, la gita “fuori porta”.
E sono queste che hanno cotriubuito a formare quel bagaglio di esperienze e ricordi che ci ha reso noi stessi.
In un momento come questo, di sradicamento ed alienazione, dove il rischio di conformarci ed omologarci troppo, per quindi perderci, è ormai tangibile, credo che dobbiamo tener saldo il “da dove veniamo” per poter scegliere serenamente il “dove adiamo”.
Avendo di coscienza di noi stessi possiamo apprezzare l’altro, e dalle diversità nasce la ricchezza e l’opportunità del confronto, dell’incontro, e mai la motivazione di uno scontro.
Personalmente ritengo la religione qualcosa che, nell’accezione tradizionale, non possa che esser relegata ad un passato se pur prossimo e vivo.
Di contro il senso di legame comunitario penso possa esser un valore cui riferire molte delle scelte che abbiamo davanti in un momento storico come questo.

PRESENTI/ASSENTI: PER UNA RIFLESSIONE CRITICA ED UN’ANALISI TECNICA – di Fausto Jannaccone e Michele Piattellini

PER UNA RIFLESSIONE CRITICA (di F. Jannaccone)

Lo scorso giovedì, insieme ad alcuni colleghi del Wunderbar, siamo finalmente andati a visitare “il primo Street Art Quartier senese” (come lo definisce la rivista specializzata “Artibune“), ovvero “un percorso di sette interventi di arte urbana risultato di singole ricerche effettuate da sette street artist” che adorna alcuni angoli di via Pantaneto. Sei di queste sette opere –quella di Silvia Scaringella è stata rimossa dopo il tempo consuetudinario di affissione pubblica- si affacceranno sui passanti della movimentata via senese per qualche settimana ancora.

La sensazione che ho provato al termine di questa promenade è quella che potrebbe avvertire l’uomo che, dopo un digiuno forzato di alcuni giorni, venga rifocillato con un vasetto di yogurt ai mirtilli. Oppure alla persona cui per il maltempo si sia allagata la cantina e gli venga fornito per asciugare un bel fazzoletto da naso. O ancora il viaggiatore che per raggiunger la meta distante molti chilometri sia dotato di un simpatico monopattino. Certo, uno yogurt è meglio che niente, con pazienza il fazzoletto inizierà pian piano a rimuovere qualche stilla d’acqua ed il monopattino permetterà di procede un po’ più agevolmente che a piedi: ma non sono, nessuno di questi, la risposta che speravamo di ricevere.

E’ ovvio che la domanda cui rispondere era e resta di quasi impossibile soddisfazione. E’ quella domanda da cui già più volte sono mosso su queste pagine, per proporvi le mie tediose e ripetitive questioni e tesi: chi può ripagare questa città della chiusura del Centro delle Papesse? O in senso più ampio sarà possibile a Siena aver ancora altri stimoli artistici, oltre al grande patrimonio del passato, che suscitino in noi nuove curiosità, dubbi, interessi, riflessioni ed emozioni?
Sia ben chiaro: se l’obbiettivo dichiarato è avvicinare l’arte alla gente tra il celebre episodio della “Siena sport week” di tre anni fa quando la “Zumba” prese possesso del Santa Maria della Scala e questa iniziativa corrono anni luce di progresso della civiltà, ça va sans dire. Ma personalmente se dicessi che mi ha soddisfatto, beh… no, non riesco proprio; o quanto meno non a pieno.

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(photo credits F. Jannaccone)

Non sto adesso entrando nel merito di una valutazione delle opere, questo lo lascio alla parte “tecnica” di questo articolo a quattro mani (vi posso però confessare che 3 opere mi sono piaciute abbastanza, due meno, una no): parlo del concetto generale di questa sezione intra-moenia di “Cantiere comune“. Si vuol fare di quattro mura un po’ troppe cose: via Pantaneto che fa parte del centro commerciale naturale, via Pantaneto che fa parte della Via Francigena, via Pantaneto che è il quartiere universitario, via Pantaneto che è la strada dello street food, via Pantaneto che diventa in fine lo Street Art Quartier.
Il risultato è che viene definita “street art” l’affissione su di un palazzo storico di un cartellone di carta -mal steso per giunta- che d’impatto ti aspetti esser il programma del “Cinema d’estate in Fortezza”, ed invece no: è un “intervento di arte urbana risultato di singole ricerche effettuate da uno street artist”.

Quando anni fa, vittima anche io del fenomeno commerciale Banksy, mi approcciai alla street art, quello che mi riuscì di capire di questa corrente era agli antipodi di ciò che adesso mi si presenta come street art: periferia, incursione, illegalità, precarietà, volatilità, protesta, underground, antisistema. Vocaboli quali questi erano i protagonisti di ogni ragionamento riguardante la street art.
Bisogna ad onor del vero render conto dei tempi che corrono: stiamo giorno dopo giorno assistendo ad una continua celebrazione e soprattutto musealizzazione delle opere degli street artist, ormai sempre più artisti di corte delle amministrazioni pubbliche. Io, sicuramente duro, non so se anche puro, lo reputo uno dei più grandi tradimenti della “Storia dell’arte”. Ma sono anche conscio di poter esser indietro col passo e molto probabilmente nel torto.
Resta il fatto che questa riflessione porta la mia firma quindi ciò che sto facendo è esprimere il mio punto di vista.

Tirando quindi lo somme su l’oggetto della disquisizione in corso, dico che bisogna dare atto che iniziative come queste vertono comunque in una direzione corretta e da perseguire.

Che comunque si può e deve alzare l’asticella, ponendosi come obbiettivo quello di arrivare a iniziative e progetti di qualità vera.

In fine che all’amministrazione non è più concesso limitarsi a metter il cappello su piccoli sforzi altrui, quali nello specifico la concessione da parte di privati di una saracinesca di garage, ma mettere a disposizione, creare, veri spazi da dedicare alla riflessione contemporanea ed eventi che riportino la città ad esser protagonista del calendario internazionale.

(photo credits F. Jannaccone)
(photo credits F. Jannaccone)
PER UN’ANALISI TECNICA (di M. Piattellini)
-cinque opere scelte-
Benedetto Cristofani: il suo omaggio a Cecco Angiolieri e’ senza ombra di dubbio uno dei più riusciti di tutto quanto il progetto. Visibile alle Logge del Papa 2, 4 l’opera racconta una vecchietta che si prepara ad uscire in strada lasciando alle sue spalle una scia di fuoco con la quale, chissà, vorrebbe ardere il mondo come il celebre poeta maledetto.
Claus Patera: originale il lavoro di Claus Patera che da una parte ci informa su quali fossero per Fracassi, il destinatario del suo omaggio, le caratteristiche dell’artista, dall’altro ce lo rappresenta con una caricatura di un vecchio numero del giornale La Vedetta. In basso sulla colonna del profilo sono catalogati i colori con i quali riempire gli spazi tipo moderna settimana enigmistica.
Silvia Scaringella :sempre arduo confrontarsi con mostri sacri del calibro di Lorenzetti ma la giovane artista ne esce senza dubbio vittoriosa. La sua rivisitazione del celeberrimo Buongoverno ce lo mostra come un angosciante insieme di insetti e animali impazziti che assaltano i vari protagonisti del quadro:unica a resistere la Concordia armata di paletta e carta moschicida.
Jacopo Pischedda: nella sua opera, omaggio al grande Bernini presente nel Duomo di Siena, l’artista ribalta le certezze acquisite finendo per portare la testa del leone al posto di quella del santo e viceversa. E’ adesso dunque un uomo-leone quello che si impadronisce del Crocifisso e tenta di uscire dalla nicchia in cui è collocato. La testa del santo e’ invece finita miseramente a terra.
Giulio Bonasera: nel suo omaggio a Calvino, l’artista ripropone una celebre opera dello scrittore: il Barone Rampante. Ecco dunque un albero, un tavolino, una scala pronti per la scalata verso un mondo altro rispetto a quello che viviamo tutti i giorni. Interessante l’idea di rappresentarlo su una finestra anch’essa simbolo della via d’uscita, della fuga

A.D. 2017: LA RESISTENZA DEL CAPODOGLIO E DI BEETHOVEN – di Fausto Jannaccone

Assuefazione.
Mi viene in mente questo termine se penso al modo di porsi della nostra -mia- mente rispetto alle notizie che quotidianamente, una dopo l’altra, continuano a pioverci addosso; notizie che avrebbero dovuto sconvolgerci, indignarci, smuoverci nel e dal profondo, ed invece non provocano che un piccolo prurito che, grattato appena un po’, può scorrer via come una barchetta di carta sulla rapida corrente di un ruscello montano, lasciando dietro di se forse un post su Facebook e nulla più.
Un -altro- attentato da decine di morti: 39 vittime; 14 vittime; 89 vittime; 3 vittime; 114 vittime.
Un -altra- città rasa al suolo dal carnefice di turno: un’organizzazione governativa “amica”; un dittatore (momentaneamente) nemico; i terroristi buoni, quelli cattivi, quelli più cattivi.
Un -altra- imbarcazione stracolma di anime colata a picco lasciando solamente una traccia nelle statistiche.
Un -altro- abuso ai diritti di un popolo, un -altro- sopruso ai diritti dell’umanità interamente intesa, un -altro- atto deliberatamente violento nei confronti dell’ambiente, della natura, del pianeta.
Cosa riesce a darci quel doveroso, necessario tuffo al cuore ormai estinto? Nulla. E probabilmente nemmeno quando ci riguardi in maniera diretta. Figuriamoci se sia una cosa che riguarda un altro paese, regione, strada, se non il nostro stesso vicino invece che noi.
Stiamo perdendo il senso della misura, dei rapporti, la coscienza della nostra posizione all’interno di un sistema, un tessuto sociale che di noi si dovrebbe comporre, ed invece si compone a mala pena di “io”.
Ci hanno cresciuti e plasmati per diventare piccole macchinette che producano per poter produrre ancora, e quindi possano incanalare tutti i desideri e le aspirazioni in altri prodotti-da-altri.
Testa bassa e non mollare che chi si ferma è perduto, non perdersi in inutili azioni, luoghi, scelte che formino una nostra realtà. La realtà giusta ci viene gentilmente fornita già impacchettata, non resta che sceglier quale: l’ultima serie tv, il reality di cucina, quel social network, un campionato di un qualche importantissimo, imperdibile ed interminabile sport.
Possedere, diffidare dal prossimo, tenutario di ogni nostra minaccia e rischio, chiudersi, arroccarsi e non chiedersi perché.
Perché se vi chiedeste, ci chiedessimo “perché?” rischieremmo financo di renderci vagamente conto di cosa ci stia succedendo attorno, chi siamo noi e di cosa avremmo bisogno.
Se mi promettete che non lo dite a nessuno, ma nessuno eh, mi raccomando, vi voglio confessare una cosa: a volte ci provo. Sì lo so… per questo vi ho chiesto di non farne parola, lo so… ma mi viene. Cosa posso farci?

(Inciso: Mi piace cucinare, qualcuno di voi lo sa, e quindi nel piatto che vi sto preparando, dopo aver sistemato tutto questo contorno, ecco che finalmente posso rovesciarvi nel piatto la portata principale: un paio di generose cucchiaiate di banalità, con un pizzico di retorica e una bella spolverata di scontatezza)

2017eEbbene per quel che mi riguarda ho capito una cosa: io ho bisogno di bellezza.
La bellezza potrebbe davvero esser quel motivo per cui svegliarsi, per cui valga la pena di sudare, per cui battersi, per cui poter lasciar da parte altre cose, per cui andare avanti, oltre tutto quello che come dicevo all’inizio ci prova a sommergere e vuol farci cadere inermi.2017h
Dove, cosa è questa fantomatica bellezza? Credo sia un concetto in parte oggettivo ed in parte soggettivo, quindi vi farò alcuni esempi della “mia” bellezza: la Bellezza per me è Palazzo Te a Mantova, è il cortile della Pizzeria “2 Pini” dove mi portavano i miei da piccolo, è il Canopo di 2017dVilla Adriana, è un cancello in ferro battuto, è l’Etna che fuma, è un cavallo che corre “scosso”, è l’escargot di Chartier, è la ragazza che ride, è il “Tango” delle partite  nel cortile del Liceo, è il piccolo gaviale del Royal Chitwan National Park, è una tovaglia bianca appena messa,2017c è il secondo movimento della Settima di Beethoven, è il pavimento del Duomo di Siena, è il marmo di Carrara, è la cabina telefonica rossa di Londra, è la video installazione di William Kentridge, è il gelato al pistacchio, è il piatto di ceramica decorato a mano, è il capodoglio che sbuffa, 2017aè la Moschea Blu di Istambul, è il Canal Grande, è il bicchiere di vino rosso del vinaio all’angolo, è il contrasto tra pietra serena e travertino, è la farfalla Monarca,2017f è il riccio di mare. Ne viene di conseguenza che vorrei che il mondo, la mia città, la mia vita fossero pieni di Kentridge, Beethoven, vino rosso, capodogli, Tango ed escargot.

Questo è ciò che voglio, devo fare nella mia vita, o quanto meno nel mio 2017: provare a lottare per questo. E se qualcuno mi dirà che la ragazza che ride è oltraggiosa per un qualche credo religioso, beh, farò che rida di più. Se al posto del vecchio laboratorio di ceramica metteranno l’ennesima catena di accessori di plastica, non potrò far altro di evitarne e scoraggiarne l’acquisto: quindi provare a ritrovare dove si sia trasferito il laboratorio, per poter regalare dei bellissimi vasi colorati a chi voglia infettare di bellezza. Se vorranno vendere le statue del Canopo ad un museo di Dubai, non lo so, raccoglieremo delle firme e proveremo a persuadere a desistervi. Se ci sarà la possibilità di assistere alla Settima non potrò farmene sfuggire la possibilità, magari provando a portar con me un amico che scopra se davvero esagero nel tesserne le lodi. Se vorranno radere al suolo un bosco di querce secolari per farci un centro commerciale, cercherò di piantare in un vaso delle ghiande per provare a farne delle nuove bellissime, nobile, verdi querce.
Inalare, praticare la bellezza, potrà creare quel sistema immunitario che possa proteggerci dall’assuefazione e dall’accettazione: ci darà orecchie per sentire, occhi per vedere, potremo capire e scegliere, resistere. Resistere in effetti, è la vera ultima necessità e missione: resistere a chi vuole insinuare la paura e la diffidenza verso il prossimo. Resistere a chi per tornaconto personale vorrà imporci modi, costumi, necessità non nostre. Resistere a chi vorrà scegliere per noi. Resistere a chi vuol privarci della nostra naturalezza ed unicità come della nostra voglia di pluralità e condivisione.
Resistere a chiunque minacci ed ostacoli la Bellezza.

Vi ho avvertiti nell’inciso che il bastimento in arrivo era carico di ovvietà. Ma non credo ci sia concesso far altro che perseguire, promuovere, combattere per la bellezza: vocazione ed ambizione personale, ma anche unica strada, soluzione e redenzione per noi tutti.

“LA MIA CIPRO” DI CRISTINA CHIAPPINELLI: VIAGGIARE RESTANDO A SIENA – di Fausto Jannaccone

hpgoblet-hermione-portkey“Harry!” se Arthur Weasley non richiamasse il giovane Potter, il maghetto rischierebbe di restare in cima a quella collina nell’alba inglese invece di esser trasportato con i restanti Weasley, Hermione Granger ed i Diggory all’ imperdibile, sensazionale finale della Coppa del Mondo di Quidditch tra Irlanda e Bulgaria. Non aveva mai visto, Harry, una Passaporta: “(…) oggetti comuni e quotidiani spesso di scarso valore, come vecchie bottiglie, grucce, lattine ecc. in modo che se un Babbano le trovasse non sentirebbe il bisogno di raccoglierle. Una volta create, dopo aver pronunciato l’incantesimo Portus (piuttosto difficile da eseguire), possono trasportare in un determinato luogo chiunque le tocchi, oppure possono attivarsi in un momento predeterminato e trasportare nel luogo prescelto chiunque tocchi l’oggetto stesso in quel momento” (wikipedia)
Invece in “Le cronache di Narnia – Il leone, la strega e l’armadio”, quando all’inizio del racconto i quattro ragazzi protagonisti si mettono a giocare a nascondino nella vecchia villa, per ingannare il tempo e provare a divertirsi un po’, Lucy si imbatte in un alto vecchio armadio, nascosto da un grande telo bianco, che sonnecchia in una polverosa soffitta; curiosa, la bambina vi entra, e scopre che è molto di più di un semplice “Wardrobe”: è infatti una specie di portale che conduce in una terra incantata chiamata “Narnia”, abitata da fauni, streghe ed ogni sorta di essere fantastico.
Poi ci sono la Tana del Bianconiglio, lo Stargate, il libro sul Regno di Fantàsia, la Delorean ed un’infinità di altri “mezzi di trasporto” che catapulteranno di punto in bianco i vari Harry, Alice, Bastiano in un altro mondo, una realtà parallela, una dimensione fantastica, surreale, lontanissima ed inspiegabile.

Ecco quello che succede a chi voglia concedersi ai disegni di Cristina Chiappinelli: che sia Cipro, Tarquinia o Mosca il luogo raccontatoci dalla giovane illustratrice senese, il suo tratto rende tutto meno afferrabile, non riusciamo a reggerci ben saldi e rimanere con i piedi per terra. Volando dietro a Margherita sulla sua scopa o appoggiandoci per un momento ad un cuscino del simposio, rimaniamo però sempre sospesi e fluttuanti in una dimensione di sogno che ci circonda senza che riusciamo bene a comprenderla. Un po’ come quando la notte sogniamo e “percepiamo” le quinte della scena che stiamo vivendo, sappiamo di esser in un determinato posto o in un particolare momento, ma tutto resta sempre fluido e precario, lo sappiamo, ma un attimo dopo può esser svanito tutto. Questa è la magia di una cifra stilistica che ad una primo impatto può sembrare elementare ed approssimativa, ma se ci fidiamo e ci lasciamo andare ci assorbe e trasporta in avventure esotiche e bizzarre, un po’ come facevano i romanzi di Salgari con i bambini italiani dello scorso secolo.dragomanno1

I soggetti di Cristina sono quasi sempre tratte dalla letteratura, come si evince anche dalla mostra esposta negli ambienti di BiP (presso il bar Il Palio, in Piazza del Campo a Siena, fino al 05/01/2016), ma in questo caso specifico ci offre anche i colori ed i profumi dell’isola di Cipro, dove ha passato un periodo di formazione un anno fa, attraverso 10 spaccati di una terra di confine, isola isolata a metà tra occidente ed oriente.

Rubate 10 minuti a queste fredde giornate di un grigio dicembre e concedetevi il lusso di un viaggio fuori programma.

GOMMONI ARANCIONI SUI MURI DEL PALAZZO – di Fausto Jannaccone

Gomma.

Arancione, tronfia e luminosa si erge tra noi e l’Arte non degenerata e rassicurante, l’Arte Classica, la classica arte: un affronto insolente al nostro amor patrio, alla nostra fede nella cultura pura e nobile storia.

Può questo barbaro d’oriente permettersi un sì volgare gesto mirato a niente altro che far scalpore, quindi pubblicità -tutto ciò inoltre lucrando senza ritegno sulla tragedia contemporanea dei migranti- ed infine profitto? Sì. Lo ha già fatto, e non è la prima volta.

Potremmo adesso aprire un vaso di Pandora ed impantanarci nell’analisi dell’arte con fini lucrativi, in particolar modo nel vasto, confuso e variopinto purgatorio del contemporaneo. Ma non è questo l’articolo che state leggendo.

Se riuscissimo, però, a rompere il colorato guscio di Palazzo Strozzi ci addentreremmo a conoscere “Libero” e ciò che può raccontarci dell’autore e della sua storia, formativa e formante. Infatti Ai Weiwei in parte si è formato attraverso il percorso e le scelte fatte nel tempo; in parte, al contrario, è stato formato da una storia di cui era oggetto e non più soggetto. Di questa seconda parte è stata soggetto la Repubblica Sociale Cineseaiw

La narrazione comincia con il padre Ai Qing, e con le particolari attenzioni che il governo riserva a lui come a molti altri cinesi in quegli anni: questo non può non influire in maniera determinante nel primo imprinting di Ai Weiwei, costretto ad un’infanzia condizionata al limite del “soffocamento”. Qui il padre assurge ad esempio quotidiano ed indelebile, umiliato dal governo ma fiero e fermo nelle proprie convinzioni, e quindi “Libero” già lui. Seguendo poi le orme paterne sarà l’artista a sua volta, adulto, a provare sulla propria pelle le “cure” governative.

Tutta la sua opera si genera da questo binomio conflittuale quanto imprescindibile: i soprusi, le ingiustizie ed angherie del potere contro l’innocente sofferenza, i dolori e le ferite dei deboli, degli oltraggiati, degli ultimi. E per loro -tra loro- si pone l’autore stesso, forse non ultimo o debole ma certamente vittima ed oltraggiato. Ecco quindi i lavori sulla prigionia e l’ostentazione delle “macerie” dei suoi mondi non conformi e quindi eliminati.

Adesso probabilmente iniziamo a trovarci meglio disposti a digerire  la “sconveniente” maschera di gomma del Palazzo di Filippo Strozzi.

Ma nemmeno l’antologica fiorentina dell’artista cinese è il vero oggetto del nostro disquisire: lo è invece proprio lo spazio che intercorre tra la gomma arancione e l’arenaria che compone l’edificio; quindi lo “spazio metafisico” che avvolge e compenetra l’edificio stesso e chi ne anima le stanze, le strade circostanti, la città ospite: fruitori della mostra, passanti, critici entusiasti e feroci detrattori della mostra, tutti sono costretti a respirar quest’aria viziata.

Questa fragranza si compone di una marcata e sostanziale base di patrimonio artistico-culturale, nota caratteristica di città come Firenze e tanta parte dello stivale; a questa si aggiunge un pizzico di trasgressione, quella “spezia esotica” che è l’arte contemporanea. Ne scaturisce un ricco bouquet, un aroma nuovo e che sempre più incontra il gusto del moderno cosmopolitismo urbano.
E’ infatti tendenza sempre più diffusa nei centri culturali del mondo ed adesso anche nazionali di mescolare e sovrapporre i più disparati ordini, periodi, tecniche e categorie artistiche: sarà sempre più probabile imbattersi in sale di gallerie e musei che espongono alle pareti tele di artisti contemporanei a far da contorno a sculture di epoca classica, o viceversa capolavori dell’arte figurativa affacciarsi su installazioni degli ultimi anni.

Gnam, Roma (da Repubblica.it)
Gnam, Roma (da Repubblica.it)

Naturalmente è auspicabile che una strada come questa si percorra con la massima attenzione, tatto e cautela, magari dosando la “contaminazione“: ciò non di meno il dialogo tra epoche e stili non può che esser la chiave di (s)volta, soprattutto in una realtà come quella italiana, così unicamente ricca di patrimonio, per poter proseguire un percorso di crescita, evoluzione ed aggiornamento del panorama culturale.

Ecco dunque un orribile gommone farsi contraltare e sparring partner al contempo della porta di Ghiberti, del campanile di Giotto, della cupola del Brunelleschi e del David. Una moderna disputa il cui vincitore sarà sempre e comunque il dibattito culturale, e quindi entrambi le due parti ne usciranno rinnovate di attenzione ed interesse.
Firenze negli ultimi anni si è posta a capofila di questo modus operandi, popolando le sue celebri piazze e monumenti con opere di Koons o Fabre, ad esempio, e così non può che fare anche Siena.

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Cildo Meireles, Orte de’ Pecci, Siena (2003)

Forse il sorriso di Clet non aveva quello spessore artistico capace di farne un vero veicolo di rinnovamento e stimolo, per fertilizzare l’humus culturale locale, ma non riesco a condannarlo in toto come tentativo: bisogna solamente farlo meglio. La Cracking Art altrettanto poteva non esser un’idea eccezionale e certamente non nuova; poteva inevitabilmente soccombere messa a confronto con le bellezze cui veniva accostata, ma se non altro suscitava pulsioni -fossero anche di sdegno- e proprio nello stesso suscitare aveva già messo a segno il suo punto.
La Scala di Cildo Meireles o la Goccia di Tony Cragg…. ecco lì sì che c’eravamo davvero. E se a qualcuno la “pera” non piace pazienza: insistere, spiegare, educare, proseguire e crescere. Un’opportunità come quella rappresentata dal rimpianto Centro delle Papesse temo non si presenterà più da queste parti, ma il ritorno verso una strada che affianchi alle nostre meraviglie il vivace fermento di cui l’arte contemporanea riesce a farsi portatrice è assolutamente alla nostra portata. Individualità di assoluto rispetto e dalle grandi capacità stanno già facendo cose egregie: mi viene in mente la Galleria Fuori Campo, protagonista a livello internazionale e puntualmente propositiva sul territorio. Oppure la meravigliosa novità del Museo d’Inverno curata da due artisti autoctoni ma di respiro ben più ampio come Eugenia Vanni e Francesco Carone. E poi le mostre al Tubo, il Caveau di Serena Fineschi, gli articoli di Giulia Maestrini, il seminascosto ma davvero eccellente Siena Art Institute.

In fin dei conti a guardar bene il panorama non è così poi desolante: adesso sta alla città partecipare e promuovere ciò che nuovamente riporti Siena da città museo ad esser crocevia e tappa obbligatoria della “mappa culturale mondiale”.

LA CIPOLLA E IL BASILICO (UN RAPIDO SGUARDO SUL 2015) – di Fausto Jannaccone

Attenzione! Non è un’altra fantasiosa ricetta della pagina “#gianochef”. Sono la Cipolla ed il Basilico rispettivamente una metafora  ed un simbolo utili a descrivere l’anno 2015 appena conclusosi.

IL BASILICO

20160107_092131_HDRPartiamo dal secondo dei due: nell’immagine qui allegata potete vedere il basilico che si affaccia dalla mia finestra sulla sottostante strada; come si può ben evincere dalla foto non ho scelto di condividerlo con voi per vantarmi di doti agronomiche che non mi appartengono; se in città c’è uno Jannaccone dal pollice verde, beh, quello non sono io.

Vi mostro il basilico perchè questo, insieme alla pianta di habanero che gli fa compagnia sul davanzale, non sono nel posto giusto al momento giusto: questo perchè fuori tempo massimo sono soprattutto gli oltre dieci gradi che stanno continuando ad “allietare” le nostre giornate dicembrine e di inizio anno.

Così una pianta in vaso diventa l’ennesima cartina al tornasole a ricordarci la profonda malattia del pianeta dove abitiamo. Sono anni che ricercatori, scienziati, ecologisti talvolta isterici ci raccontano questa storia; ma la novità rispetto al passato  è che non è più un lontano orso bianco ad essere minacciato, o quanto meno non solo. Ora siamo noi stessi, noi di Milano, Roma, Pavia, Torino, Benevento, Siena. Non porterò davanti alla giuria il caso di Pechino ed il suo oramai quasi esilio dalla condizione che fa della terra l’unico pianeta abitabile a noi conosciuto; voglio altresì tralasciare le decine di morti che hanno flagellato il Regno Unito a causa delle sorprendenti inondazioni degli ultimi giorni, così come le migliaia di sfollati in America del Sud.

Guardo, miope e provinciale, al nostro piccolo orticello: molti di noi avranno molto umanitariamente comprato la pasta Rummo, simbolo dell’alluvione nel beneventano. Tutti noi conosciamo almeno un rugbista che ultimamente si sia ritrovato volontario a spalare via il fango da garage e cantine sommerse. E qualcun’altro di noi si recherà a breve su di un Monte Bianco, che tanto bianco poi non lo è più. Tanto per farvi qualche piccolo esempio di come tale questione sia diventata argomento del quotidiano.

LA CIPOLLA

Quando in cucina dovete cimentarvi nella preparazione di una cipolla sapete sin dall’inizio che, chi prima chi dopo, ad un certo punto dovrete cedere alle lacrime. Ecco così che la scelta della cipolla come metafora per misurare il polso al mondo si rivela doppiamente calzante.

Abbiamo qualche riga sopra analizzato la buccia mezza avariata del nostro pianeta-cipolla, e quando iniziamo a penetrare leggermente più a fondo nell’analisi, scopriamo che anche chi sotto a quel cielo inclemente abita non può assolutamente dormire sonni tranquilli: il 2015 non potrà che esser ricordato come come l’anno che si è aperto con l’attentato alla redazione della rivista parigina Charlie Hebdo e chiuso con il Bataclan, come un “uroboro sociale”, dove la fine combacia con l’inizio, e viceversa. E tra questi due episodi molte altre macchie nere di drammatica cronaca quotidiana: Tunisi, Ankara, Beirut, Il Cairo; e, più lontani da noi e così meno udibili, non dimentichiamo i colpi di arma da fuoco di Boko Haram che hanno terrorizzato l’Africa centrale. A guardare questa catena di fatti dall’alto si può scorgere il fil rouge che lega tutto, ovvero quel “terrorismo“, vuota generica parola che sta iniziando ad inquinare i nostri incubi notturni ed infestare le redazioni giornalistiche.

21-inchiesta-bambini-immigrati-donna-663682Dietro a tutto ciò troviamo il comune denominatore della religione, mai quanto adesso  veicolo e pretesto di odio e divisione; davanti invece restano le persone, gli esseri umani.

Primi tra tutti quelli che scappano: ecco parallelo al primo binario degli attentati, il secondo su cui è scorso questo 2015, quel binario immaginario dove corrono le speranze di milioni di migranti. Affogati, arrestati, schedati, accolti, respinti, trattati e dibattuti nelle stanze dei bottoni, usati nelle campagne politiche.

Ed il tema dell’esodo è ciò che più di tutto ci lascia in eredità l’anno passato. I profughi di guerra adesso, i profughi climatici domani, per tornare per un attimo ad allacciarci alla questione d’apertura.

Lo strato successivo della cipolla è ormai vicino al cuore dell’ortaggio, e qui ci siamo noi: fuori il clima del pianeta, sotto l’attualità che ci circonda, sotto ancora la nostra vita, la sfera personale.

Il XX secolo è stato un precipizio vorticoso che ha portato alla conquista dei diritti per l’umanità, alla libertà del singolo: di spostarsi con maggiore semplicità, di decidere cosa pensare, di non dover render conto che a noi stessi riguardo a chi credere, chi amare, chi seguire e come farlo. Tutto a portata di mano, l’altro capo del mondo ad un click da noi. D’un tratto però ci rendiamo adesso conto, come chi bruscamente venga svegliato da un dolce sogno, di quante difficoltà si portino dietro le parole più dolci per un uomo, come “libertà”, “diritto”, per assurdo “democrazia“.

Quella facilità di viaggiare, ad esempio, viene oggi imputata tra le cause del veicolarsi del “pericolo”, e così ci scopriamo pronti a cedere parte della conquistata libertà di spostamento in cambio di maggiore sicurezza. Quindi il web, la magia del nuovo millennio, da cui ormai dipendiamo quasi totalmente, osannato per aver concesso la possibilità a popoli altrimenti “prigionieri” di spezzare, almeno in apparenza, le catene, si è rivelato il mezzo sine qua non con cui poter diffondere anche tutti quei messaggi fuorvianti che portino alla deriva dei singoli, forse più deboli ed indifesi, ed a organizzare indisturbati tutto il terrore che adesso sentiamo, pur non vedendolo,  pendere sulla nostra testa quali novelli Damocle. Il clima del terrore, più o meno fondato che sia, si è servito nel suo generarsi dello stesso progresso che ci ha portati ad una migliore qualità della vita. Due facce di una medaglia cui è ormai impossibile rinunciare.

Così ci troviamo a dover “scegliere” di restituire la conquistata libertà in nome sempre di una supposta maggior tranquillità: impronte digitali per i documenti d’identità, continuo monitoraggio dei nostri movimenti tramite i nostri amati smartphone, continuo controllo di ogni nostra singola attività attraverso feedback quotidiani, dalla moneta virtuale in giù. A Londra sono anni che il centro è esplicitamente videosorvegliato: a questo punto mi domando se non sia da ritenere questa soluzione attuabile anche nei centri delle nostre città così che vengano tenuti sotto controllo quei micro reati come i danneggiamenti, i piccoli furti, le ragazzate.  Dopo essermi posto questa domanda personalmente mi rispondo anche che sarebbe un bel rischio concedere anche questa ulteriore “vittoria” al Grande fratello che Orwell aveva fantascientificamente predetto.

Tornando in chiusura all’ortaggio del titolo, siamo finalmente arrivati al cuore della cipolla: abbiamo versato un bel po’ di lacrime, ma adesso possiamo finalmente farne una gustosa ricetta. Il 2015 descritto sin qui non lascia trasparire alcuna luce, alcuna nota positiva, ed in parte in effetti è così. Ma anche questo anno, come ogni altro anno che lo ha preceduto, è stato scandito da momenti lieti. Ognuno di noi avrà avuto le proprie personali soddisfazioni, e questo non posso certo esser io a conoscerle. Ma certamente posso aver condiviso con voi la soddisfazione per una buona annata del Brunello, ad esempio. Come alcuni di voi ricordo felicemente l’esperienza della visita di un’Esposizione universale. Nh-pluto-in-true-color_2x_JPEGSì, so come molti di voi non abbiamo che critiche anche per questo evento, ma per quanto mi riguarda è stata un’esperienza positiva. Così come per me è stato un piacere poter finalmente vedere al cinema un episodio di Star Wars, cosa che fino adesso non era stata alla mia portata,  prima per impossibilità anagrafica, quindi per “ignoranza in materia”. Abbiamo poi visto la luna diventar rossa, durante una notte in bianco, e New Horizon mostrarci su Plutone un enorme cuore marrone.

Dal 2016 non mi aspetto altro che questo, 366 giorni di alti e bassi, notizie migliori e peggiori, scelte più fortunate, altre meno. Quello che tutti noi dovremmo riuscire a fare è riprendere per noi stessi un po’ del tempo che sempre di più vola e ci sfugge tra le mani: il tempo per cucinarsi un buono e sano piatto in casa invece di comprare cibi già preparati, il tempo di spostarci ogni tanto a piedi invece che per forza sempre correre istericamente su mezzi privati. Il tempo di guardarci intorno e godere della bellezza che imperterrita continua ad abitare questo mondo.

Il Nepal in bianco e nero – di Fausto Jannaccone

“Secondo me avresti dovuto farle a colori…”, questo mio fratello dopo aver visto le fotografie appese alle pareti del bar. Certo che avrei potuto, assolutamente avrei potuto, e non nego che sicuramente alcune delle immagini avrebbero avuto un passo in più,una vitalità immensamente maggiore. Già, appunto vitalitàContinua a leggere Il Nepal in bianco e nero – di Fausto Jannaccone

TUTTO PIERLUIGI SACCO: CAPITALI EUROPEE, STATI GENERALI, ESPOSIZIONI UNIVERSALI E MOLTO ALTRO – di Fausto Jannaccone

Ormai qualche mese è passato da quei fatidici giorni di metà Ottobre, quando svanì il sogno e si concluse il percorso della candidatura senese a Capitale Europea della Cultura. Il ferro è oramai freddo, ed il vento si è almeno in parte placato. Per questo siamo andati a bussare, con qualche domanda, alla porta del Professor Pierluigi Sacco, direttore del progetto e vero Deus ex machina del fermento culturale che ha animato la città negli ultimi anni. Continua a leggere TUTTO PIERLUIGI SACCO: CAPITALI EUROPEE, STATI GENERALI, ESPOSIZIONI UNIVERSALI E MOLTO ALTRO – di Fausto Jannaccone