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STORIA DI VANUNU, SEQUESTRATO, INCARCERATO E MAI PIU’ LIBERATO DAVVERO – di Jacopo Rossi

van0«Sono l’impiegato, il tecnico,

il meccanico, il guidatore.

Dissero, Fa’ questo, fa’ quello,

non guardare a destra o a sinistra,

non leggere il manuale.

Non guardare tutta la macchina.

Sei responsabile solo per questo bullone.

Per questo timbro.

Solo questo ti interessa.

Non disturbare chi sta sopra di te.

Non provare a pensare per noi.

Vai avanti, guida. Continua.

Avanti, Avanti.»

Qualche riga di una poesia vecchia ventisei anni. La scrisse, poco dopo essere entrato in prigione, Mordechai Vanunu, già John Crossman, prima della conversione. Nome che ai più non dirà molto, nome che agli israeliani, nel 1986, fece tremare i polsi.

Nel settembre di quell’anno, dopo aver perso il lavoro di tecnico qualche mese prima, Vanunu andò a Londra dove, di fronte a uno sbigottito Pete Hounam, rivelò al britannico Sunday Times i particolari del programma nucleare israeliano e delle sue centocinquanta testate, mostrando anche delle fotografie che aveva scattato presso la centrale di Dimona, nel Negev. Chernobyl era un ricordo nitido e ancora non era chiara la portata di quell’esplosione. Il mondo, incredulo, lesse le rivelazioni di Vanunu, che smascherava la disonestà nucleare del suo Paese.

Il suo futuro si colorava di giallo. Qualcuno, forse il direttore di una testata avversaria, avvertì il Mossad che, comunque, stante l’ottimo rapporto col governo Tatcher, si trovò le mani legate. Doveva aspettare che Vanunu lasciasse il suolo inglese e, per farlo, lanciò l’esca più vecchia e succulenta del mondo.van1

L’ingenuo ex-tecnico venne abbordato da una sedicente turista americana di nome Cindy, al secolo Cheryl Ben Tov, agente sottocopertura, che, tra un bacio e una carezza, lo convinse a seguirla in una vacanza a Roma. Nel frattempo, la Noga, una nave del Mossad mascherata da comune mercantile, gettava l’ancora in acque internazionali di fronte al porto di La Spezia.

Vanunu non ebbe tempo nemmeno di consumare la prima notte di vacanza. Nell’appartamento che la “sua” Cindy aveva preso in affitto infatti vi erano tre agenti israeliani che, dopo averlo narcotizzato, lo portarono fino alla nave. Di lui l’Italia avrebbe saputo qualcosa nei giorni seguenti, quando un timido, imbarazzato appello di Bettino Craxi al governo israeliano avrebbe occupato le pagine dei giornali.

Mentre il Sunday Times pubblicava i dettagli delle rivelazioni di Vanunu, i servizi iniziavano a interrogarlo. Non poteva comunicare con i media, né prima né dopo il processo. I giornalisti lessero i particolari del suo sequestro sul palmo della sua mano, appoggiata al finestrino della macchina della polizia.

 

Il 28 marzo del 1988, quasi due anni dopo il suo “arresto”, venne condannato a diciotto mesi di carcere per spionaggio e alto tradimento. Gli atti del processo vennero resi pubblici, censurati, solo undici anni dopo, quando, tralaltro, Vanunu poté abbandonare l’isolamento impostogli dall’inizio della sua prigionia.

vanvDieci anni fa, in questi giorni, il 21 aprile per la precisione, il tecnico è stato scarcerato, nell’indifferenza pressoché generale. Qualcuno, fuori dal carcere, gli urlava ghiro, eroe. Il resto dell’opinione pubblica invece lo considera ancora un traditore. Fuori dalla cella ha conosciuto però barre per più eteree e perfide. È tuttora soggetto, infatti, a restrizioni più che severe. Non può avere contatti di alcun tipo con cittadini stranieri, non può avvicinarsi ad ambasciate o consolati, non può possedere un cellulare o connettersi a internet e, quel che è peggio, non può lasciare Israele. Chi lo intervista, tra i giornalisti stranieri, rischia l’espulsione immediata e duratura dai confini israeliani. Oggi, dicono, è un fantasma o poco più, che si aggira per le strade del settore arabo di Gerusalemme. Lo hanno condannato all’oblio e l’oblio lo circonda, imperscrutabile.

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CRONACHE ARABO-ISRAELIANE: La storia di Claire – di Jacopo Rossi

Dice Claire che è sempre vissuta a Betlemme. Dice che una volta qua non era tutta campagna, ma nemmeno tutto Muro. Dice che passava più gente, questo sì. Del resto il suo negozio si affaccia(va) sulla via principale di Betlemme, ed è (era) pieno di souvenir e ricordi della Holy Land.

Poi hanno deciso, loro, quelli là, che così non andava più bene e hanno messo la prima pietra e su quella pietra è iniziata la chiusa. Era, ora più ora meno, il primo marzo del 2002. Nel mentre, i maggiori esportatori di democrazia al mondo invadevano l’Afghanistan a cavallo dell’operazione Anaconda, e l’Euro diventava l’unica valuta degna di questo nome nel Vecchio Continente.

Quindi al diavolo muri, sbarre e dissuasori, volete mettere con quest’altri chiari di luna? Claire tutte le mattine racconta qualcosa di nuovo, mentre a fatica noialtri viaggiatori sbocconcelliamo qua e là, pizzicando dalla legione di piatti che ci ha messo a disposizione, colmi di olive, marmellata, formaggi, hummus, piccoli toast e quant’altro serva per iniziare la giornata da questa parte dei mattoni, già destati dai rumori della caserma israeliana vicina.

Dice che casa sua, ai caporioni israeliani, piaceva non poco. Per la posizione, sostenevano, ché dalle finestre del secondo piano, lo stesso dove dormiamo, potevano cecchinare che pareva un luna park. Li volevano fare sloggiare, ma non ci sono riusciti. Entravano, bardati, la notte col mitra spianato ed il colpo in canna, per spaventarli e minacciarli. Urlavano, sparavano per strada, si facevano consegnare le chiavi. Una volta la sua figlia più  piccola si svegliò con un fucile alla tempia. Ne nacque un diverbio, dove, dice Claire, la sua fermezza ebbe la meglio sullo stolido capitano, che voleva anche scardinare una porta con gli esplosivi e si dovette accontentare di requisire una stanza, quella accanto a dove si dorme, per sparare e sorvegliare:

«I changed his mind».

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Ma non quello dei suoi commilitoni, che, da una telecamera, una sera, videro che suo marito, vagamente somigliante al Joe Pesci di Goodfellas era entrato nella mansarda, il cui lucernario superava di non poco la sommità del Muro. Lo arrestarono, perché quelli di qua, figli di un Dio infimo, non possono guardare di là senza permesso. Una notte in galera, di là. Poi lo hanno abbandonato in mezzo a un campo, senza documenti, sempre dalla parte di Gerusalemme. Se si fosse presentato al checkpoint senza passaporto e fuori dall’orario consentito, sarebbe stato nuovamente arrestato, ospite delle carceri israeliane come altri 4750 conterranei, 186 dei quali in detenzione amministrativa, cioè senza accuse specifiche. È tornato a casa solo qualche giorno dopo. Dice Claire che, per andare nella loro mansarda adesso devono prima richiedere un permesso speciale. Non si ricorda nemmeno da quanto non sale sul tetto.

Il Muro ha smezzato la strada, dice Claire, ché quando ci passi in macchina, come recita uno dei poster di protesta affissi, sembra di restare incastrati tra i palazzi e la barriera. A casa di Claire se ti affacci dalla finestra di cucina vedi il Muro, da quella del bagno idem, per non parlare della finestra di camera. Però, dal corridoio si vede il palazzo davanti.

La casa di Claire infatti la chiamano “la casa del Muro” e non potrebbero fare altrimenti. A Betlemme è una specie di istituzione, la conoscono tutti. È solo una delle tante assurdità urbanistico-architettoniche del Muro: le gira intorno, lasciandole una sola via di fuga. La separa però, fatto non secondario, dalla Tomba di Rachele, che una volta attraeva torme di fedeli turisti: adesso continua ad attirarli, ma dalla parte di quelli che sono meno e hanno di più.

Dice Claire che però non ha voluto chiudere il negozio. Ha adibito la palazzina a guest house: una sorta di soffice ed accogliente Casa nella Prateria, dove lei, padrona indomita di casa, cucina la colazione per gli ospiti aiutata dal marito, mentre la madre prega in camera e i figli si preparano per andare a scuola. Una parvenza di normalità, non fosse per il filo spinato che assedia i divanetti posti, con garbo, in terrazza, a metri tre dal muro.

CRONACHE ARABO-ISRAELIANE: «Do you have a gun?» – di Jacopo Rossi

Sono ancora molte le cose che stupiscono in Israele. Ti stupiscono i Giardini Bahá’í di Haifa, che scendono dalla sommità della città verso il porto con maniacale geometria di siepi ed alberi, fiori e statue, carezzate dai riflessi della lucente cupola dello shrine, la Casa Universale di Giustizia, Mecca dei fedeli, che credono nel non assolutismo della rivelazione religiosa e nel ruolo di messaggeri di un unico Dio tutte le figure di riferimento delle principali religioni monoteiste. C’è anche il nuovo, quaggiù. Il wi-fi libero, praticamente ovunque, da Haifa ad Acri, che consente di fare un salto virtuale in patria.

Ma il sorriso sulla faccia pulita della modernità si spegne presto. La voglia di sicurezza degli israeliani è ben più che palpabile, è ossessionante, pervasiva, è ovunque. Fuori dal centro commerciale, dai negozi, per le strade, fuori dagli stupendi Giardini, fuori, sempre. In differenti divise, tutti, o quasi, armati, con un caricatore di scorta ché non si sa mai, dietro ad un metal detector, poco accomodanti di primo acchito. «Do you have a gun?» è la parola d’ordine.

jr2La paura nel non godere di una sicurezza spontanea è un virus ben visibile, una malattia che lascia il segno dove più si vede e più si nota. Scompare, un poco, per le vie di Acri, dannatamente arabomediterranea, nonostante le sirene che fanno capolino dai tetti. Alcuni bambini stanno andando a scuola e sono stupiti dai grossi obiettivi delle macchine fotografiche che vi portate dietro. Scherzano e se ne vanno mentre entri nella piccola città, che lascerai di lì a poco, per una tournée spirituale tra il Monte delle Beatitudini, il Lago di Tiberiade e Cafarnao. Oasi di pace non necessariamente, o non solo, spirituale, oasi di pace dove, ricordano i cartelli, non si può indossare calzoncini corti, mangiare, portare armi (!). Ma è l’ora di rimontare in macchina e raggiungere Gerusalemme: attraversandola, si può entrare, poi, a Betlemme. Due ore che scorrono, e appare la tentacolare capitale «indivisibile» (peculiarità che le riconoscono solo gli ebrei stessi), dello stato d’Israele d’albionica matrice. È quasi impossibile trovare indicazioni stradali per Betlemme, che pure dista solo 10 km, ed è meglio non chiedere informazioni, pare. Alla fine, tra una rotonda e un po’ di fortunoso istinto, arriva il checkpoint. Il primo. Già perché per spoggettare bisogna superarlo, passaporto alla mano, sotto gli sguardi comunque sospettosi dei militi armati di mitra. E poi, il Muro, che circonda per tre lati la guest house-albergo-ostello che ci ospita. Pochi metri, l’aria sembra ingenuamente diversa. La storia appare almeno un po’ diversa da come la racconta un Pagliara qualsiasi, che dai microfono Rai pareggia qualche morto “di qua” con qualche ferito “di là”. L’uomo che ci accoglie è gentile e ci porge subito una teiera con sette bicchieri una volta entrati nell’appartamento, che ricorda vagamente quello di Goodbye Lenin. Grande, un mobilio non da palati fini, funzionale: il filo spinato che circonda la veranda precede solo di qualche metro la pesantezza prepotente del Muro. Non sarà finita. Ora che ci sei davvero voluto venire, devi saper tollerare la visione di ciò di cui sentivi solo parlare.

CRONACHE ARABO-ISRAELIANE: Il problema di Tel Aviv è il traffico – di Jacopo Rossi

 

In certi posti ci devi voler andare. «Quanto si ferma? Cosa va a fare? Conosce tutti i componenti del suo gruppo? Ha fatto lei la valigia? Che lavoro fa? Può aprire il bagaglio? Glielo chiedo per la sicurezza del suo volo». I controlli sono accurati, quasi paranoidi, ma la motivazione pellegrin-spirituale regge. La gentilezza degli addetti casca loro addosso male come le giacche troppo larghe che portano. L’italiano è incerto, mandato a memoria. Iniziano presto,  alle 7.15 di mattina: la severità israeliana non fa sconti ed è dura cavarsela in meno di venti minuti. Qualcuno viene trattenuto anche di più e accompagnato fin dentro l’aereo. Però in certi posti ci devi voler andare. Non sai quando ricapita. E quando riesci a montare sull’aereo suona già come  una prima conquista. Pasto a bordo, tutto rigorosamente kosher, è chiaro, vino compreso. Dopo tre ore le nuvole lasciano il posto al mare, che cede il passo alla terraferma, a Tel Aviv. E allora questa terra massacrata da poco meno di un secolo d’occupazione non sempre silenziosa la vedi, ma sembra ancora un plastico di Porta a Porta finché non atterri.

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La prima cosa che ti lascia senza fiato è, banalmente, il caldo. La seconda è doversi sottoporre ad ulteriori controlli, in inglese stavolta. La parola d’ordine è una sola, categorica: “Please, don’t stamp”. Guai infatti a farsi apporre il timbro di Israele sul passaporto: molti Paesi vicini non gradiscono ed impediscono l’accesso. La curiosità dell’addetto, che avrà sentito questa formula mille volte, è automatica. «Why?». La risposta può variare, l’affettata cortesia non decade, ma rimane l’impressione d’essere ospiti non graditi all’aeroporto Ben Gurion. Ti muovi nel mezzo a decine di cappelli neri, trecce, barbe curate e lunghe vesti nere quasi con rispetto, hai visto mai che ti rimpatriano al volo e addio il voler andare in certi posti.

Ma finalmente esci (e non potrai rientrarci fino al ritorno) dall’aeroporto e l’ennesima addetta alla sicurezza si avvicina lesta e ruvida ad un tuo compagno di viaggio, reo d’aver scattato una foto verso il Ben Gurion.

Ma in certi posti ci devi voler andare: due scuse, un’espressione colpevole e te la cavi con un rimprovero, ormai ci siete. Rilevate il pulmino a noleggio, e non puoi fare a meno di notare il ragazzo dai tratti mediorientali che te lo consegna mentre guarda di traverso un gruppuscolo di coetanei appena atterrati che cantano e lanciano la kippah in aria per festeggiare chissà cosa.

Ti fermi per il pieno ed il benzinaio è in buona. «Where do you come from?»

«Italy.»

«Milan or Neaples?»

«Near Florence».

Ma non la conosce, e devia parlando di calcio, di squadre, non conosce nemmeno il Siena, e di Balotelli: «he’s mad». Paghi, 400 shekel, 80 euro, grazie e arrivederci, buon pellegrinaggio.

La terza cosa che ti sorprende? Il problema di Israele è il traffico. Granitico, lungo le arterie del Paese, numerate con scarsa fantasia. Sirene e macchine ovunque, semafori impietosi, code infinite. La prima tappa, Haifa, dopo più di due ore, è ancora lontana. Ma, del resto, in certi posti ci devi voler davvero andare.

14 FEBBRAIO 1949 – 22 GENNAIO 2013: ANALOGIE DI ISRAELE di Filippo Secciani

Come scritto nel precedente articolo, in data 14 febbraio un altro fatto è accaduto ed è legato al precedente.
Nel medesimo incontro sulla Quincy tra Roosevelt e il sovrano saudita, oltre che di petrolio, si parlò anche di individuare una “casa” agli ebrei vittime della Seconda Guerra Mondiale.
Il re ribadì – come aveva già fatto in un’intervista del 1943 – la sua posizione nettamente contraria alla creazione di uno stato ebraico in Palestina, poiché i palestinesi non avevano nulla a che fare con la tragedia ebraica e dunque non dovevano nemmeno dividere parte del loro territorio con i nuovi ospiti.
Al contrario era favorevole ad uno stato ebraico in Europa oppure in America.
Di queste preoccupazioni del re Abdulaziz, Roosevelt sembrò sinceramente interessato tant’è che garantì al sovrano che gli interessi del mondo arabo sarebbero stati rispettati.

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Dalla riunione tra i due statisti alla prima riunione della Knesset sono successi numerosi avvenimenti: le azioni dell’Haganah contro il governo britannico per l’indipendenza, la nascita dello stato Israeliano il 14 maggio del ’48, lo scoppio del primo conflitto arabo-israeliano il giorno seguente.
La Knesset che significa “assemblea”, è il parlamento dello stato israeliano, unicamerale con 120 membri eletti ogni quattro anni. Fu costituita per la prima volta il 25 gennaio 1949, ma si riunì solo il 14 febbraio.
Il primo ministro che il parlamento scelse per guidare il neonato stato fu David Ben Gurion, l’artefice dell’indipendenza di Israele e capo del governo per circa tredici anni non consecutivi.
La prima Knesset (1949-1951) era composta per il 37% dai membri del MAPAI (il partito socialista di Ben Gurion), per il 14% dal MAPAM (il partito marxista), il Fronte Religioso Unito al 12% ed infine il partito del centrodestra HERUT 11,5%, oltre ai partiti minori.
Il governo durò all’incirca un anno, quando cadde a causa del tipo di sistema di insegnamento pubblico per i campi rifugiati e per la chiusura del ministero e dei razionamenti. Il nuovo governo che si andò a formare era costituito dagli stessi ministri del precedente, ma anche questo cadde a causa di vedute diverse sul sistema educativo.
Quello che emerge da questo breve resoconto è la tradizione che la Knesset si porta con se stessa: l’estrema difficoltà di creare maggioranze stabili in Israele.
Le elezioni del 22 gennaio hanno consegnato al leader della destra Likud (nonché premier uscente dimissionario) Benjamin Netanyahu 31 seggi, mentre le sinistre si attestano sui 19 e sui 15 seggi, costringendolo a trovare forzati equilibri di governo. In totale dunque le coalizioni di centrodestra e centrosinistra si spartiscono metà del parlamento ciascuno. Tra i candidati a farne parte c’è il volto nuovo della politica israeliana, Yair Lapid (ex giornalista televisivo) con il suo nuovo partito di centrosinistra -Yesh Atid – ha ottenuto 19 seggi divenendo il secondo partito in parlamento.
La necessità di creare una coalizione di governo sembra indiscutibile per garantire stabilità ad un paese provato da tagli all’educazione, alla sanità, impoverimento della classe media, difficoltà giovanili e minacciato dallo spettro del nucleare iraniano.