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IL VALORE DELLO SPORT – di Francesco Cappelletti

Divenuto col tempo parte integrante per non dire necessaria delle nostre vite, si fa un gran parlare di cosa rappresenti, possa o debba rappresentare lo sport. È difficile individuare un metro di giudizio unanime nel darne una definizione, le casistiche sono plurime ed i contesti diversi l’uno dall’altro, ma è logico affermare che il valore intrinseco dello sport sia radicalmente mutato dall’avvento del professionismo. Possiamo quindi ricondurre i valori dello sport di oggi a quei sentimenti di etica…socialità…rafforzamento ed arricchimento dell’io all’interno di un noi…sfida verso se stessi… quegli stessi sentimenti che avevano portato il fondatore dei Giochi Olimpici, Pierre De Coubertin a sostenere che “la cosa importante non è la vittoria ma la certezza di essersi battuti bene”? Impossibile. La macchina da soldi che ha fatto dello sport un sistema capitalistico remunerante e remunerativo ha, in pratica, cancellato tutto ciò. Ma se questo è, diciamo, comprensibile seppur non condivisibile in toto, quello che ci rimane difficile accettare riguarda l’impoverimento di valori dello sport fin dalle prime fasce di età. Quando l’aspetto economico non esiste e l’ambizione dovrebbe essere messa da parte in favore di un sano e corretto sviluppo psico-fisico del bambino/ragazzo che pratica una disciplina. Fare sport oggi significa navigare su una nave senza comandante, col timone che a turno è preda del mozzo (genitore, agente, dirigente, giocatore, sponsor) capace di farsi sentire più degli altri. In un mondo nel quale le regole sono fatte per essere sconfessate e modificate anche nell’arco di una stessa stagione, si capisce bene perché ognuno si senta in diritto di fare ciò che meglio crede. Senza una visione di insieme, quasi sempre senza una prospettiva che non si fermi all’oggi ma arrivi per lo meno al domani. Lasciando perdere il calcio e le sue evidenti incongruenze, prendiamo in esame il basket, ed analizziamo cosa non torna. Da piccoli, nel Minibasket (6-11 anni) ogni bambino a referto deve entrare sul terreno di gioco, e nessuno di essi può giocare più di due tempini sui quattro totali. Ok, però nessuno vieta agli allenatori di far entrare il più “indietro” per il tempo di un’azione e poi toglierlo immediatamente, facendogli guadagnare il gettone necessario a termine di regolamento….. È vietata la difesa a zona, l’uso dei blocchi, i raddoppi di marcatura: tutti quei tatticismi che faciliterebbero la squadra più “avanti” dal punto di vista della comprensione del gioco. Ok, però è permesso che il più bravo prenda la palla e giochi da solo senza fare nemmeno un passaggio, pretendendo che i difensori degli attaccanti ai margini dell’azione rimangano fermi a guardare i propri avversari negli occhi senza andare in aiuto sul l’attaccante solitario… Finito il Minibasket, i genitori del giovane cestista devono firmare un cartellino di appartenenza alla società, vincolante fino ai 21 anni. In caso di insoddisfazione o volontà di cambiare squadra, la società può benissimo fare ostracismo ed opporsi, non concedendo il nullaosta. I genitori del ragazzo divenuto ostaggio possono andare da avvocati, Federazione etc, ma nessuno può fare nulla…l’unica soluzione è andare a trattativa privata dando un valore al proprio figlio, per arrivare ad offrire cifre spesso spropositate che le società non esitano ad accettare. Chi non può sostenerle, smette di giocare. Con buona pace di chi si batte per aumentare il numero di tesserati. A 21 anni, il giocatore di basket appena uscito dal percorso di settore giovanile, può, se è bravo, valutare l’ipotesi del professionismo, dove se anche vali la serie A per talento, probabilmente è meglio andare in serie B. Le regole vigenti, infatti, obbligano le società di serie A ad un numero minimo di italiani a referto, senza nessun obbligo di impiego come succede nei campionati russo e turco, ad esempio (sempre 2 russi/turchi in campo, non in panchina). Facile quindi vedere italiani in serie A il cui ruolo è sostanzialmente quello di passare l’asciugamano alle stelle americane. Se sei un po’ meno bravo ma vuoi comunque tentare la strada del semi-professionismo, stavolta ci si mette la Federazione di mezzo, obbligando società di medio livello, espressioni di piccoli paesi magari con buona tradizione, a pagare un parametro per ogni giocatore che per la serie B -stiamo parlando della quarta serie- equivale a circa 6000 euro. Moltiplicato per 12 giocatori fa più di 70mila euro, poi ci sono le tasse federali, gli stipendi, i costi fissi degli impianti….piuttosto che perdere la categoria, le società optano per andare con i ragazzi del proprio vivaio, a costo zero, una scelta troppo spesso obbligata che ha come conseguenza un pesante abbassamento del livello tecnico. Se invece a 21 anni il lavoro o l’università vengono prima del basket ma la passione è tale da voler continuare a giocare, serie C o D non importa basta stare vicino a casa, la ricerca potrebbe essere infruttuosa, perché la Federazione, con la scusa della valorizzazione dei giovani, mette delle norme stringenti in termini numerici (quattro giocatori sui dieci a referto devono avere meno di 21 anni). Di conseguenza molti, seppur meritevoli, sono costretti a smettere.Minibasket_MS

Sintetizzando. Emanare norme ad hoc per: mettere tutti i bambini sullo stesso piano, tutelare le società, salvaguardare i giocatori italiani, far crescere i giovani…non serve assolutamente a niente. Ognuna di queste disposizioni ha una via di uscita che, come abbiamo visto, forse è addirittura peggiore di ciò che voleva andare ad evitare/migliorare/cambiare. I cestisti italiani nella NBA sono nati uno a San Giovanni in Persiceto (Marco Belinelli), uno ad Olbia (Luigi Datome), mentre gli altri due sono figli o nipoti di cestisti, quasi dei predestinati (Danilo Gallinari ed Andrea Bargnani). Il prossimo ad andarci sarà il figlio di uno dei più grandi giocatori italiani della storia (Alessandro Gentile). Nessuno di loro ha avuto bisogno di niente di cui sopra per emergere, ma hanno beneficiato di talento, passione e circostanze favorevoli. Torneremo a produrre giocatori per le nazionali -e qui il discorso si allarga a tutti gli altri sport- quando capiremo che il libero mercato deve dare agli operatori del campo sportivo una sprone a lavorare meglio, non un monito a proteggere il prodotto nostrale dagli “Optì Pobá”. Torneremo ad avere degli sportivi sani, e dunque predisposti a diventare professionisti o comunque persone che rimarranno nell’ambiente, quando riscopriremo i veri valori dello sport. Che ritorneranno sempre, se li avremo intesi come imprescindibili per la nostra vita.

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ITALY IN A DAY di Gabriele Salvatores (e degli italiani) – di Michele Iovine

Ogni italiano, di qualunque religione, pelle, stato sociale e in qualunque parte del mondo si trovasse è stato invitato, il 26 Ottobre 2013, a girare con il proprio telefonino un video che raccontasse una parte di quella giornata. Il risultato sono stati 44.000 video per un totale di 2200 ore di girato che il regista Gabriele Salvatores ha selezionato e montato, raccontando così un giorno della vita degli italiani di oggi. L’opera compiuta è stata in seguito presentata alla 71° Mostra Internazionale D’Arte Cinematografica di Venezia nella sezione fuori concorso ed è stata diffusa in prima serata sabato 27 Settembre 2014 sulle reti Rai.

Stanley Kubrick asseriva che il cinema è arte, ma l’arte del cinema è il montaggio. SALVATORES-594x350Gabriele Salvatores sembra darci una dimostrazione concreta di questa affermazione riuscendo a costruire una storia e una trama coerente, accostando tra loro un’enorme quantità di materiali video molto eterogenei, dove ci sono interpreti, ambienti e vicissitudini assai diversi tra loro. Si comincia dalla mezzanotte del 26 fino ad arrivare alla conclusione della giornata stessa, un arco di tempo di ventiquattro ore dove viene fuori uno spaccato del nostro paese, potremmo dire che ne emerge la sua stessa essenza. Un esperimento ben fatto, interessante, tecnicamente perfettamente riuscito, le immagini sono forti, arrivano direttamente al cuore e si piange, ci si commuove molto perché è facile per tutti anche per coloro che non hanno partecipato in prima persona, ritrovarsi dentro quei video, dentro quelle storie. Se da un punto di vista cinematografico si può dire che il film ha centrato il suo obiettivo ed è ben riuscito, non possiamo però certo dire che gli italiani, l’oggetto d’interesse della narrazione, co-autori e interpreti allo stesso tempo, stiano vivendo in un paese altrettanto riuscito. Disperazione e fiducia, malattia e guarigione, paura e coraggio si rincorrono all’interno di questa dimensione sincronica del tempo tra ambienti familiari, caldi, semplici, quelli della vita di tutti i giorni. Siamo il riflesso di questi tempi di crisi e le immagini che scorrono sullo schermo ci raccontano questi sentimenti in maniera diretta, senza sfumature o artifici ad hoc messi in atto per provocare un sussulto, un brivido cosicché il risultato che ne scaturisce è estremamente genuino, un prodotto naturale, venduto senza subire particolari passaggi intermedi che ne possano modificare le caratteristiche primarie. E’ un attimo riconoscersi in un linguaggio così semplice e diretto allo stesso tempo, efficace e veritiero, pieno di speranza per il tempo che verrà e allora è molto facile emozionarsi.