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LA QUESTIONE DELLA LINGUA. Parte seconda: LA TUTELA di Michele Masotti

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Nella prima parte riguardante la decadenza dell’Italiano e la sua contaminazione, chi scrive ha accennato alcune opinioni in merito alle metodologie della sempre più pervasiva ‘colonizzazione’ linguistica da parte dei termini inglesi. In questa seconda sezione è necessario riprendere e concludere in breve il discorso e tracciare infine un elenco di anglicismi entrati nel gergo e nella parlata quotidiana, la maggioranza dei quali inutili e/o evitabilissimi.

Riallacciandoci un attimo ai concetti del primo capitolo è forse doveroso ribadire come alla base dei mutamenti e dell’ibridismo linguistico al quale è sempre più sottoposto il nostro idioma vi siano vicissitudini prettamente storiche, giammai casuali o estetiche, in massima parte dovute alla geopolitica e a un processo che si vuole inevitabile e dato, ma che non lo è affatto; è altresì ideologico e ha nome globalizzazione, o meglio mondializzazione statunitense.

Di fronte a questo avvenimento epocale (senza scendere in giudizi di merito) inficiante su usi e costumi, tradizioni, sulla stessa lingua, sarebbe quantomeno necessario un dibattito critico e, di più, riguardo alla questione linguistica che vi fossero delle proposte di tutela come l’istituzione di un “Consiglio superiore sulla lingua italiana”. Tali organismi del resto sono fioriti ovunque in Europa negli ultimi venti anni, dalla Francia alla Spagna ai paesi dell’Est, tutte nazioni che tra l’altro traducono i termini anglofoni nella loro lingua madre in grande quantità, e dove solitamente si conosce l’inglese nettamente di più che nel ‘Belpaese’. Incredibile dunque come qui, solo in Italia avvenga il contrario, come ci si apra ad ogni contaminazione possibile, ed è allucinante come la sacrosanta difesa dell’Italiano sia bollata come “fascismo linguistico”.

Purtroppo una obiettiva disamina sulle tecniche di penetrazione non può non soffermarsi sul ruolo che svolgono i mezzi di comunicazione, poiché è proprio in mancanza di una tutela giuridica, che si tende a ignorare volutamente l’influenza coercitiva dei media sugli atteggiamenti e sulle dinamiche socio-lingustiche. Ed ecco che l’assenza di norme in proposito, lungi dall’essere espressione di libertà si fa al contrario cosa quanto mai deleteria che lascia le leve linguistiche in mano ai mezzi d’informazione e alle agenzie pubblicitarie.

Dunque l’invito sarebbe rivolto a una maggiore attenzione per tutelarci da una serie di meccanismi di progressivo impoverimento culturale. Dovrebbe spettare ad esempio agli organi giornalistici (sostituitisi in parte alle vecchie figure dei letterati come ‘gestori del sapere’) porre un freno al fenomeno, ma è invece spiacevole constatare come accada tutto il contrario, laddove spesso sono proprio gli organi di stampa a promuovere un indiscriminato afflusso di parole funzionali solo poiché altisonanti e che risultano invece completamente inutili e sostituibili.

Così, al momento, in mancanza di tutele cediamo su tutto, questa è la realtà. Si parla di semplicità sintattica, di convenienza per una maggiore spettacolarizzazione della notizia, di una diversa carica emotiva data da un termine esotico. Ma lo stesso giornalista dovrebbe essere il primo a promuovere un uso parsimonioso di termini stranieri, poiché dovrebbe comprendere come la banale carica emotiva tenda a esaurirsi in breve. Viceversa accade tristemente che proprio i nuovi intellettualoidi e “gestori del sapere” e della comunicazione siano oggi gli affossatori di una storia gloriosa come quella dell’italiano.

In attesa quindi di una auspicabile e forte presa di coscienza sulle funzioni che ha la lingua nel preservare l’identità e la cultura, e nella stessa riproduzione comunitaria, è necessario che ognuno nel suo piccolo si sforzi da sé per preservare un idioma che affascina il mondo intero e si ponga poi un interrogativo ogni qualvolta la nostra memoria, invasa di anglicismi, francesismi e americanismi ci suggerisce un termine straniero, sull’utilità di un suo utilizzo ai fini della comunicazione. Questo sia che avvenga in televisione, sui giornali o nella parlata quotidiana. Anche perché in molti casi, l’uso dell’ibrido oltre ad essere patetico, riesce ilare per la maccheronica pronuncia o per una distensione o distorsione del significato originario della parola.

In conclusione nessuno vuole suggerire un italiano puro, privo di ogni contaminazione, poiché lo scambio tra lingue è un corollario comunque nel mondo contemporaneo. Però, poiché lo scambio è impari specie per i processi storici sopraindicati, pare assurdo non riflettere su questo problema di portata epocale ed è quantomeno grottesco appoggiare senza remore una nuova ‘ignoranza incolta’ che dilaga in ogni dove, quando si farciscono le conversazioni con termini usati solo per una provinciale voglia di fare sensazione.

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USO OPPORTUNO

Account = conto

Banner = cartellone pubblicitario su internet

Home page = pagina iniziale, principale

Link = collegamento (in internet)

Provider = fornitore internet

Water = (pronunciato wàter) gabinetto, sciacquone
Zoom = ingrandimento (foto, cine)

 

USO ACCETTABILE

Backstage = dietro le quinte

Beauty-case = valigetta per i prodotti di bellezza

Baby-sitter = bambinaia, governante

Baby gang = piccola banda di delinquenti

Call center = Centro assistenza telefonica

Clown = pagliaccio

Fiction = finzione: film o serie televisiva
Frizer = surgelatore

Full immertion = immersione integrale, bagno in…
Hi-fi (high-fidelity) = alta federtà
Leader = capo
Look = stile di abbigliamento

Match = incontro (generalmente sportivo)

OK = va bene

Relax = rilassamento
Sexy = provocante

Shock = trauma, spavento

Spelling (fare lo…) = sillabare, compitare
Stress = tensione
Task force = squadra, gruppo operativo di esperti

 

USO SUPERFLUO

Background = sfondo, scenario

Break = pausa

Box = scatola, riquadro, garage

Buyer = compratore, adetto agli acquisti

Card = scheda, carta

Cheap = poco costoso, di scarso valore

Data-base = archivio dati

Designer = progettista, disegnatore

Display = schermo
Free = gratuito, libero
ossip = pettegolezzo
Import / export = importazione / esportazione
Jet lag = malessere da cambiamento di fuso orario
Mobbing = pressione psicologica, molestia (sul lavoro)
Monitor = schermo
Network = rete
Outing (fare) = autocritica, parlare di sé, confessare i fatti propri

Partnership = accordo (commerciale e non)
Performance = prestazione
Personal trainer = allenatore sportivo
Poll = sondaggio
Pool = squadra

Privacy = riservatezza
Roadmap = piano d’azione

Show = spettacolo
Situation = situazione
Social network/networking = rete sociale
Speaker = altoparlante, conduttore televisivo

Target = obiettivo
Team = squadra

Trailer = Prossimamente (al cinema)

Twin towers = torri gemelle

Underground = sottosuolo (letteralmente), metropolitana

Welfare = stato sociale

Week end = fine settimana

 

USO ORRENDO

Austerity = austerità
Brain storming = tempesta di cervelli
Brand = marca, marchio
Briefing = riunione
Bodyguard = guardia del corpo
Bookshop = libreria
Business = affare
Baby parking = asilo nido
Channel = canale
Check = controllo
City-car = utilitaria
City manager = Sindaco
Coffee-break = pausa caffè
Competitors = concorrenti
Devolution = devoluzione, decentramento

Digital divide = divario tecnologico
Editor = redattore
Education = istruzione scolastica
Election day = giorno delle elezioni
Energy drink = bevanda energetica
Escort = accompagnatore/trice (di lusso)
Fashion = moda, (molto fashion = molto stiloso!)
Fitness = attività fisica, benessere
Flame = polemica
Gap = intervallo, divario
Happy end = lieto fine
Happy hour = aperitivo
Job placement = collocamento
Know-how = conoscenza

Live = dal vivo
Location = sito, luogo, posto, sede

Magazine = rivista
Made = fatto, fabbricato
Marketing = pubblicità
Meeting = incontro, riunione
New entry = appena arrivato in…
News = notizie
Offering = offerta

Open space = spazio aperto
Outlet = spaccio, sbocco (factory outlet)
Planning del meeting = l’ordine del giorno
Speech = discorso
Tax day = giorno delle tasse
Talk = discorso
Thanks = grazie!
Ticket = biglietto
Trend = tendenza
Tutor = tutore
Up to date = attuale

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La questione della Lingua – Parte Prima : L’ALLARME di Michele Masotti

“Quando la lingua si corrompe la gente perde fiducia in quello che sente”
W.H. Auden

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Apro la sezione ‘Wunder-Lettere’ con una serie di articoli che usciranno settimanalmente sul blog, tutti riguardanti un tema che dovrebbe stare molto a cuore: la decadenza della lingua italiana e l’urgenza di un suo recupero.

Il bisogno che spinge chi scrive a trattare tale argomento nasce da una semplice considerazione: se questo spazio interesserà tra le tante anche la letteratura, la poesia, la magia insomma delle Lettere in generale, sarà bene iniziare dando un primo sguardo alla salute attuale della lingua italiana.

Arrivo immediatamente al nocciolo della questione senza troppi orpelli introduttivi e fronzoli vari: l’Italiano oggi (2013) è sottoposto a una continua offensiva da parte di terminologie anglofone che in esso si infiltrano, snaturandolo, sostituendosi a vocaboli legittimi e che lo renderanno a poco a poco una sorta di ibrido.

Questa mia previsione nefasta può riuscire esagerata e scandalizzare i lettori, me ne scuso, non era mia intenzione aprire il blog con altisonanti allarmismi; ma credo in effetti che la situazione sia grave e sottovalutata. Sia chiaro, quando parlo di lingua ibrida non mi riferisco a un processo consumantesi dall’oggi al domani, ma di una evoluzione storica che impiegherà decenni. Ciò non toglie che se i primi sintomi sono già evidenti forse è bene denunciarne da subito la natura perniciosa.

Credo inoltre che un necessario dibattito sull’Italiano non significhi attestarsi su posizioni ottuse o che mirino ad una sua conservazione statica, ma dovrebbe essere anzitutto una riflessione su un mondo che va globalizzandosi e su come la pericolosa uniformazione ad un solo modello culturale investa anche e soprattutto la nostra ‘parlata’.

 

L’INGLESE COME LINGUA MONDIALE

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La premessa doverosa da fare è che chi scrive è favorevole all’uso di una lingua franca di comunicazione, a patto però che tale lingua non distrugga gli altri idiomi. Questo mi sembra un ragionevole punto di partenza.

Entrando nel dettaglio notiamo come la scelta convenzionale dell’inglese scaturisca da precisi processi storici (non è certo una preferenza estetica), processi riguardanti dapprima l’espansione coloniale britannica, infine l’attuale ampliamento geopolitico statunitense. Non solo, in alcuni campi specifici il suo utilizzo è scontato: penso all’informatica (poiché storicamente nasce e si sviluppa nel mondo statunitense), penso ad alcune branchie scientifiche. E ci mancherebbe!, sarebbe come insegnare la filosofia ignorando il greco antico o il tedesco.

Il discorso storico sarebbe dunque appena iniziato, ma forse è più opportuno trattarlo in altra sede, o con un articolo apposito. In questo breve saggio ciò che invece mi preme constatare è come l’influenza della cultura americana sull’Europa, influenza che va avanti dal dopoguerra, sia oggi più che mai inficiante sulle riproduzioni artistico-culturali del vecchio continente, compresa evidentemente la lingua.

Come intuibile la questione della penetrazione di modelli culturali differenti è complessa e non negativa in toto. Riguardo all’Italiano però tale problematica è di vitale importanza, fosse solo per un discorso di mera salvaguardia identitaria.

Difatti ciò che nei secoli più di tutto ha unito simbolicamente i popoli sono stati proprio il lessico e la parlata, con le miriadi di varianti dialettali (problema che a sua volta necessiterà di una trattazione a parte). Traslando poi il discorso in piccolo vediamo come proprio l’idea di appartenenza sia un punto cardine del nostro ‘Progetto Wunderbar’, che muove i primi passi dal recupero artistico-sociale della peculiare collettività senese. Ed è proprio la deriva e la frammentazione comunitaria che il Wunder cerca di arrestare.

Ezra Pound sosteneva che quando decade la lingua decade l’intera comunità: difatti è così, ha ragione da vendere il poeta! Purtroppo in pochi però sembrano davvero avvertire la necessità della tutela dell’Italiano, straziato oggi da inqualificabili mezzobusti televisivi o semplicemente dalla gente comune che inserisce anglicismi in ogni dove.

Ovviamente non v’è necessità di scadere nel ridicolo come i cugini spagnoli che usano il vacchitos al posto di jeans, così come mai nessuno in Inghilterra si sogna di chiamare il movimento sinfonico allegrohappy.

Come mai? Semplice, perché i jeans sono statunitensi e l’Opera è italiana, così è nel mondo. Quindi voler chiamare topo il mouse è un rigurgito nazionalista ridicolo degno del baraccone fascista, che infatti provava disperate traduzioni di parole dai significati fioriti in altre terre. Ma è anche evidente che se va combattuto un estremo, altresì va ostacolata la competa e indiscriminata assimilazione di ogni gergo, specie quando è inutile, soprattutto quando abbiamo i nostri che funzionerebbero a meraviglia.

 

METODI E SCOPI DELL’INFILTRAZIONE

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L’invasione dei termini anglofoni avviene su più fronti: in primis portati dall’avanguardia del sistema ideologico attuale, dove il predominio della forma-merce irrompe in ogni scampolo di vita: la pubblicità dunque, o meglio detto spot (un tempo reclame, quando non ancora chiaro dove volgesse il predominio); ma oltre a ciò vi è un secondo motivo più sotterraneo e patetico.

Ritengo infatti che l’uso degli inglesismi serva più che altro per darsi un tono: che sia nel colloquio informale tra ragazzini, o sui social network, oppure in una conversazione di lavoro. Parliamoci chiaro (per l’appunto): è più ganzo parlare di Sonnellino Time quando è giunto il momento di una pennichella, così come più è ganzo dire briefing al posto di riunione. Anzi è più trendy, poiché adesso usare il gergale ganzo non è nemmeno più ganzo!!! Perdonate il gioco di parole, spero si capisca ciò che intendo, anche perché i penosi esempi in tal senso si sprecano e nel prossimo articolo settimanale inserirò una lunga serie di vocaboli tradotti, dividendoli tra opportuni, accettabili, superflui e orrendi.

Il mio punto di vista sulla questione, si sarà capito, è molto critico poiché ritengo che quando si ha il bisogno di accumulare parole inutili per dare una certa enfasi a frasi e argomentazioni semplicemente vi è il naufragio in un preoccupante sottosviluppo culturale. Questa potrebbe sembrare un’esagerazione, ma l’azzardato paragone che mi sovviene è quello con i paesi del terzo mondo, i quali mancanti di molti beni di prima necessità, non si privano però di avere in ogni casa una parabola per la televsione. L’analogia con la questione linguistica è evidente: come la parabola rende accettata nel pianeta globale la famiglia del terzo mondo poiché uniformata, così dire Summer-Card, che so, a uno stabilimento balneare, è più ganzo di dire Carta-Estate. Come se le due parole italiane che pure esistono e godono di ottima salute divenissero improvvisamente desuete o inefficaci! Ma inefficaci rispetto a cosa?

La risposta è semplice se ci si pensa: se la società diviene mercificata in toto, laddove tutto è acquistabile, allora anche le parole proposte dall’Impero, essendo la mercificazione e l’accumulazione senza fine il suo principio-base, avranno più presa.

Si obbietterà infine sostenendo che l’inglese è più semplice, che ‘così facciamo prima’.

Ora, tralasciando la polemica che verrebbe spontanea sulla semplificazione fine a se stessa (che in una lingua lungi dall’essere merito è invece sinonimo di sterilità), anche il problema della ‘fretta’ è più filosofico di quanto non si pensi. Il bisogno della comunicazione veloce, anzi velocissima, non aiuta nessun interscambio culturale, al contrario è scorciatoia funzionale per una sempre maggiore accelerazione del presente in ogni suo aspetto: come la merce rompe ogni barriera reale impazzando nel villaggio mondializzato, snaturando e alienando l’essere umano, le sue comunità, i cicli vitali e quant’altro, così accade con la lingua: vi è il bisogno di un idioma elementare, sin troppo, che esondi ovunque e metta i consumatori di beni, di cultura e di istanti vitali in perenne comunicazione con un ‘click’.

È evidente come questo aspetto dovrebbe essere ostracizzato o almeno discusso; purtroppo però ciò che balza agli occhi è come la colonizzazione linguistica non solo non sia osteggiata, ma incredibilmente promossa; di più, si bolla il sacrosanto diritto della difesa della lingua come provincialismo. Non c’è bisogno di dire come questo sia un altro aspetto della sudditanza, quando non si capisce come provinciale sia al contrario la scimmiesca imitazione dei modelli di comportamento della ‘capitale’.

Il discorso è principiato adesso, ma lo concludo rimandandolo come annunciato ad altre parti, ribadendo solo che chi scrive non è ovviamente contro al dialogo tra le culture, spero non si incappi in questo banale fraintendimento. Vero è invece tutto il contrario e del resto basta il ‘nome tedesco’ del nostro progetto a far comprendere come vi sia la ferma volontà di attingere dall’esterno, di guardare al di fuori del proprio recinto.

Il tutto però salvaguardando e proteggendo ogni identità che ci rende vivi e consapevoli della propria storia, che sia il piccolo ma essenziale mondo senese come la grande tradizione culturale italiana, senza mostrarci perennemente supini e arresi di fronte a tutto.