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INSIDE FINSBURY PARK – di Federica Corbelli

La routine è sempre la stessa. Ti svegli con un messaggio di un amico che ti dice che ha letto quello che è successo e ti chiede se stai bene. Ti affretti ad aprire la pagina web della BBC o del Guardian, con il cuore in gola, pensando ‘adesso cosa è successo, dove è successo, quante vittime ci sono, dove sono i miei amici, come stanno?’.

Questa mattina è andata così. Mi ha scritto un’amica da Siena, chiedendomi quanto sono vicina dalla stazione di Finsbury Park, dove c’era stato un attacco.
Ho aperto la pagina della BBC in uno stato di shock totale, la conferma di un attacco terroristico contro musulmani che stavano uscendo da una moschea. Ieri sera ho sentito delle sirene spiegate, ma non più del solito, a mezzanotte probabilmente già dormivo. Ho guardato la mappa dell’attacco, la strada che percorro tutti i giorni da casa alla metro.
Finsbury park non è un quartiere a maggioranza musulmana, c’è una grande comunità musulmana, e in generale di migranti medio-orientali, ma non solo. È un quartiere ben collegato con il centro, relativamente economico, non particolarmente bello (ricordo ancora la faccia che ha fatto mia mamma quando mi ha aiutato a fare il trasloco) – la ‘gentrification’ è ancora abbastanza lontana, quindi accoglie tutti, migranti europei e non, studenti, working-class inglese. Un articolo del Guardian oggi definisce il quartiere ‘One of London’s most diverse neighbourhoodshttps://www.theguardian.com/uk-news/2017/jun/19/scene-of-the-finsbury-park-van-attack-one-of-londons-most-diverse-neighbourhoods
Ed è assolutamente vero. È un quartiere ‘rough around the edges’ ma pieno di personalità. Un quartiere che si colora di rosso quando gioca l’Arsenal e tutti i pub sono presi d’assalto.
Un quartiere in cui è facile vedere gente dall’aspetto strano, ma nel quale non mi sono mai sentita in pericolo, la sera tardi, la notte, la mattina presto. È un quartiere che rappresenta Londra al meglio, Londra come mix di culture e religioni. Non voglio dipingerlo come il quartiere migliore in assoluto, non è un luogo idilliaco in cui tutti vivono in pace, e mi è capitato che un barbone mi urlasse contro ‘Fuck you, yeah, I’m talking to you! FUCK YOU!!!’, ma è il quartiere che mi ospita, il quartiere a cui sono affezionata, è il mio quartiere.
Questa mattina l’atmosfera era surreale, Seven Sisters road (che collega Holloway Road, una delle strade principali di Londra nord, alla stazione di Finsbury Park) di solito è trafficatissima di lunedì mattina, oggi il traffico era chiuso, per raggiungere la stazione si poteva solo andare a piedi, quindi mi sono unita ai pedoni che nel silenzio più totale si dirigevano alla stazione. Lungo la strada principale solo polizia e giornalisti.
Una bambina che mi camminava di fianco mi si è avvicinata e con un tono da adulta mi ha detto ‘ci sono dei feriti gravi sai?’, ho saputo rispondere solo con un ‘lo so, è triste vero?’.
Sono passate ore da quello che è successo e continuo a vivere in uno stato di shock, mi faccio domande alle quali non so rispondere e soprattutto mi chiedo ‘e ora?’.

Forse è semplice chiudere con un messaggio di ottimismo e speranza, dicendo che Londra supererà anche questo, quindi lascio semplicemente parlare la frase del giorno, scritta dall’azienda dei trasporti di Londra:

‘Tough times don’t last. Tough people do. Stick together all of us’.