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22/11 – KENNEDY: LA MORTE IN DIRETTA – di Jacopo Rossi

Se è vero che l’88% degli americani critica il Rapporto Warren,
posso assicurare che il 99% di questi non l’ha letto.
Jim Moore, scrittore e ricercatore del caso Kennedy

L’arma
carcano1

Una Cartuccia Modello 1895, calibro 6,5×52 mm rimless, sputata con crudele precisione da un Carcano Mod. 91, detto anche Mannlicher-Carcano. Un’arma del Regio Esercito Italiano, che si era già fatta sentire in Finlandia, Etiopia, Sudan, che aveva fatto pelo e contropelo a boxer cinesi e a ribelli libici, agli insorti spagnoli e fra le trincee del secondo conflitto mondiale. Un’arma che, negli anni Sessanta, era forse sorpassata ma comunque mortale, se messa nelle mani giuste.

Le mani

Le mani erano quelle di Lee Harvey OswaldOswald1, un impiegato al Deposito di libri della Texas School, di dichiarate simpatie castriste, ex marine senza particolari precedenti penali. La mattina del 22 novembre di cinquant’anni fa si alzò, come sempre, alle 07.10: si fece un caffè, si vestì, salutò sua moglie Marina che era ancora a letto ed uscì. Sottobraccio, un pacchetto. Nella testa, un’idea, coltivata da mesi: un gesto rivoluzionario, che sovvertisse quel maledetto ordine costituito che lo aveva isolato per le sue simpatie sovietiche, che per bocca di agenti dell’FBI lo aveva interrogato al suo ritorno dall’URSS e, ché lui c’era stato, in URSS, anche se c’era rimasto male. Depresso, paranoico, irascibile, amante delle armi a fuoco e ottimo tiratore: pessimo miscuglio.

L’obiettivo

Quella stessa mattina, visti i foschi chiari di luna dei primi Sessanta, probabilmente si era alzato presto anche John Kennedy,

kennedy1trentacinquesimo carismatico Presidente degli Stati Uniti. Solo tre anni prima aveva distrutto un Nixon in grandissima difficoltà durante una diretta televisiva che ancora oggi viene studiata dai politologi e massmediologi di mezzo mondo. Due anni prima aveva tentato di rovesciare Fidel Castro in casa sua con il goffo apice della Baia dei Porci e la ben più perfida operazione Mangusta, che portò al compimento di più di seimila operazioni terroristiche nell’isola, avvallate con l’appoggio dei servizi segreti statunitensi. Questo portò alla crisi dei missili cubani del ’62, ai difficili ed ambigui negoziati con Khruscev (vergogna, Mr. President, con i communist) e, di contro, ad una provvidenziale e benefica distensione tra i rapporti USA-URSS. Si disse berlinese a Berlino e fondo i Peace Corps, gruppi di volontari per i Paesi in via di sviluppo che sopravvivono ancora oggi.

Il sole di Dallas

Quel giorno era in giro per il Texas, a pianificare le elezioni presidenziali ed a fare quel che gli riusciva meglio: parlare al popolo americano. Scese al Lovefield Airport, ancora bagnato dalla pioggia di Fort Worth.

arrivo1Quel giorno a Dallas c’era il sole, e ai due Kennedy sembrò vero, dopo giorni di acquazzoni. Via la capote e, soprattutto, via anche la copertura antiproiettile in plexiglass. Anche le guardie del corpo dovettero ubbidire a quella sfortunata voglia di libertà del Presidente, quando disse loro che non avrebbero preso posto accanto a lui sulla macchina, perché gli americani lo vedessero meglio. E gli americani c’erano, a vederlo meglio. Le strade erano piene di gente in festa con cartelli e bandieregente1, persone armate, fino a quel momento, solo di telecamere e Kodak Retinette, senza sapere che le loro riprese e le loro foto sarebbero diventati documenti storici. Si respirava aria di festa, anche se sarebbe durata poco, molto poco. Nemmeno quaranta minuti. Tanto ci volle alla Lincoln sulla quale viaggiavano i coniugi Kennedy, insieme al governatore John Connally e sua moglie, a raggiungere il luogo dell’agguato, Dealey Plaza, a poco più di 20 km/h. Sono le 12.30, ora locale, le 18.30 in Italia. È il 22 novembre 1963. La Lincoln scoperta sbucò da Elm Street e arrivò in Dealey Plaza, sfilando sotto il Texas School Book Depository. Al sesto piano dell’edificio, tra gli scatoloni pieni di libri, il magazziniere Lee Harvey Oswald, aveva appena finito di montare il Mannlicher-Carcano, allineando anche il mirino giapponese che vi aveva montato sopra. Alle finestre sottostanti, due operai di colore stavano assistendo alla parata.

finestra1

La morte in 8 millimetri

Esiste un filmato amatoriale famosissimo che immortala l’attentato. Lo girò Abraham Zapruder, un sarto che, con la moglie, stava assistendo alla parata. Aveva comprato l’anno prima una Camera Bell & Howell 414 PD da 8 millimetri e, dietro le insistenze della moglie, se l’era portata dietro proprio quel giorno. Lo sparo fu improvviso, ma quasi nessuno lo decifrò, almeno inizialmente. Dicono che se ne accorse solo il Governatore Connally, cacciatore esperto. Tanto più che Oswald, bravo ma non infallibile, mandò la prima pallottola lontano dal suo obiettivo, scheggiando un marciapiede e ferendo in modo lieve un passante, James Tague (Anch’egli, successivamente, autore di un libro sulla vicenda). Nel filmato del sarto si vedono distintamente molte persone girarsi in direzioni diverse. Sono i fotogrammi dal 160 al 166. Se poteva sbagliare nel premere il grilletto, l’ex marine non mancava un colpo nel caricare il fucile, dopo anni di esercitazioni solitarie. Due secondi, e segue il colpo successivo, che colpì il Presidente nella parte alta della schiena, uscendo dalla trachea. Nel filmato, più o meno al fotogramma 270, si vede piegarsi leggermente in avanti: Jacqueline lo sorregge, forse pensa ad un mancamento chissà. Lo stesso proiettile, stabilirà la balistica in seguito, è quello che ferisce il Governatore, che nel frattempo si era voltato dopo la prima detonazione. Gli ruppe una costola, uscendo da sotto il capezzolo e colpendolo al radio, fratturandoglielo, terminando poi la sua corsa nella sua coscia sinistra. Per i complottasti profani e non, si tratta di un caposaldo: è la teoria del “Magic Bullet”, la pallottola magica che ha zigzagato nell’auto, segno che i cecchini erano in più di uno. Studi balistici hanno appurato l’infondatezza di questa teoria, una delle mille inerenti la vicenda. La pallottola, un’orgogliosa full metal jacket, rivestita da un’incamiciatura di rame, svolse semplicemente il suo cinico lavoro, come la sua terza “collega”. Il Presidente ha ancora pochi fotogrammi di vita. Al 313 la sua testa esplode, immortalata tragicamente dalla 8 millimetri di Zapruder.

fotogramma1 Oswald infatti segnò il terzo colpo. Centrò in pieno Kennedy nella parte posteriore del cranio: subì l’effetto jet, come viene comunemente chiamato: avanti, indietro ed a sinistra. Una nutrita frangia di complottasti, ispirati dal procuratore Garrison-Kevin Costner nel film di Oliver Stone sull’accaduto, parla di un secondo killer che avrebbe sparato da destra, in contemporanea a Oswald, centrando anch’egli Kennedy: non vi sono riscontri concreti di questa supposizione. A causa del movimento rotatorio dovuto all’ingresso del proiettile, sangue e materia endocranica investono tutti i passeggeri della Lincoln ed il motociclista di scorta a sinistra dell’auto. I fotogrammi successivi sono forse ancora più drammatici. Jacqueline abbandona il corpo del marito, e si arrampica sul bagagliaio della macchina, subito raggiunta e spinta di nuovo al riparo sui sedili da un agente della sicurezza appena intervenuto.

jakie1 Abraham Zapruder si trovò tra le mani la Storia, probabilmente.

L’annuncio

La macchina arriva al Parkland Hospital dopo nemmeno dieci minuti dall’attentato. Jacqueline, sotto shock, si limita a ripetere: «hanno ucciso mio marito». Quattro medici cercano di salvare Kennedy, mentre un quinto spiega ai media le ferite e le fasi dell’operazione.

salma1 Pssa un’ora. Il portavoce della casa bianca, Malcolm Kilduff, annuncia la morte di John Fitzgerald Kennedy, avvenuta in realtà 30 minuti prima. La notizia è stata rimandata per permettere a Lyndon Johnson di arrivare sull’Air Force One. Walter Cronkite, il volto più noto della tv statunitense di quegli anni, incapace di trattenere l’emozione, dà la notizia ad un’America in lacrime. Un’ora dopo, a bordo dell’Air Force One, sul quale nel frattempo è stata caricata la bara del Preisdente, Lyndon Johnson, alla presenza di Jacqueline Kennedy, presta giuramento come trentaseiesimo Presidente degli Stati Uniti d’America.

giuramento1

La fuga, la cattura, la morte

Oswald probabilmente, nella sua follia solitaria, sorrise: aveva scritto la Storia in 8 secondi. Lui, che solo quattro anni prima faceva l’operaio a Minsk in una fabbrica di radio e che al ritorno in America si accorse di essere rimasto solo. Occultò alla meno peggio il Carcano tra gli scatoloni, che lo trovassero pure quelli del governo, ed uscì dall’edificio. Incrociò un agente di polizia per le scale, ma lavorando lì non era ancora un sospetto. Uscì senza permesso e, a pochi isolati di distanza, freddò con il suo revolver l’agente J.D. Tippit, la cui unica colpa fu averlo fermato per un normale controllo. Si diresse poi al cinema, entrando senza biglietto ed insospettendo la cassiera. Intervenne la polizia che, dopo una breve colluttazione lo ammanettò. Inizialmente accusato solo dell’omicidio dell’agente, venne incriminato, dopo le primissime indagini, anche di quello del Presidente.

arresto1 Non avrà tempo per confessare, proclamarsi innocente, ritrattare o accusare qualcuno. La mattina del 24 novembre viene trasferito dal Commissariato di Polizia di Dallas alla prigione. Nei sotterranei la calca è grande, cameramen, reporter e poliziotti sono assiepati. Tra essi si trova Jack Ruby, nato Rubinstein, disturbato, ebreo, gestore di un night comprato con i soldi della sorella, grandissimo ammiratore del defunto Presidente, qualche flebile legame con esponenti mafiosi e molto amico di tutti i poliziotti di Dallas, spesso graditi ospiti del suo locale, il Carousel Club di Commerce Street. Le testimonianze lo descrivono come affranto per l’omicidio del giorno prima, fuori di sé. Si è recato alla Centrale proprio per vedere in faccia l’assassino del suo idolo. Non solo. Appena ne ha l’occasione estrae fulmineo una calibro 38, di fronte a decine di testimoni, e apre il fuoco su Oswald, che muore all’istante.

ruby1 Incarcerato e processato, difeso maldestramente da un avvocato che nella sua arringa riesce a fargli concedere un’acclarata infermità mentale che obbliga la corte a riconoscere il gesto  come premeditato, viene condannato all’ergastolo. Morirà in carcere quattro anni dopo per un tumore.

La Commissione Warren e le indagini

Una settimana dopo l’omicidio venne costituita la Commissione incaricata delle indagini, comunemente definita Commissione Warren, dal nome del suo presidente.

warren1Essa confermò la teoria del lone gunman, del pistolero solitario. Circondata da veleni, voci di complotto, errori marchiani di polizia ed agenti federali, non ebbe vita facile. Tredici anni dopo il Presidente Gerald Ford, che ne fece anche parte, si vide costretto a nominarne un’altra per far tacere voci e malelingue. La United States House Select Committee on Assassinations consegnò i risultati del suo lavoro nel 1979, bastai perlopiù su alcune prove acustiche. Lee Harvey Oswald risultò essere una pedina di un complotto ben più grande: ennesime indagini successive rivelarono l’assenza però di prove concrete. Ancora oggi, senza dietrologie o supposizioni, l’unico esecutore materiale pare essere l’ex operaio di New Orleans, filo castrista, paranoico, ottimo tiratore.

news1

PS: il miglior sito in italiano che tratta la vicenda, fonte inesauribile per quest’articolo è

http://www.johnkennedy.it/.


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L’ARTE COME STRUMENTO DI POTERE di Filippo Secciani

scacco

 

Ogni grande uomo di potere ha sempre utilizzato l’arte e la cultura in generale come strumento di esercizio del suo potere.
Di fatto da sempre e’ esistita un’attrazione tra arte e potere politico a partire dagli egizi che utilizzavano le piramidi a memoria eterna per celebrare la grandezza dei loro faraoni, fino allo sfruttamento della tv e i nuovi media del politico 2.0.
Considerando che l’uomo medio è stato per gran parte della storia analfabeta possiamo comprendere come la pittura diventi il veicolo preferito per la propaganda politica: chiunque detenesse il potere si servì degli artisti per celebrare una vittoria militare, magnificare un sovrano, un ricco mercante o banchiere, o un evento religioso.
A fianco dell’attività bancaria la famiglia Medici seppe consolidare il suo potere con il mecenatismo, che portò nella Firenze rinascimentale le migliori menti che il tempo seppe offrire. Ampliare la base del consenso popolare, che avrebbe a sua volta assicurato la salvaguardia dalle cospirazioni delle famiglie rivali, che avrebbe garantito il potere assoluto sulla città.
Arte come strumento di controllo delle masse: è ciò che fa chiunque detenga il potere. Incutere paura, timore, oppure fiducia, forza attraverso la pittura e la scultura. La celebrazione di una vittoria o di un condottiero in battaglia, la forza di una nazione.
Oppure l’arte diventa uno strumento per deviare la rabbia e le frustrazioni dei popoli dal sovrano al circenses, mi riferisco in questo caso alle lotte gladiatore o alle corse delle bighe del Circo Massimo.
Chi, secondo me, ha fatto proprio l’utilizzo dell’arte e soprattutto della pittura come strumento di consolidamento del potere è la religione. In un mondo fatto di analfabetizzazione e di superstizione controllare le menti dei “deboli” garantiva un potere pressoché illimitato a chi era in grado di farlo. Tuttavia secondo l’adagio del Grande Timoniere Mao che un’immagine vale più di mille parole ecco che per secoli le immagini dirette al popolo rappresentavano da una parte danze macabre, morte, sofferenza e l’inferno e dall’altra le varie rappresentazioni del Sacro. Obbedendo all’istituzione ecclesiastica si riceveva la Salvezza, altrimenti per chi non avesse accettato questo ordine ci sarebbe stata la Dannazione.
L’arte intesa anche come strumento per influenzare le culture ed i costumi di altre nazioni. Il cinema statunitense ha di fatto monopolizzato il panorama cinematografico mondiale, così come la musica, imponendo stili di vita e costumi al mondo occidentale da almeno una trentina di anni.
Sia la politica, sia l’arte hanno dunque un obiettivo comune: arrivare al pubblico che osserva. Questi due fenomeni sociali si sono intrecciati molto più spesso di quanto si possa pensare: chi di noi non ha in mente i video propagandistici che spettacolarizzavano la potenza nazista, oppure i servizi realizzati dallo Studio Luce sulle imprese italiane in Africa e Albania. La macchina propagandistica cinematografica non si fermava tuttavia alle sole forze dell’Asse; anche al di la dell’Atlantico i grandi studios americani erano impegnati, attraverso film e cinegiornali a contribuire alla lotta al Nazifascismo: perfino Paperino fu arruolato per combattere Hitler e Mussolini (cartone animato del 1943 intitolato der Führer’s face).
Terminata la guerra e sconfitta la Germania si profilavano nuovi scenari geopolitici ed i vecchi alleati diventarono i nuovi avversari. Allora ecco che la macchina propagandistica si rimette in moto. Rocky e Rambo, per citarne solamente due, rappresentano in toto lo spirito regaeniano degli anni Ottanta.

Oltre cortina si inaugurò a partire dal 1934 il cosiddetto Realismo Sociale che “statalizzò” il movimento artistico dell’Unione Sovietica, riunendo tutti gli artisti sotto un unica sigla “Partjinoist”, poiché compito unico dell’arte era il consolidamento del Socialismo nel paese.

I vertici della DDR arrivarono a definire l’arte come “l’arma della lotta” ciò a decretare come essa sia subordinata agli ordini del Politburo e alla raccolta di adepti alla causa socialista.
I media vennero assunti nuovamente dal governo di Washington quando un nuovo nemico, questa volta ben più insidioso dell’URSS, stava iniziando a minacciare il predominio USA nel mondo: Il vecchio impero del Sol Levante vide un vero e proprio boom della sua economia a partire dagli anni Ottanta che portò ad un’intensificazione della commercializzazione dei prodotti giapponesi in tutto il mondo e che durò per tutto il decennio successivo, fino alla recessione dei primi anni Novanta, Lost Decade.
Nuovi slogan comparvero allora in tv, giornali e cinema “buy American” oppure “America First” invitavano il consumatore a non abbandonare il lavoratore americano, a non far soccombere le aziende statunitensi (soprattutto quelle automobilistiche) all’invasione nipponica, insieme ad un vero e proprio boicottaggio del made in Japan; questo fenomeno prese il nome di Japan bashing, ovvero bastona il giallo.
Ecco allora che lo spettatore occidentale si recò al cinema a vedere pellicole come Black Rain, oppure Sol Levante in cui i cattivi nipponici, sono sconfitti dai buoni americani.
I Giapponesi seppero resistere alla macchina diffamatoria hollywoodiana, facendo leva sul loro sentimento nazionale a cui contribuì anche l’allora presidente della Sony Morita Akio, il quale dette alle stampe un libercolo dal titolo “il Giappone che può dire no”, nel quale si celebravano le virtù del popolo nipponico.
il 26 settembre 1960 gli americani poterono vivere in pieno la rivoluzione della televisione come strumento di comunicazione politica; risale a quella data infatti il primo scontro televisivo che vide fronteggiarsi un fotogenico Kennedy ed un “sudaticcio” Nixon, non esattamente a suo agio davanti alle telecamere. Era l’alba del cosiddetto marketing politico. In Italia dovremo aspettare la discesa in campo di Berlusconi nel 1994 e lo storico confronto televisivo con il candidato della sinistra Ochetto.
L’economia e di converso anche la finanza e la politica si sta rapidamente spostando verso Oriente. Non solo Cina, ma anche India e in misura (momentaneamente) minore Indonesia, Malesia e Vietnam; flussi di capitali stanno confluendo da questi nuovi attori della geopolitica internazionale verso i deboli mercati occidentali, le multinazionali e le grandi industrie hanno nuovi padroni, la diplomazia non può fare a meno di coinvolgere nelle questioni internazionali le tigri asiatiche, non è più possibile ragionare a livello geoeconomico di G7, la lotta per le risorse che questi paesi in pieno sviluppo necessitano potrebbe cambiare alleanze e strategie nel globo.

Se dunque il potere si sta spostando (inesorabilmente?) verso Est è logico aspettarsi che l’arte – in tutte le sue forme – possa diventare un’ulteriore strumento di influenza da parte di queste nuove forze internazionali.