Archivi tag: giappone

LA CRISI DELLA COREA DEL SUD E’ UN AFFARE INTERNAZIONALE – di Filippo Secciani

Le notizie che giungono in questi giorni dalla Corea del Sud non sono affatto di buono auspicio per un raffreddamento delle tensioni regionali. La Corte Costituzionale, con 8 voti a favore su 8, ha confermato dopo quanto stabilito dal Parlamento (il 9 dicembre) con 234 voti contro 56, per l’impeachment nei confronti del presidente Park Geun–Hye per corruzione. Incriminazione peraltro ottenuta anche grazie ai voti degli stessi membri del partito della Presidente. Le accuse sono molte e racchiudono un’ampia varietà di reati. Si va dall’estorsione, corruzione, abuso di potere, fino alla rivelazione di segreti d’ufficio. Da quanto emerso dalle indagini della magistratura pare che dietro le quinte della Casa Blu, a muovere le fila della politica coreana fosse la consigliera speciale del Presidente Park e sua amica di infanzia: Choi Soon-Sil. La sciamana che teneva in pugno la Park, influenzandone costantemente le sue decisioni politiche attraverso la consultazione di numeri ed astri, è stata accusata di estorsione nei confronti delle grandi aziende del paese per un totale di 69 milioni di dollari – tra le quali spicca anche la Samsung, il cui vice presidente Jay Y. Lee è finito in carcere alcuni mesi fa per tangenti. Le due famiglie Choi e Park sono legate da molto tempo, da quando il padre di Soon-Sil ex poliziotto divenuto nel frattempo fondatore di una setta evangelica riuscì ad inserirsi nell’establishment coreano fino ad arrivare a condizionare l’allora presidente Park Chung-Hee che prese il potere nel 1961 attraverso un golpe, per poi venire assassinato nel 1979 dal capo del suo stesso servizio segreto; l’azione di tale gesto fu motivata dall’attentatore come tentativo di eliminare dalla presidenza l’influenza del santone Choi Tae-Min. La situazione che sta vivendo oggi la Corea è abbastanza negativa, la concussione è presente pressoché fra tutte le compagini politiche: l’ex Segretario Generale delle Nazioni Unite Ban KiMoon ha dovuto rinunciare alla corsa per la Presidenza, in seguito al coinvolgimento del fratello in un affare di tangenti. La rabbia e la delusione dei cittadini esplosa con la questione Park, era già ricolma a seguito di una lunga serie di scandali di corruzione che hanno investito la classe politica ed economica del paese. Come se ciò non bastasse va aggiunto anche il fallimento della settima flotta commerciale mondiale, la Hanjin, che ha dovuto chiudere per bancarotta a metà febbraio, lasciando senza lavoro numerose persone ed impoverendone molte altre. Il 9 maggio avranno luogo le nuove elezioni (per il momento la presidenza è occupata ad interim dal Primo Ministro Hwang Kyo-Ahn) il favorito continua a rimanere con più del 36% il candidato del partito Democratico Moon Jae-In, esponente della sinistra, il quale si è dichiarato fin da subito contrario al sistema antimissilistico americano anti Pyongyang. Le vicende interne che riguardano questa nazione non sono circoscritte alla sola penisola coreana, ma hanno risvolti molto più ampi e non confinati alla sola regione nord asiatica. Si intrecciano sicurezza, affari, economia, politica e molto altro. I grandi attori internazionali osservano con molta attenzione Seoul. Durante la visita di Abe a Trump nel novembre del 2016, il Primo Ministro giapponese ha espresso all’allora neo presidente eletto tutte le preoccupazioni degli alleati regionali per un eventuale cambio di strategia di Washington. Paure evidentemente infondate in quanto la nuova amministrazione repubblicana ha riconfermato i rapporti estremamente forti tra Stati Uniti, Giappone e Corea del Sud in funzione anti cinese ed anti Corea del Nord. In tal senso un fondamentale passo in avanti è stato compiuto con la firma di un accordo tra Tokyo e Seoul per la rapida ed efficiente condivisione di informazioni di intelligence militare per quanto riguarda attività militari e soprattutto nucleari della Corea del Nord. L’accordo è stato firmato il 23 novembre 2016 e viene indicato con l’acronimo GSOMIA che sta ad indicare il General Security of Military Information Agreement. Prima ancora che strategico questo accordo ha una rilevanza storica non di poco conto in quanto si tratta del primo patto militare firmato dai due paesi dalla Seconda Guerra Mondiale e dalla liberazione della Corea dall’imperialismo nipponico. Fin da subito si è detta contraria la Cina, che non ha nascosto il suo timore che dietro al contenimento verso la Corea del nord, si nasconda in realtà uno strumento di deterrenza contro Pechino. Il rischio è di incrementare il livello di tensione in una regione già altamente elettrica. Tuttavia questo accordo non deve far credere che i rapporti tra Giappone e Corea del Sud siano convergenti, anzi. Tra i numerosi punti di criticità, uno dei più determinanti è la questione delle cosiddette “donne di conforto”, ovvero coreane costrette a prostituirsi per i militari durante l’occupazione giapponese. Altra fonte di stress è la contesa per le isole Dokdo/Takeshima, che sebbene rientrino all’interno dei confini territoriali coreani sono reclamate da Tokyo. La questione non è tanto incentrata su vaghe questioni geografiche e storiche, quanto sulle ingenti (a quanto sembra) quantità di gas naturale presenti sotto i fondali. Per quanto riguarda i legami con gli Usa, nonostante il parere contrario delle forze di opposizione, la presidenza Park ha firmato con gli Stati Uniti d’America un accordo per l’installazione in tutta la nazione del sistema antimissile THAAD (High Altitude Area Defense Terminal), progettato per abbattere i missili di breve/media gittata provenienti da Pyongyang; anche in questo caso sono state molto veementi le proteste di Pechino, ancora una volta minacciata dalla presenza di strumenti bellici molto vicini ai propri confini. Ma è soprattutto all’interno del paese che sono presenti le maggiori rogne. Il malessere sociale che stava già imperversando nel paese si è manifestato nel corso delle ultime elezioni dell’aprile del 2016 per il rinnovo dei 300 seggi del parlamento; in questo caso gli elettori hanno inviato un segnale molto chiaro ai due maggiori partiti ed in particolare a quello di governo. Rispetto alle elezioni precedenti, l’elettorato attivo andato alle urne è aumentato del 2,3%, recatovisi fondamentalmente per esercitare un voto di protesta contro il presidente Park ed il suo partito Saenuri, costatole la perdita del controllo della maggioranza in Parlamento. Altro dato estremamente sensibile è stata la frammentazione delle forze di opposizione schierate contro il partito conservatore, che amplificano il senso della disfatta del partito di governo ancora più vigorosamente e la nascita del People’s Party (febbraio 2016) di carattere liberale e centrista che in poco più di un mese dalla sua nascita è riuscito a strappare 38 seggi su 300. Nonostante gli ingombranti vicini del Nord la quasi totalità della campagna elettorale si è incentrata su questioni economiche. Ormai ben lontana dal boom industriale vissuta a partire dalla dittatura Park degli anni sessanta fino ai primi anni della recente crisi economica, questa Tigre Asiatica sta vivendo una recessione, provocata dal forte calo dell’export, dall’elevato indebitamento familiare e da una crisi occupazionale giovanile che sfiora il 10%, a fronte di una disoccupazione totale intorno al 3,5%. Appare chiaro dunque che in questo quadro di estrema incertezza sociale ed economica la sicurezza nei confronti della Corea della Nord non abbia occupato i primi punti delle agende dei candidati alla presidenza. Nonostante l’ennesimo scandalo abbia indicato come il sistema coreano sia basato su un forte approccio clientelare nei rapporti tra politica ed affari e la crisi economica l’abbia vista protagonista in negativo, nell’ultima decade alcuni settori industriali del paese hanno avuto performance di notevole interesse, merito anche della firma di accordi di libero scambio sottoscritti con gli Stati Uniti (Free Trade Agreement between the United States of America and the Republic of Korea) e con l’Unione Europea (European Union–South Korea Free Trade Agreement). Settori come l’elettronica, l’automobilistica ed il conglomerate sono all’avanguardia. La lotta per il “dominio” dei prodotti elettronici è un’ulteriore causa di tensione con l’altro grande leader di questi prodotti: il Giappone. Entrambi i paesi sono a vocazione prevalentemente esportatrice ed entrambi smerciano la stessa tipologia di prodotti verso i medesimi mercati e soprattutto entrambi questi settori garantiscono entrate per le loro economie. In questo quadro si è inserita con irruenza la Cina forte della sua posizione predominante. L’importanza delle relazioni tra questi due paesi va ogni giorno rafforzandosi sia a livello economico sia politico. Politico per l’importanza che assume Pechino nella gestione delle relazioni con Pyongyang ed economico per i legami che si fanno sempre più intensi tra Corea del Sud e Cina. Da qui la dura presa di posizione dei partiti opposti al governo Park per la ratifica dell’accordo GSOMIA e soprattutto per il dispiegamento sul territorio coreano del sistema anti missilistico, da pochi giorni giunto nella provincia dello Gyeongsang. La Corea dunque si trova di fronte ad una scelta obbligata: trovare una soluzione di equidistanza tra Washington e Pechino che non irriti nessuna delle due parti. Appoggiarsi ad una delle due potenze e scaricare l’altra non è un opzione praticabile al momento. La crisi che l’ha investita, sia a livello sociale che politico, non le permette ampi margini di manovra e il buon andamento di qualche settore dell’export non garantisce quella stabilità economica per intraprendere azioni avventurose in politica estera. Quello che si va delineando è sicuramente il periodo di maggiore difficoltà con l’alleato storico americano. Sebbene Trump prima ed il Segretario Mattis poi abbiano garantito l’impegno degli Stati Uniti a difesa della Sud Corea dalla minaccia nucleare del Nord, è chiaro che Washington non veda certo con piacere l’apertura di Seoul verso la Cina e sia ulteriormente preoccupata per chi possa essere il futuro presidente della Repubblica e per quali saranno le sue mosse politiche in campo internazionale; ad esempio nella gestione dei rapporti con la parte nordcoreana. Ulteriore punto di frattura potrebbe essere l’iniziativa di Trump per la rinegoziazione del trattato di libero scambio firmato tra i due paesi, usando come leva le spese per il mantenimento delle forze americane sul territorio coreano (circa 28500 uomini). Infine un fattore esterno da Seoul ma che avrà un impatto determinante è capire quale componente del sistema burocratico americano avrà maggiore peso sulle scelte del presidente Trump, il Dipartimento della Difesa, la Segreteria di Stato, o il Consiglio di Sicurezza. Anche la distensione con il Giappone sebbene abbia fatto passi da gigante continua a rimanere impantanata su alcuni punti di difficile soluzione. La questione delle “donne di conforto” probabilmente non si risolverà e rischia di avere ripercussioni anche nei confronti dell’accordo GSOMIA, facendo fare ai due paesi un salto indietro di venti anni. Cancellazione dell’accordo sulla condivisione di informazioni di intelligence che sicuramente avverrà se a vincere sarà la componente di centro sinistra, dalle cui fila molto spesso si sono alzate voci che identificano il paese del Sol Levante come un nemico per la Repubblica di Corea. La questione cinese ruota attorno esclusivamente al dispiegamento del dispositivo missilistico THAAD. Se il nuovo presidente facesse dietrofront sulla questione, le relazioni tra i due paesi potrebbero migliorare rispetto alle attuali, ben fredde ed impantanate in un sistema di ritorsioni e contro ritorsioni che alla lunga non farebbero altro che danneggiare l’economia coreana. Dal punto di vista di Pechino questo sistema di difesa missilistico rappresenta una seria minaccia e fonte di preoccupazione, su cui il Politburo non cederà di un millimetro. La crisi politica della Corea del Sud coincide con un aumento delle minacce provenienti da Nord, con un deterioramento dei rapporti con i partner regionali ed un incerto futuro con gli alleati storici e questi evidenti fattori di debolezza influenzano notevolmente la politica di alleanze volta a contenere le minacce di Pyongyang. Il nuovo presidente si troverà a dover uscire da una crisi interna che ha eroso la stabilità dei rapporti internazionali, che a loro volta influenzano la politica economico/commerciale del paese in un infinito circolo vizioso in cui commettere un errore rischia di avere conseguenze non ben quantificabili.

Annunci

GIAPPONE ED ENERGIA NUCLEARE: UN BINOMIO IMPRESCINDIBILE – di Filippo Secciani

E’ notizia di qualche giorno fa – l’11 aprile per la precisione (1) – la decisione da parte del governo di Tokyo di ridar vita al processo di nuclearizzazione del Giappone. Dopo lo tsunami che provocò la morte di circa 20 mila persone e più di 250 mila gli sfollati, il precedente governo mosso da comprensibile emozione decise di intraprendere un ambizioso progetto di rinuncia all’atomo per sopperire alla domanda energetica del paese (2). Il programma si denuclearizzazione prevedeva infatti l’abbandono graduale e totale dell’energia nucleare entro il 2030. Il governo presieduto dal premier Abe (3) ha invece avallato la riattivazione dei 48 reattori nucleari presenti sul territorio, senza escludere in futuro l’apertura di nuove centrali. L’utilizzo “sociale” del nucleare giapponese è affiancato anche ad un utilizzo come strumento di deterrenza nei confronti di paesi ostili vicino ai suoi confini e qui il riferimento alla Corea del Nord è evidente. Infatti l’ammodernamento dei materiali e delle infrastrutture mai messo in pratica da nessun governo fino a questo momento richiederebbe anche una lavorazione di materiali quali uranio e plutonio facilmente convertibili ad uso militare e strategico. Il nuovo piano indetto dal partito Liberale Democratico non definisce quanta energia elettrica si coprirebbe con il nucleare. Quello che è certo è che a causa dell’opposizione locale e degli alti costi di ammodernamento secondo esperti del settore non si tornerà alla piena efficienza del passato, almeno non sul breve periodo; tuttavia il governo giapponese ha sempre definito l’atomo come “una risorsa di base importante”, per cui il progetto “nucleare zero” del governo precedente presieduto dal democratico (DPJ) Naoto Kan (4) e la ricostruzione della “politica energetica da zero” è stata abbandonata senza riserve. Il piano è di per se vago ed ha subito forti ritardi per via delle forti rimostranze della popolazione e delle associazioni ambientaliste che si dichiaravano apertamente ostili al ritorno all’energia nucleare, preferendovi una politica di investimento nei confronti delle fonti rinnovabili. Prima di Fukushima i reattori nucleari coprivano un terzo del fabbisogno energetico del paese e in cantiere vi era il progetto di raggiungere il 50% della produzione totale.

IL RISCHIO DI UNA DIPENDENZA ENERGETICA.

gia1Il Giappone fino al 2011 si è nutrito per il 18,1% di energia nucleare per il suo fabbisogno di elettricità, prodotta da 18 impianti nucleari. Dopo la chiusura delle centrali l’importazione di gas liquefatto (GNL) e di carbone ha raggiunto gli 80 miliardi di dollari a fronte di un import totale pari a 793 miliardi di dollari nel 2013, il 10% delle importazioni giapponesi è quindi collegata all’approvvigionamento energetico estero (5). Ad oggi il Giappone necessita dell’importazione di circa l’84% del suo fabbisogno, questa sua latitanza di materie prime e di energia ne ha condizionato la sua politica e la sua storia a partire dal XX secolo; la dipendenza da combustibili fossili è concentrata soprattutto nell’importazione di greggio dal Vicino Oriente. Questa vulnerabilità geografica e di commodities si è manifestata appieno con la crisi energetica del 1973, quando il Giappone aveva già un’industria nucleare crescente con 5 reattori funzionanti, ma a causa del boicottaggio petrolifero dei paesi OPEC fu rivalutata la politica energetica domestica attraverso la diversificazione delle fonti di approvvigionamento, in particolare con la costruzione di un programma nucleare (6). Il terremoto del 2007 a Chūetsu-oki pose però i primi dubbi sulla sicurezza dell’energia atomica e sulla sicurezza degli impianti. Nel 2005 il Giappone dipendeva di importazioni petrolifere per il 30% dall’Arabia Saudita, per il 24,5% dagli Emirati e per il 13,8% dall’Iran. Per quanto riguarda invece il LNG le importazioni provenivano per lo più da Indonesia (23,8%), Malaysia (22,7%) ed Australia (18,1%). Infine le importazioni di carbone che raggiungevano il 99% erano ripartite tra Australia con il 57,9%, Indonesia 16,8% ed infine Cina al 12% circa (7). Anche per quanto riguarda la produzione di energia nucleare il Giappone dipende dalle importazioni di uranio dal Kazakistan (secondo produttore al mondo di questo metallo). A causa degli shock petroliferi del 1973 e del 1979, sempre Shin’ya fa notare come i governi che si sono succeduti hanno dato il via ad una serie di riforme ed investimenti volti a ridurre la dipendenza del Giappone dal petrolio che hanno portato ad una notevole riduzione – per gli standard giapponesi – dell’import di greggio: dal 77% del 1973 al 48,9% del 2005 (8). Prima del maremoto il Ministero dell’economia (METI), congiuntamente all’agenzia atomica giapponese (JAEA), aveva varato un piano di indipendenza energetica nel 2008 che si basava sulla riduzione del 54% delle emissioni di anidride carbonica rispetto al 2000, fino ad arrivare ad una riduzione del 90% entro il 2100; ciò sarebbe stato possibile solamente attraverso un aumento degli investimenti nel settore atomico (60% nel 2100, contro il 10% attuale) ed il resto suddiviso tra un 10% da fonti rinnovabili ed il restante 30% da combustibili fossili (9). Già nel 2012 sembrava che il governo nipponico avesse invertito la marcia riguardo al nucleare con la creazione di una nuova agenzia indipendente di ispettorato sulla sicurezza degli impianti, con l’ammodernamento dei più vecchi e in futuro la possibile apertura di nuovi siti; tutto questo sebbene la maggior parte della popolazione si dichiarasse ancora ostile al ritorno al nucleare. La ragion di stato aveva prevalso sulla volontà popolare, ma altrimenti non sarebbe potuto essere per una nazione totalmente dipendente dall’energia di importazione. Quindici giorni fa circa l’Economist scriveva “Il governo e gli elettori stanno mettendo l’economia prima degli atomi, aprendo la strada al Giappone per riavviare le sue centrali nucleari” (10) è così che la NRA (Nuclear Regulation Authority) l’agenzia che dal 2012 garantisce la sicurezza degli impianti lavora senza sosta per assicurare che non vi possano essere nuove fuoriuscite. La stessa dovrebbe aver individuato nell’impianto nucleare della città di Ōi, nella regione sud occidentale, il primo sito da riaprire entro quest’estate. Questa decisiva inversione di tendenza è dovuta, come detto, in primo luogo all’importazione di petrolio, ma anche ai non secondari costi di riconversione e di smantellamento delle centrali nucleari, la svalutazione dello Yen voluta da Abe per favorire l’export giapponese che ha avuto come contraltare la lievitazione dei costi per l’importazione di energia, provocando l’aumento del deficit commerciale, cui va aggiunto l’aumento del costo dell’energia elettrica (11).

PROGRAMMA NUCLEARE MILITARE

Il Giappone in passato si era premunito anche di intraprendere un programma nucleare volto alla costituzione di un proprio arsenale atomico. Furono la marina e l’esercito ad occuparsi in due differenti fasi dello sviluppogia2 della bomba atomica dell’Impero. Il primo intrapreso dalla marina coinvolgeva le migliori menti giapponesi ed aveva come primo obiettivo l’individuazione di una fonte alternativa ai carburanti fossili; il programma atomico dell’esercito aveva solamente uno scopo bellico ed iniziò un anno prima, (1941), di quello “civile” promosso dalla marina. E’ interessante notare come a causa dei forti bombardamenti alleati su Tokyo le ricerche, i materiali ed il know-how furono spostate nella più sicura Corea del nord; tra l’altro regione con ingenti quantità di materie prime. Con il bombardamento atomico su Hiroshima e Nagasaki e la resa senza condizioni dell’imperatore al generale MacArthur, il programma fu definitivamente abbandonato (12). L’elevato numero di morti che provocò lo scoppio delle bombe instillò nell’animo giapponese un forte senso di repulsione nei confronti del nucleare a cui si aggiunsero le forti proteste che il popolo mostrò nei confronti “dell’occupazione” statunitense di Okinawa con la presenza di missili a testata atomica. La situazione si risolse con un compresso che permise il ritorno dell’isola al Giappone, mentre gli Stati Uniti poterono mantenervi una base ed il primo ministro Sato – per placare il sentimento antinucleare dei suoi connazionali – si impegnò ad entrare nel Trattato di Non Proliferazione (13) ratificandolo l’8 giugno 1976. Lo stesso primo ministro stipulò nel 1967 i Tre Principi del Giappone sul Nucleare: non produzione, non possesso e non trasporto. Questa risoluzione parlamentare presentata alla Dieta e mai trasformata in legge, preoccupò e non poco il governo di Tokyo per un’eccessivo indebolimento della difesa nipponica – soprattutto a causa dell’enorme numero di stati nucleari pericolosamente vicino ai suoi confini. Proprio per sopperire a questa assenza di una politica di deterrenza giapponese nel febbraio 1968 Sato enunciò la Politica dei 4 Pilastri che avrebbe dovuto integrare la politica di non proliferazione voluta dalla popolazione: disarmo globale, fare affidamento sul deterrente atomico statunitense per la difesa dei propri confini, pieno sostegno dei tre principi non nucleari del 1967 ed infine, forse il più importante, libertà di decisione da parte della futura classe politica di poter cambiare opinione in materia. Il Giappone rientra per questa ragione nella cosiddetta “latenza nucleare” ovvero quel gruppo di stati che, pur avendo la tecnologia e la conoscenza per la costruzione dell’atomica, non lo hanno ancora fatto. Secondo Toshi Yoshihara e James Holmes, autori del libro Strategy in the Second Nuclear Age (14) servirebbe molto più di anno al Giappone per disporre di un arsenale atomico funzionante; le ragioni sono molteplici. In primo luogo trattare questo argomento è ancora tabù per la classe politica e di governo a causa della firma degli accordi TNP e dell’opinione pubblica in testa. In secondo luogo un arsenale atomico – militare – senza un adeguato supporto di mezzi per il trasporto e l’utilizzo è inutile e senza le conoscenze, che al momento le forze armate nipponiche non possiedono risulta ancora più inutile. Tuttavia per questo secondo aspetto il Giappone si sta attrezzando con la costruzione di sottomarini e bombardieri nucleari alla stregua di missili con testata atomica. Inoltre le sue forze di difesa sono solite effettuare esercitazioni e scambi con le maggiori forze armate occidentali del mondo. Se le forze politiche riuscissero a superare l’ostacolo dell’opinione pubblica l’opzione nucleare potrebbe non essere così impensabile. Almeno non nel lungo periodo. Al centro del viaggio di Kerry a novembre 2013 c’era l’appoggio americano ad Abe per la riforma costituzionale, il cui obiettivo, non tanto velato, era di porre un blocco all’espansione cinese nella regione inviando contemporaneamente un chiaro messaggio a Kim Jong-Un. L’accordo firmato tra i ministri degli esteri e della difesa giapponesi e statunitensi impegna i due governi a rivedere il concetto di “autodifesa”, presente nella costituzione, con uno più flessibile di “autodifesa collettiva” che permetterebbe l’invio di militari anche oltre confine; la costituzione creata ad hoc nel secondo dopoguerra vieta il concetto di autodifesa collettiva interpretandolo come strumento di aggressione militare. A ciò è infine seguito, a dicembre, un nuovo Programma di Difesa Nazionale (NDPG) che ha rivisto il ruolo dell’esercito, (SDF), elaborando una prima strategia di sicurezza nazionale per un generale aumento della spesa militare del 3% nei prossimi cinque anni(15). Concludendo l’aspetto militare è bene ricordare che l’industria giapponese è racchiusa in distretti ben concentrati ed ai suoi confini vi sono vicini potenzialmente ostili. Prima fra tutti la Corea del Nord con la capacità di sviluppo di armi nucleari, insieme con la sua capacità di colpire il Giappone con qualsiasi arma al momento in suo possesso. Avendo rinunciato al possesso di potenziale bellico, al diritto di belligeranza ed alla detenzione di armi nucleari, “scegliendo” di possedere solo la difesa minima necessaria per affrontare le minacce provenienti dall’esterno, rimanendo dipendente dall’ombrello nucleare degli Stati Uniti (16) è fonte di grande preoccupazione per gli strateghi militari. Nell’aprile del 2002 l’allora presidente del partito Liberale Ozawa sostenne che “se [la Cina] diventa troppo pericolosa, i giapponesi diventeranno isterici. Sarebbe così facile per noi produrre testate nucleari, noi abbiamo il plutonio delle centrali nucleari in, [ne abbiamo] abbastanza per fare diverse migliaia di queste testate […] non saremo mai battuti in termini di potenza militare” (17). Il processo di riarmo si è affiancato anche allo spirito imprenditoriale nipponico con la decisione di esportare le proprie armi attraverso i Tre Principi di Trasferimento di Equipaggiamenti per la Difesa. Sebbene fortemente vincolato a cavilli burocratici, l’export giapponese è un vero passo in avanti per il paese cui era stato fatto divieto da più di cinquanta anni della possibilità di vendere le armi. Il punto più importante di questa nuova strategia è la vendita a quei paesi “che si trovano lungo le vie marittime per le quali transitano le indispensabili e vitali importazioni di petrolio e gas di Tokyo” (18). Al pari della politica di riarmo, anche la gia3vendita di armi, fa parte della politica estera giapponese di messa in sicurezza dei propri confini e di stabilizzazione della regione sempre più fonte di tensione per il pericoloso triangolo Giappone-Cina-Corea del Nord.

CONCLUSIONI.

Da quando è uscito il NDPG il Giappone “si trova a dover affrontare gravi e complesse sfide di sicurezza nazionale” pertanto uno “sviluppo della struttura delle Forze di Autodifesa (SDF) a fini di deterrenza e di risposta a varie situazioni” sembra irreversibile, segnando un definitivo taglio con il passato e con il lascito della Seconda Guerra Mondiale, restituendo al Giappone un ruolo primario anche nell’ambito delle relazioni internazionali che lo ha lungamente visto assente. Il tutto necessariamente deve passare dalla modifica della carta costituzionale (19). Per assurdo il sostegno ad Abe per questa spinta internazionalista non manca all’interno della Dieta, né all’estero, bensì tra la popolazione civile dove è ancora maggioritaria l’opposizione alla modifica della Costituzione ed alla sua struttura pacifista. Il piano prevede un graduale affrancamento dall’ombrello statunitense, che coinvolgerebbe anche una rivisitazione degli accordi per la presenza militare americana ad Okinawa (20), per intraprendere una politica estera più indipendente con al centro la questione nordcoreana e le Isole Senkaku/ Dyaou (21). In politica estera il Giappone è sempre più attivo. È del 2007 infatti la visita del primo ministro Shinzo Abe alla Nato, primo viaggio di un capo di governo nipponico a Bruxelles, che ha consacrato il processo di avvicinamento tra l’Alleanza e la potenza del Sol Levante iniziata nel corso dei primi anni Novanta che ha portato anche ad un sostanziale contributo giapponese di uomini e mezzi nelle zone di crisi e di conflitto. È in ambito di sicurezza energetica che Abe dovrà concentrare maggiormente i suoi sforzi se vuole reinserire il Giappone all’interno del calderone internazionale, ma senza riuscire ad affrancarsi almeno in parte dalla totale dipendenza energetica dall’estero, lo sviluppo di un’efficiente politica internazionale risulterà evidentemente debole. La dipendenza energetica è anche un notevole freno allo sviluppo economico con tutte le conseguenze del caso. Non solo investimenti nel nucleare ma anche sul gas di scisto che hanno fatto del Giappone un forte investitore nel settore. La soluzione più concreta è ritornare a fare affidamento sull’energia atomica (22). Le perdite che le aziende elettriche hanno subito per l’interruzione di energia nucleare e gli aumenti dovuti all’uso di combustili fossili sono state del 36%, destinate ad aumentare se non si fossero riattivate rapidamente le centrali chiuse. Masakazu Toyoda presidente dell’Institute of Energy Economics ha concluso che il Giappone non può fare a meno dell’energia atomica. Nonostante la forte opposizione interna il Giappone deve proseguire su questa strada, l’accordo firmato con la Francia per garantire una maggiore forma di sicurezza delle infrastrutture ed una collaborazione tecnologica, insieme alla creazione della NRA e alla costruzione di nuovi impianti nella regione occidentale del Giappone teoricamente meno incline agli tsunami, dovrebbero tranquillizzare l’opinione pubblica e assicurare alle forze di governo il sostegno della base necessario per dar vita alle riforme. Certo è che il ricorso alle rinnovabili deve essere effettuato ma un totale ed esclusivo affidamento a queste fonti di approvvigionamento energetico è irraggiungibile. I maggiori ostacoli ad un uso estensivo delle rinnovabili sono la difficoltà di garantire una fornitura costante di elettricità prodotta dal solare e dall’eolico, che oscillano a seconda delle condizioni atmosferiche e la sfida di trasmettere energia dalle aree di produzione ai grandi centri di consumo: la sola megalopoli di Tokyo con i suoi 35 milioni di abitanti e rotti è la più grande del mondo. Anche le importazioni di gas liquefatto penalizzano notevolmente il Giappone, che paga molto di più di quanto facciano gli altri paesi importatori e ciò si riflette ovviamente sul prezzo delle bollette. Inoltre a partire dal 2010 e già nel 2012, le importazioni sono aumentate del 25%, di fatto il Giappone è il più grande importatore di LNG, pertanto dovrà diversificare le sue scorte tra quei paesi esportatori più convenienti: Stati Uniti e Australia in testa (23). La rivoluzione del gas di scisto ha portato ad una diminuzione del prezzo del gas naturale, rendendo sul breve e medio periodo più conveniente per il Giappone investire in questo asset. Il conseguente eccesso di offerta ha modificato il prezzo del gas naturale a livello globale, dando luogo ad un maggiore potere negoziale per i paesi acquirenti e come uno dei principali importatori mondiali di gas naturale il Giappone dovrebbe avere una notevole influenza quando si troverà a trattare sui contratti di appalto. Dovrà tuttavia investire sul lungo periodo e nuovamente il nucleare sembra la scelta più saggia e per farlo deve intervenire definitivamente sulla messa in sicurezza dei reattori, garantendo la loro stabilità anche in caso di terremoto o qualsiasi evento naturale, insieme alla gestione e allo smaltimento dei rifiuti tossici. Trovare alternative energetiche ai combustibili fossili letteralmente divorati dai paesi emergenti è fondamentale se si vuole continuare ad investire in politiche industriali efficienti e risolutive, le quali inevitabilmente sono strettamente collegate ad una politica energetica lungimirante che non si soffermi solamente sul breve e medio periodo ma che si concentri piuttosto sul lungo e lunghissimo, pronta a rispondere perentoriamente ai cambiamenti geopolitici, a quelli climatici e di dipendenza energetica. È dunque di fondamentale importanza creare una diplomazia delle risorse ed una diplomazia energetica che abbia una vision capace di sopperire alle forti lacune giapponesi in questo ambito.

NOTE:

1) Data in cui è stato presentato il primo piano energetico per il Giappone dopo lo tsunami del 2011.

2) Va tuttavia ricordato che al momento non ci sono vittime accertate per la fuoriuscita di materiale radioattivo.

3) Shinzo Abe è stato eletto alla carica di Primo Ministro nel dicembre 2012, dopo aver ricoperto questo incarico tra il 2006 ed il 2007. Esponente del partito Liberale Democratico e promotore della cosiddetta Abenomics: una serie di iniziative volte a risollevare il Giappone dalla stagnante situazione economica. Abe è riuscito a far breccia sull’elettorato puntando forte sui costi cui il Giappone deve sopperire per l’energia dopo la chiusura degli impianti e la dipendenza per oltre l’80% dalle importazioni di combustibili fossili.

4) Anche il governo di Kan, prima dell’incidente, puntava sul nucleare per diminuire la produzione di Co2.

5) http://www.world-nuclear-news.org/NP-Japan-retains-nuclear-in-energy-mix-1104147.html

6) http://www.world-nuclear.org/info/Country-Profiles/Countries-G-N/Japan/

7) U. Shin’ya; Petrolio e Gas, un cappio al collo in Limes: Mistero Giappone; i Quaderni Speciali 2007.

8) Ibidem.

9) http://www.world-nuclear.org/info/Country-Profiles/Countries-G-N/Japan/

10) Start ’em up. Nuclear power in Japan; The Economist; 8 Marzo 2014.

11) Ibidem.

12) L’art.9 della Costituzione vieta al Giappone di possedere un proprio esercito e la non belligeranza sancendo il rifiuto della guerra come mezzo per la risoluzione dei confitti.

13) Sottoscritto il 1 luglio 1968 ed entrato in vigore il 5 marzo 1970. Il TNP vieta agli “stati non nucleari” ovvero quelle nazioni firmatarie che non possiedono armamenti nucleari, di ricevere o fabbricare quegli armamenti, vieta inoltre di procurarsi tecnologie e materiale utilizzabili per la loro produzione. Gli “stati nucleari” sono obbligati da parte loro a non cedere armamenti, strumentazione o tecnologie per la loro produzione agli “stati non nucleari”. E’ esclusivamente autorizzato e concesso il trasferimento della tecnologia atomica sotto il rigido controllo dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (IAEA).

14) T. Yoshihara, J. R. Holmes; Strategy in the Second Nuclear Age: Power, Ambition, and the Ultimate Weapon; Georgetown University Press; 2012.

15) J. Berkshire Miller; Battle-Ready Japan?; in Foreign Affairs.

16) http://www.globalsecurity.org/wmd/world/japan/nuke.htm

17) Ibidem.

18) http://www.analisidifesa.it/2014/04/tokyo-apre-allexport-militare/

19) M. Naitō; Il mito infranto del paradiso kantiano in Limes: Mistero Giappone; i Quaderni Speciali 2007.

20) Per la verità è in corso un programma di ricollocamento di una porzione dei militari presenti, che li vedrà trasferiti nella base di Guam.

21) Il tema della contesa territoriale delle isole è stato anche un argomento al centro del tour asiatico di Obama conclusosi ieri, nel quale il presidente americano ha assicurato il sostegno degli Stati Uniti per una soluzione pacifica della controversia.

22) Si guardi a questo proposito The Future of the Nuclear Industry Reconsidered. Banca Mondiale. Environment and Energy Team, Development Research Group. Giugno 2012.

23) Ladislaw, Leed, Walton; New Energy, New Geopolitics. CSIS; aprile 2014.

Foto da internet