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LA RAGAZZA DEI DUE MONDI (prima puntata) – di Nabila Bassiti

“Ciao a tutti mi chiamo Nabila Bassiti e sono nata a Grosseto il 05/01/94 da genitori marocchini. Ho trascorso i primi anni della mia vita a Pari, piccolo borgo della Maremma , per poi trasferirmi a Civitella Marittima dove ho frequentato elementari e medie. Mi sono diplomata presso l’istituto tecnico “Sallustio Bandini” a Siena ed infine ho conseguito la Laurea presso l’Università di Scienze Politiche e Internazionali.
Sono una ragazza molto determinata nella vita e mi pongo sempre grandi obbiettivi: per questo che ho deciso di intraprendere questo percorso di studi, per cercare di cambiare, nel mio piccolo, il mondo”

Ogni migrante  porta con sé la sua storia, sempre difficile, fatta di addii e di rinascita. Per raccontarvi la mia, vorrei iniziare partendo dalla storia dei miei  genitori e del perchè abbiano deciso di abbandonare le loro vite e le loro famiglie.

Mio padre all’età di 23 anni decise di intraprendere questa nuova esperienza , per cercare ciò che tutti noi cerchiamo, ovvero una vita dignitosa e serena.  Arrivato in Italia e trovata la stabilità economica mia madre decise di raggiungerlo, decisione molto sofferta per una donna nata e cresciuta  a Casablanca che poi si è dovuta stabilizzare in un piccolo paesino della Maremma.
Dopo qualche anno al trasferimento decisero di allargare la famiglia nella speranza che un giorno potessero poi tornare al paese di origine.  Nel 1994 nacqui io terza di quattro figli.

Essere figli di migranti ha una duplice sfaccettatura, sopratutto  se oltre ad essere di un’altra cultura sei anche di un’altra religione.
I primi anni delle elementari ricordo ancora le volte in cui tornavo a casa piangendo da mia madre non capendo perchè a mensa non volessero darmi da mangiare la pasta con lo speck, non accettavo di essere diversa.
Crescendo però ho appreso che ho qualcosa che non tutti hanno: la fortuna di essere cresciuta con dei duplici valori e una duplice cultura, cosa che d’altro canto spesso va a scontrasi se non riesci a trovare un compromesso interiore .

Questo compromesso però è molto difficile da trovare poichè non è semplice vivere in una società e allo stesso tempo mantenere la cultura di un altro paese. Gli anni dell’adolescenza sono stati anni molto sofferti, perchè per una ragazza marocchina era proibito andare a ballare o andare alle feste; quindi mi ritrovavo a passare i sabati sera a casa quando invece le mie amiche andavano in discoteca.
Quanti pianti mi sono fatta, e molto spesso mi sono chiesta perchè i miei avessero questa mentalità ottusa, però con il passar degli anni ho capito che ogni tappa ha un età e bruciare le tappe non è molto costruttivo. Si è vero io in quegli anni mi sono disperata ma tornassi indietro vorrei che i miei genitori mi proibissero ancora di andare a ballare all’età di 14 anni .

 

Per quanto riguarda il resto, non mi sono mai sentita inferiore o al disotto di nessuno, anzi forse mi sono sentita sempre un gradino più in alto degli altri, perché vivere con due culture così diverse non è che una ricchezza.

Molti chiedono se mi sento più italiana o marocchina e a questa domanda rispondo sempre che mi sento entrambe… l’Italia è la mia patria, la mia casa, il mio mondo, mentre il Marocco è la mia origine .

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INDOVINA CHI VIENE A PRANZO (intervista impossibile in tono semiserio a Barack Obama) – di Fausto Jannaccone

“Salve Fausto, mi sono permesso di ordinare un mezzo litro di rosso della casa. E del ghiaccio. Non giudicar male… Sai, sono tre giorni che mi portano a destra e a manca nelle migliori cantine, aziende e ristoranti a bere bottiglie su bottiglie di super-brunelli, mega-riserve, grandissime selezioni… Ho la lingua praticamente brasata.”
In una camicia bianca elegantemente informale, maniche a tre quarti, jeans e scarpe da ginnastica, Mr. Obama, l’uomo più pericoloso ed in pericolo del globo fino a pochi giorni fa, mi attende con la più disarmante semplicità del mondo, a sedere ad un tavolino della veranda del piccolo ristorante affacciato sui colli del senese. Talmente a suo agio da invitare, direi costringere quasi anche me ad abbassare le difese che spontaneamente ho indossato uscendo di casa, sapendo di andare ad incontrare, face to face, per dirla con loro, un personaggio che resterà nella storia dell’uomo, piaccia o meno.
Non starò a raccontarvi come sia riuscito ad ottenere questo incontro: nemmeno mi credereste.
In sottofondo nel locale si sente un vecchio disco di De Gregori, ‘Bufalo Bill’, uno dei miei preferiti: “Se avessi potuto scegliere fra la vita e la morte, fra la vita e la morte, avrei scelto l’America”. Inevitabile, non posso che fare un rapido collegamento tra il giovane biondo cantato da De Gregori, che va alla conquista dell’immensa verde prateria, e questo signore che è andato a prendersi quella Bianca casa.
Per quanto non sia così in totale controllo dell’inglese la sua parlata mi riesce assolutamente di facile digestione: già da questo si capisce lo scarto tra il grande comunicatore che ho davanti ed il simpatico signore che ne ha preso il posto, e ci parla a “tweet”.
“Buona sera Signor Presidente”
“Barack, te ne prego…”
“Non so se riuscirò, ma ci provo… Signor Barack”
“Ma come fate, Fausto, a riuscire ad andare al lavoro, la mattina, quando vi svegliate e vi trovate di fronte agli occhi appena aperti uno spettacolo come questo?” indicando con un largo, lento gesto del braccio il paesaggio su cui ci affacciamo, e dove in lontananza, sfumata, si indovina Siena.
La tentazione sarebbe di rispondergli che se non si ha una pensione da ex-presidente degli Stati Uniti, paesaggio o no, tocca andarci al lavoro la mattina. Ma non voleva certo esser scortese, al contrario.
Ordiniamo qualcosa da mangiare ad una giovane, un po’ rustica ma piacevole ragazza. Non mi sfugge l’apprezzamento, comunque educato, nello sguardo del Presidente.
Ordiniamo due primi con verdure di stagione, facendoci portare però prima un assaggio di pecorino e prosciutto toscano.
“Cerco di avere un’alimentazione controllata e di prediligere le verdure -in effetti con Michelle sono quasi costretto- ma qualche strappo alla regola bisogna pur che me lo conceda in vacanza, e per questo prosciutto devo dire ne vale davvero la pena!”
Una profonda risata, seguita da un sorso generoso di vino rosso.
“Sai, ci sono, Fausto, due persone che mi interessano molto in Italia…”
“Papa Francesco e?”
“No, guarda, non è Bergoglio una di queste. Certamente una figura eticamente corretta e valida. E questo va bene perchè è intrinseco nella stessa ‘mission’ per cui la religione è stata inventata dall’uomo.
Come ben sai, però, nel mondo occidentale il progresso ha portato l’uomo contemporaneo a non necessitare più così fortemente il rifugio religioso (cosa che al contrario resta fondamentale nei popoli che sono ancora un passettino indietro nell’ ‘evoluzione sociale’, quel secondo-terzo mondo che comprende ad esempio Sud-America e sud-est asiatico, infatti i maggiori attuali contribuenti in termini umani alla causa cristiana, o quel medio oriente e centro-nord africa dove il fondamentalismo islamico fa breccia senza resistenza alcuna); in virtù di questo non lo ritengo un personaggio capace ormai di spostare molto nello scacchiere sociale mondiale.
Quindi no, non è Papa Francesco una delle persone cui mi riferisco.
E’ Carlo Petrini, invece, il fondatore di Slow Food”
Dopo un attimo di perplessità mi scuoto e riparto “E perchè un ‘uomo comune’ come Petrini suscita interesse in una personalità del calibro di un ex Presidente degli Stati Uniti?”
“Perchè, caro Fausto, è la direzione corretta quella percorsa dal movimento da lui capeggiato: hanno trovato secondo me la chiave giusta di lettura del mondo di oggi e dell’alba di domani”
“Il Profeta nella patria Italia…”
“Non lo definirei certo il Salvator Mundi, il Profeta, come dici tu; ma sull’educazione del cittadino medio si deve fondare il recupero della società attuale. Mi spiego meglio. Per quanto si parli di cibo il concetto è molto più ampio; se il consumatore medio, ruolo principe dell’uomo del terzo millennio, viene educato ad una corretta fruizione delle risorse ne beneficia l’intero sistema: prima di tutto, per esempio, ne viene un guadagno nella soddisfazione del gusto. E quindi un soggetto più appagato e più felice è meglio disposto ad operare correttamente. Quindi ne guadagna in salute diretta, perchè ciò che è prodotto correttamente sarà sicuramente migliore. Con un’educazione adeguata si può spiegare al compratore che se non per specifiche necessità ‘d’emergenza’ la fragola ad esempio va comprata d’estate, e d’autunno le arance. Gli si può spiegare che un’alimentazione corretta non prevede carne a pranzo ed a cena. Potrà capire che probabilmente la pera prodotta naturalmente e non in una coltivazione intensiva avrà valori nutrizionali e sapore migliore. E così con questi piccoli ragionamenti ‘di pancia’ abbiamo: 1) salvaguardato patrimoni tradizionali ed identità culturale 2) ridotto lo spreco energetico per il trasporto di una fragola dal sud america a qui 3) migliorato la salute media dei cittadini 4) ridotto l’abuso del suolo e delle risorse 5) restituito consapevolezza ed autocoscienza all’uomo non più soltanto consumatore passivo, ma partecipe contribuente adesso di un sistema sociale funzionante. Visto che si può fare partendo dall’etica del cibo del movimento di Petrini?”
Esco dal ragionamento abbastanza stordito, complice probabilmente il caldo, ma non posso che convenire con lui. “Avevamo detto esser due, però, le persone italiane che suscitano ammirazione in Obama. La seconda quindi?”
“La seconda è in realtà una figura simbolica: lo chiamerei il ‘milite ignoto della cultura’. O se vogliamo esser meno tragici i “gregari della cultura”. Questo sconosciuto eroe è quella persona -e tante ne ho incontrate qui in Italia- che resta orgogliosamente legato e devoto al patrimonio culturale del vostro paese. Non necessariamente deve esser un addetto del settore, come una guida turistica, un professore di Storia dell’Arte o un impiegato di qualche museo. Anzi talvolta sono i primi a non rendersi conto del valore, non economico ma vitale, direi, etico, culturale, salutare, che circonda loro. Ma sono quella signora o signore che raccoglie la cartaccia da terra quando passa nella piazza, il ragazzo che va a visitare un museo nel giorno di festa, la studentessa che trova il tempo di organizzare un piccolo evento culturale nel bar sotto casa, anche soltanto il giovane che mentre cammina per le strade della vostra Siena alza gli occhi e si capacita della bellezza di una loggia affrescata, un tabernacolo dipinto, la statua di un santo. La conoscenza è la vera forza di cui ognuno di noi può dotarsi autonomamente, in senso lato e nello stretto senso della consapevolezza della vostra risorsa principale: il patrimonio culturale di cui la penisola italiana è disseminata.”
Quasi inorgoglito dal volermi provare ad immedesimare in uno di questi militi, se pur fante ed in ultima fila, resto un po’ inebetito a sognare avendo negli occhi la bellezza delle nostre città, domandandomi al contempo perchè debba uno ‘straniero’ ricordarci chi siamo, e scuoterci da una torpida assuefazione che ci rende terra di conquista per nuovi barbari, e non padroni delle nostre fortune.
Ma è nuovamente il Presidente a richiamarmi all’ordine “E invece lo sai chi è veramente incredibile?”
“Chi è incredibile?”
“Silvio Berlusconi. No, dico sul serio. Quello è davvero incredibile!”
Nel mentre una lunga teoria di auto dai vetri oscurati si avvicina e rallentando si ferma davanti a noi. Quella più vicina a noi apre uno sportello e si affaccia Michelle a chiamare il marito. Lui si alza, mi da una vigorosa stretta di mano, quindi sale al fianco della moglie e dopo avermi salutato entrambi con la mano lo sportello si chiude e la lunga carovana riprende il largo. Dietro alla First lady più amata della storia contemporanea statunitense si intravedevano un bel po’ di buste e pacchi con vari marchi e boutique effigiati sopra.
Eh, sì, ce ne vorrebbero di più, e più spesso, da queste parti di questi Obamas…

GLI INTERESSI EUROPEI NELL’ERA DI TRUMP – di Filippo Secciani

Lo abbiamo capito fin dall’inizio. Trump non doveva fare il presidente. Almeno questa era la ferma posizione della corrente liberal, statunitense e mondiale. Giornalisti, intellettuali, attori, sportivi, semplici cittadini si sono arruolati in unico movimento per combattere il mostro dai capelli arancioni e mobilitarsi in sostegno della “democratica” Hillary Clinton. Se per un elettore americano è legittimo impegnarsi politicamente per il candidato da cui maggiormente si sente rappresentato, ci risulta sinceramente di difficile comprensione la mobilitazione aprioristica di una certa intellighenzia italiana (ed europea), da sempre incensante di se stessa e della propria superiorità morale, verso una candidata che ha ben poco a cuore “gli interessi europei”. Si perché alla fine dovrebbe ridursi tutto a questo… Valutare quale sia il presidente maggiormente conveniente per noi, che abbiamo scritto sul passaporto Italia ed Unione Europea. Allora avremmo dovuto ripensare al ruolo di Obama e Clinton nelle tragicomiche Primavere Arabe, nella caduta di Gheddafi e la conseguente guerra civile libica, alla crisi siriana, all’Ucraina, alle sanzioni contro l’Iran, PRISM e così via. Dal 2008 fino alle elezioni dell’8 novembre 2016. Ciò non vuol dire che Donald Trump fosse il candidato perfetto, anzi, o che in sella al suo bianco destriero giungerà per risollevare l’Europa e l’Italia. Basandoci però sulla sua campagna elettorale e sulle dichiarazioni fatte come presidente eletto, una buona parte di interessi economico/politici dei due blocchi occidentali sembrano coincidere e questo è tutto ciò che ci deve interessare.
– In primo luogo il rapporto con la Russia. Tralasciando le accuse a Putin di aver fatto vincere il tycoon, che lasciano il tempo che trovano, la cessazione delle sanzioni verso Mosca darebbe nuova linfa all’export italiano crollato in seguito al blocco economico (a luglio 2014, cioè a pochi mesi dallo scoppio della crisi di Crimea, l’Italia aveva una quota di mercato del 7,7%, ovvero era il quarto paese per export verso la Russia). A risentire maggiormente delle sanzioni sono state le aziende meccaniche, dell’alta moda e mezzi di trasporto, seguite da arredamento ed agroalimentare. La politica di distensione ed apertura verso Putin potrebbe inoltre garantire quella sensazione di normalizzazione e di stabilità che adesso manca in tutta la regione euroasiatica e baltica. Il tutto a beneficio dell’Europa stessa che vedrebbe tranquillizzarsi i suoi confini orientali con l’Ucraina e la Georgia.
– Parallelamente alla questione russa si sviluppa la questione della NATO. Sembra passata un’era geologica dal famoso reset del 2009 tra Clinton e Lavrov in favore di una nuova fase nei rapporti tra Usa e Russia quando la neopresidenza di Obama tese la mano a Medvedev per il riconoscimento di reciproche concessioni ed accordi, a seguito delle tensioni accumulatesi nei due mandati Bush. La luna di miele durò pochi anni; con la crisi ucraina i rapporti si sono andati deteriorando in fretta, tant’è che spesso si è parlato di nuova Guerra Fredda: la NATO si è ammassata ai confini russi, il programma missilistico ha ripreso vigore, le sanzioni pure ed il programma di adesione all’Alleanza Atlantica adesso vede coinvolti anche i paesi balcanici. Tutta questa situazione non fa che indebolire ancora di più l’Unione Europea e polarizzare lo scontro tra il blocco baltico e quello polacco contro il resto dei membri UE.trump1 In questo senso allora le affermazioni di Trump pur essendo delle mezze sparate, allo stesso tempo contengono un fondo di verità: l’Alleanza per come è strutturata adesso è “obsoleta” e le sue funzioni e gli scopi vanno rivisti perché oramai superati, infine il maggior carico finanziario per il suo mantenimento è sulle spalle del contribuente americano. Tutto ciò potrebbe contribuire ad una sua ristrutturazione e riqualificazione: probabilmente verso un ruolo di alleanza contro il terrorismo e di lotta al jihadismo, con una presenza americana più contenuta ed una maggiore assunzione di responsabilità europea.
– Stati Uniti ed Europa. Qui Trump sembra proseguire la linea dei precedenti presidenti: il timore verso un blocco unico europeo quale potenza economica egemone. Sebbene l’unione politica degli stati europei sia ben lontana dalla realizzazione, questo timore è rappresentato dalle recenti affermazioni a sostegno della Brexit “un grande successo” e soprattutto contro la Merkel rea di aver commesso “un errore catastrofico”. Una Germania forte è da sempre considerata un pericolo per gli Usa: prima per un asse economicomilitare con la Russia, adesso per una Germania leader in Europa, domani forse per un allineamento con la Cina. Da qui l’attacco alla Merkel su una issue che rischia di spaccare ancora di più l’Europa: la questione profughi e l’immigrazione clandestina. Ad un paventato isolazionismo da campagna elettorale (ma è bene ricordare che l’America isolazionista non lo sarà mai) al grido di America First, l’Europa dovrebbe rispondere altrettanto a voce alta con Europe First (come descritto nell’editoriale del 16 novembre di Le Monde e ripreso dalla Prof. Marinella Neri Gualdesi). In generale dovremmo aspettarci un pressing americano per un’Europa disunita e maggiormente debole.
– Il ruolo degli Stati Uniti in Medio Oriente. Trump ha ereditato un Medio Oriente profondamente fratturato ed allo sbando per iniziative americane completamente folli, dalle cui ceneri si sono sviluppati antichi antagonismi mai del tutto sopiti. In primo luogo quello tra Arabia Saudita ed Iran il cui confronto va oltre il conflitto geopolitico e sfocia nel settarismo religioso. Ma anche il neo ottomanesimo di Erdogan, il dinamismo delle piccole monarchie del Golfo che si inseriscono nelle questioni geopolitiche con la forza dei loro petrodollari, la rinascita sciita regionale, il nazionalismo di Netanyahu, il jihadismo imperante e come se non bastasse il tornaconto che hanno gli stati extra mediorientali e gli interessi economicofinanziari che vi ruotano attorno. Il presidente eletto ha speso parole dure contro Obama ed il suo presunto immobilismo nel combattere l’Isis, ma egli stesso ha avuto un ruolo piuttosto ambiguo nei riguardi della questione. Se da un lato prevede un disimpegno, dall’altro ha rilanciato il bisogno di inviare più uomini sul terreno per combattere lo Stato Islamico. Il suo totale impegno nei confronti di Israele e al sostegno delle sue politiche rischia di aggravare una situazione ormai fuori controllo. Per dovere di cronaca va ricordato che inizialmente Trump era arroccato su posizioni di non invadenza sulla questione israelo-palestinese, salvo poi pendere verso Tel Aviv a seguito di forti finanziamenti per la campagna. La decisione di ricusare il trattato con l’Iran salvo poi fare una mezza marcia indietro con l’avvicinarsi del momento del giuramento. Le parole spese nei confronti della comunità musulmana nel corso della campagna elettorale non contribuiscono a distendere gli animi. Resta il fatto che fare propostici per come Trump gestirà la questione del Medio Oriente risulta – al momento – molto difficile a causa proprio dei numerosi voltafaccia e dei cambi di strategia in corsa.
– Quali conclusioni trarre? Al pari della sua politica mediorientale definire quale visione delle relazioni internazionali adotterà Trump è altrettanto difficile.trump Ad ora l’unico leitmotiv nelle sue decisioni è la tutela dell’interesse del lavoratore americano, da qui il pugno duro con la Cina, l’ostracismo verso la ripresa dei negoziati TTIP con l’Europa e l’abolizione del TTP con l’area del Pacifico, dazi a importazioni e politica economica protezionista (in poche parole tutela di quell’elettorato che gli ha permesso la vittoria). In casa dovrà vedersela con popolazione, stampa, intellettuali ostili ed una società polarizzata – già dalla presidenza Obama per la verità; una maggioranza repubblicana alle Camere che non lo amano e lo hanno più volte dimostrato. Un’apparato militare e di intelligence contrario alla sua politica di avvicinamento alla Russia. Il settore industriale e finanziario, viceversa, si sono dimostrati positivi verso la sua presidenza (dopo gli allarmismi di un crollo del mercato in caso di una sua vittoria). Nonostante le boutade, anche di cattivo gusto, Trump non è un uomo solo al comando. L’apparato di governo americano è costituito da un intricato sistema di pesi e contrappesi che impediscono ad una parte di avere un eccessivo esercizio della forza su un altro organismo. Questo approccio vale anche per la figura del Presidente, il quale concentra nelle sue mani il monopolio dell’esercizio della forza solamente in momenti di crisi comprovata (come ha ricordato più volte Dario Fabbri di Limes), per cui dal momento in cui presterà giuramento dobbiamo sempre tenere a mente questo equilibrio e come ad esercitare il potere siano anche il Senato e la Camera dei Rappresentanti, insieme a quell’alveo di sigle che vanno a costituire l’universo della burocrazia americana. Come si inserisce in questo nuovo ordinamento mondiale l’Italia? Da una vittoria di Trump potrebbe trarne giovamento. Dalla fine delle sanzioni alla Russia potrebbe guadagnarci la nostra bilancia commerciale, dall’ipotetico “isolazionismo” trumpiano ed un maggiore dinamismo europeo l’Italia ne guadagnerebbe in influenza a Bruxelles (considerando la Brexit e l’ostilità verso Berlino da parte di Trump), inoltre una minore ingerenza americana nell’area mediterranea potrebbe permettere all’Italia di avere una maggiore mano libera ad esempio in Libia, dove finora si è accodata alle istanze di Washington per sostenere il governo Serraj che sembra non avere vita lunga. In generale un maggiore interesse Usa verso il Levante e soprattutto verso la Cina lascerebbe spazi di manovra verso il nostro naturale sbocco di interesse strategico: il Mediterraneo allargato. Tuttavia non dobbiamo scordare alcune cose fondamentali: l’America è una potenza egemone (anche se in declino) e come tale può spostare il baricentro del suo interesse verso altre regioni, ma non abbandonare del tutto le altre; un’Europa troppo forte ed unita è un pericolo per gli Stati Uniti; la minaccia del terrorismo è stato uno dei punti chiave della vittoria di Trump; il presidente è un nazionalista in termini generali, ciò significa che se le organizzazioni internazionali non sono più utili al sistema America, l’America ne può fare benissimo a meno, cui fa seguito la preferenza verso accordi bilaterali al posto di accordi internazionali. Infine si abbandona il concetto della responsability to protect, ma non si abbandona il concetto di intervento armato diretto, da adesso in poi si applica solamente dove siano messi in pericolo interessi diretti (economici più che politici) degli Stati Uniti. Ma il vero punto focale sarà solamente uno: quale Trump dobbiamo aspettarci, quello che agisce come nella campagna elettorale, oppure il Trump che opera come un presidente?

GLI INTERESSI ITALIANI IN AFRICA: IL MOZAMBICO – di Filippo Secciani

Se chiediamo ad un qualsiasi italiano cosa conosca del Mozambico probabilmente la risposta sarà zero, pur essendo un paese fondamentalmente sconosciuto ha però dei forti legami economici con l’Italia, sviluppatisi a partire dal 1992 a conclusione della guerra civile che da anni si combatteva nel paese. La storia del Mozambico inizia nel 1975 quando si concluse la lotta d’indipendenza combattuta dal Frelimo (Fronte di Liberazione del Mozambico) contro l’esercito portoghese, dopo che un anno prima a Lisbona cadde il regime di Salazar e venne instaurata la democrazia con la Rivoluzione dei Garofani. Continua a leggere GLI INTERESSI ITALIANI IN AFRICA: IL MOZAMBICO – di Filippo Secciani

L’ADRIATICO, IL PETROLIO ED IL RUOLO DELL’ITALIA – di Filippo Secciani

Se tutto va come deve il mare Adriatico potrebbe diventare il nuovo Eldorado degli idrocarburi, la cui presenza era nota già ai romani più di 2000 anni fa quando lungo dalle coste dell’Albania si estraeva il bitume. Adesso ad investire pesantemente in questo settore è la Croazia che ha incaricato l’agenzia di esplorazione petrolifera norvegese Spectrum di vagliare i fondali marini alla ricerca di oro nero e gas. Mirando a diventare “una piccola Norvegia di gas a nord e di petrolio a sud” investendo sulla costruzione di 19 piattaforme entro il 2019. Interessati ai 3 miliardi di barili al giorno stimati suddivisi in 29 concessioni ci sarebbero i grandi big dell’energia, compreso il campione nazionale Eni. Le ricerche sono state secannunciate il giorno seguente l’entrata della Croazia in Unione Europea e sono durate più di cinque mesi; potrebbero mutare enormemente gli aspetti energetici sia nazionali sia di tutta la regione balcanica ed europea. L’estrazione, secondo il direttore dell’azienda norvegese, seppur cauto circa la quantità di idrocarburi presenti, sarebbe avvantaggiata dal basso livello delle acque del mare che ridurrebbero i costi, facilitando il processo di estrazione. La compagnia nazionale Ina, controlla al 100% dalla ungherese Mol, ha pubblicato alcuni dati secondo i quali sul fondo marino potrebbero trovarsi circa 2,8 miliardi di barili, anche se si tratta di dati provvisori e non comprovati, se le stime fossero anche solamente vicine si tratterebbe di un enorme giacimento che farebbe balzare il ventottesimo membro dell’Unione Europea al primo posto tra i paesi continentali. Anche l’Albania, che in passato è stato un paese estrattore con circa 43.000 barili al giorno, è decisa a puntare forte sul suo ruolo di produttore regionale, dopo la breve parentesi a cavallo degli anni settanta-ottanta di isolazionismo internazionale che ne ha quasi completamento la produzione. Infine il Montenegro da par suo afferma che nel suo territorio, continentale e marittimo, vi siano nascoste riserve pari a circa sette miliardi di barili, concentrate soprattutto nella parte meridionale. L’Italia al momento si è arroccata su posizioni ambientaliste, che per quanto legittime, non tengono conto della fame di energia di questo paese ed ancora una volta dimostrano l’assenza di una sua strategia. Come i recenti eventi di cronaca ci insegnano le importazioni di gas e petrolio sono fortemente instabili e dipendenti da fattori esterni che l’Italia non è in grado di controllare (Russia e Libia). I giacimenti individuati finora si trovano al limite delle Zone Economiche Esclusive di Italia e Croazia, ma che a causa della burocrazia e dell’opposizione presenti a casa nostra, rischieranno di rimpinguare solamente le casse di Zagabria.

NOTE:

1) D. Hedl; Petrolio in Adriatico: la Croazia come la Norvegia? in Osservatorio Balcani e Caucaso.

2) Ibidem

ITALY IN A DAY di Gabriele Salvatores (e degli italiani) – di Michele Iovine

Ogni italiano, di qualunque religione, pelle, stato sociale e in qualunque parte del mondo si trovasse è stato invitato, il 26 Ottobre 2013, a girare con il proprio telefonino un video che raccontasse una parte di quella giornata. Il risultato sono stati 44.000 video per un totale di 2200 ore di girato che il regista Gabriele Salvatores ha selezionato e montato, raccontando così un giorno della vita degli italiani di oggi. L’opera compiuta è stata in seguito presentata alla 71° Mostra Internazionale D’Arte Cinematografica di Venezia nella sezione fuori concorso ed è stata diffusa in prima serata sabato 27 Settembre 2014 sulle reti Rai.

Stanley Kubrick asseriva che il cinema è arte, ma l’arte del cinema è il montaggio. SALVATORES-594x350Gabriele Salvatores sembra darci una dimostrazione concreta di questa affermazione riuscendo a costruire una storia e una trama coerente, accostando tra loro un’enorme quantità di materiali video molto eterogenei, dove ci sono interpreti, ambienti e vicissitudini assai diversi tra loro. Si comincia dalla mezzanotte del 26 fino ad arrivare alla conclusione della giornata stessa, un arco di tempo di ventiquattro ore dove viene fuori uno spaccato del nostro paese, potremmo dire che ne emerge la sua stessa essenza. Un esperimento ben fatto, interessante, tecnicamente perfettamente riuscito, le immagini sono forti, arrivano direttamente al cuore e si piange, ci si commuove molto perché è facile per tutti anche per coloro che non hanno partecipato in prima persona, ritrovarsi dentro quei video, dentro quelle storie. Se da un punto di vista cinematografico si può dire che il film ha centrato il suo obiettivo ed è ben riuscito, non possiamo però certo dire che gli italiani, l’oggetto d’interesse della narrazione, co-autori e interpreti allo stesso tempo, stiano vivendo in un paese altrettanto riuscito. Disperazione e fiducia, malattia e guarigione, paura e coraggio si rincorrono all’interno di questa dimensione sincronica del tempo tra ambienti familiari, caldi, semplici, quelli della vita di tutti i giorni. Siamo il riflesso di questi tempi di crisi e le immagini che scorrono sullo schermo ci raccontano questi sentimenti in maniera diretta, senza sfumature o artifici ad hoc messi in atto per provocare un sussulto, un brivido cosicché il risultato che ne scaturisce è estremamente genuino, un prodotto naturale, venduto senza subire particolari passaggi intermedi che ne possano modificare le caratteristiche primarie. E’ un attimo riconoscersi in un linguaggio così semplice e diretto allo stesso tempo, efficace e veritiero, pieno di speranza per il tempo che verrà e allora è molto facile emozionarsi.