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GLI INTERESSI EUROPEI NELL’ERA DI TRUMP – di Filippo Secciani

Lo abbiamo capito fin dall’inizio. Trump non doveva fare il presidente. Almeno questa era la ferma posizione della corrente liberal, statunitense e mondiale. Giornalisti, intellettuali, attori, sportivi, semplici cittadini si sono arruolati in unico movimento per combattere il mostro dai capelli arancioni e mobilitarsi in sostegno della “democratica” Hillary Clinton. Se per un elettore americano è legittimo impegnarsi politicamente per il candidato da cui maggiormente si sente rappresentato, ci risulta sinceramente di difficile comprensione la mobilitazione aprioristica di una certa intellighenzia italiana (ed europea), da sempre incensante di se stessa e della propria superiorità morale, verso una candidata che ha ben poco a cuore “gli interessi europei”. Si perché alla fine dovrebbe ridursi tutto a questo… Valutare quale sia il presidente maggiormente conveniente per noi, che abbiamo scritto sul passaporto Italia ed Unione Europea. Allora avremmo dovuto ripensare al ruolo di Obama e Clinton nelle tragicomiche Primavere Arabe, nella caduta di Gheddafi e la conseguente guerra civile libica, alla crisi siriana, all’Ucraina, alle sanzioni contro l’Iran, PRISM e così via. Dal 2008 fino alle elezioni dell’8 novembre 2016. Ciò non vuol dire che Donald Trump fosse il candidato perfetto, anzi, o che in sella al suo bianco destriero giungerà per risollevare l’Europa e l’Italia. Basandoci però sulla sua campagna elettorale e sulle dichiarazioni fatte come presidente eletto, una buona parte di interessi economico/politici dei due blocchi occidentali sembrano coincidere e questo è tutto ciò che ci deve interessare.
– In primo luogo il rapporto con la Russia. Tralasciando le accuse a Putin di aver fatto vincere il tycoon, che lasciano il tempo che trovano, la cessazione delle sanzioni verso Mosca darebbe nuova linfa all’export italiano crollato in seguito al blocco economico (a luglio 2014, cioè a pochi mesi dallo scoppio della crisi di Crimea, l’Italia aveva una quota di mercato del 7,7%, ovvero era il quarto paese per export verso la Russia). A risentire maggiormente delle sanzioni sono state le aziende meccaniche, dell’alta moda e mezzi di trasporto, seguite da arredamento ed agroalimentare. La politica di distensione ed apertura verso Putin potrebbe inoltre garantire quella sensazione di normalizzazione e di stabilità che adesso manca in tutta la regione euroasiatica e baltica. Il tutto a beneficio dell’Europa stessa che vedrebbe tranquillizzarsi i suoi confini orientali con l’Ucraina e la Georgia.
– Parallelamente alla questione russa si sviluppa la questione della NATO. Sembra passata un’era geologica dal famoso reset del 2009 tra Clinton e Lavrov in favore di una nuova fase nei rapporti tra Usa e Russia quando la neopresidenza di Obama tese la mano a Medvedev per il riconoscimento di reciproche concessioni ed accordi, a seguito delle tensioni accumulatesi nei due mandati Bush. La luna di miele durò pochi anni; con la crisi ucraina i rapporti si sono andati deteriorando in fretta, tant’è che spesso si è parlato di nuova Guerra Fredda: la NATO si è ammassata ai confini russi, il programma missilistico ha ripreso vigore, le sanzioni pure ed il programma di adesione all’Alleanza Atlantica adesso vede coinvolti anche i paesi balcanici. Tutta questa situazione non fa che indebolire ancora di più l’Unione Europea e polarizzare lo scontro tra il blocco baltico e quello polacco contro il resto dei membri UE.trump1 In questo senso allora le affermazioni di Trump pur essendo delle mezze sparate, allo stesso tempo contengono un fondo di verità: l’Alleanza per come è strutturata adesso è “obsoleta” e le sue funzioni e gli scopi vanno rivisti perché oramai superati, infine il maggior carico finanziario per il suo mantenimento è sulle spalle del contribuente americano. Tutto ciò potrebbe contribuire ad una sua ristrutturazione e riqualificazione: probabilmente verso un ruolo di alleanza contro il terrorismo e di lotta al jihadismo, con una presenza americana più contenuta ed una maggiore assunzione di responsabilità europea.
– Stati Uniti ed Europa. Qui Trump sembra proseguire la linea dei precedenti presidenti: il timore verso un blocco unico europeo quale potenza economica egemone. Sebbene l’unione politica degli stati europei sia ben lontana dalla realizzazione, questo timore è rappresentato dalle recenti affermazioni a sostegno della Brexit “un grande successo” e soprattutto contro la Merkel rea di aver commesso “un errore catastrofico”. Una Germania forte è da sempre considerata un pericolo per gli Usa: prima per un asse economicomilitare con la Russia, adesso per una Germania leader in Europa, domani forse per un allineamento con la Cina. Da qui l’attacco alla Merkel su una issue che rischia di spaccare ancora di più l’Europa: la questione profughi e l’immigrazione clandestina. Ad un paventato isolazionismo da campagna elettorale (ma è bene ricordare che l’America isolazionista non lo sarà mai) al grido di America First, l’Europa dovrebbe rispondere altrettanto a voce alta con Europe First (come descritto nell’editoriale del 16 novembre di Le Monde e ripreso dalla Prof. Marinella Neri Gualdesi). In generale dovremmo aspettarci un pressing americano per un’Europa disunita e maggiormente debole.
– Il ruolo degli Stati Uniti in Medio Oriente. Trump ha ereditato un Medio Oriente profondamente fratturato ed allo sbando per iniziative americane completamente folli, dalle cui ceneri si sono sviluppati antichi antagonismi mai del tutto sopiti. In primo luogo quello tra Arabia Saudita ed Iran il cui confronto va oltre il conflitto geopolitico e sfocia nel settarismo religioso. Ma anche il neo ottomanesimo di Erdogan, il dinamismo delle piccole monarchie del Golfo che si inseriscono nelle questioni geopolitiche con la forza dei loro petrodollari, la rinascita sciita regionale, il nazionalismo di Netanyahu, il jihadismo imperante e come se non bastasse il tornaconto che hanno gli stati extra mediorientali e gli interessi economicofinanziari che vi ruotano attorno. Il presidente eletto ha speso parole dure contro Obama ed il suo presunto immobilismo nel combattere l’Isis, ma egli stesso ha avuto un ruolo piuttosto ambiguo nei riguardi della questione. Se da un lato prevede un disimpegno, dall’altro ha rilanciato il bisogno di inviare più uomini sul terreno per combattere lo Stato Islamico. Il suo totale impegno nei confronti di Israele e al sostegno delle sue politiche rischia di aggravare una situazione ormai fuori controllo. Per dovere di cronaca va ricordato che inizialmente Trump era arroccato su posizioni di non invadenza sulla questione israelo-palestinese, salvo poi pendere verso Tel Aviv a seguito di forti finanziamenti per la campagna. La decisione di ricusare il trattato con l’Iran salvo poi fare una mezza marcia indietro con l’avvicinarsi del momento del giuramento. Le parole spese nei confronti della comunità musulmana nel corso della campagna elettorale non contribuiscono a distendere gli animi. Resta il fatto che fare propostici per come Trump gestirà la questione del Medio Oriente risulta – al momento – molto difficile a causa proprio dei numerosi voltafaccia e dei cambi di strategia in corsa.
– Quali conclusioni trarre? Al pari della sua politica mediorientale definire quale visione delle relazioni internazionali adotterà Trump è altrettanto difficile.trump Ad ora l’unico leitmotiv nelle sue decisioni è la tutela dell’interesse del lavoratore americano, da qui il pugno duro con la Cina, l’ostracismo verso la ripresa dei negoziati TTIP con l’Europa e l’abolizione del TTP con l’area del Pacifico, dazi a importazioni e politica economica protezionista (in poche parole tutela di quell’elettorato che gli ha permesso la vittoria). In casa dovrà vedersela con popolazione, stampa, intellettuali ostili ed una società polarizzata – già dalla presidenza Obama per la verità; una maggioranza repubblicana alle Camere che non lo amano e lo hanno più volte dimostrato. Un’apparato militare e di intelligence contrario alla sua politica di avvicinamento alla Russia. Il settore industriale e finanziario, viceversa, si sono dimostrati positivi verso la sua presidenza (dopo gli allarmismi di un crollo del mercato in caso di una sua vittoria). Nonostante le boutade, anche di cattivo gusto, Trump non è un uomo solo al comando. L’apparato di governo americano è costituito da un intricato sistema di pesi e contrappesi che impediscono ad una parte di avere un eccessivo esercizio della forza su un altro organismo. Questo approccio vale anche per la figura del Presidente, il quale concentra nelle sue mani il monopolio dell’esercizio della forza solamente in momenti di crisi comprovata (come ha ricordato più volte Dario Fabbri di Limes), per cui dal momento in cui presterà giuramento dobbiamo sempre tenere a mente questo equilibrio e come ad esercitare il potere siano anche il Senato e la Camera dei Rappresentanti, insieme a quell’alveo di sigle che vanno a costituire l’universo della burocrazia americana. Come si inserisce in questo nuovo ordinamento mondiale l’Italia? Da una vittoria di Trump potrebbe trarne giovamento. Dalla fine delle sanzioni alla Russia potrebbe guadagnarci la nostra bilancia commerciale, dall’ipotetico “isolazionismo” trumpiano ed un maggiore dinamismo europeo l’Italia ne guadagnerebbe in influenza a Bruxelles (considerando la Brexit e l’ostilità verso Berlino da parte di Trump), inoltre una minore ingerenza americana nell’area mediterranea potrebbe permettere all’Italia di avere una maggiore mano libera ad esempio in Libia, dove finora si è accodata alle istanze di Washington per sostenere il governo Serraj che sembra non avere vita lunga. In generale un maggiore interesse Usa verso il Levante e soprattutto verso la Cina lascerebbe spazi di manovra verso il nostro naturale sbocco di interesse strategico: il Mediterraneo allargato. Tuttavia non dobbiamo scordare alcune cose fondamentali: l’America è una potenza egemone (anche se in declino) e come tale può spostare il baricentro del suo interesse verso altre regioni, ma non abbandonare del tutto le altre; un’Europa troppo forte ed unita è un pericolo per gli Stati Uniti; la minaccia del terrorismo è stato uno dei punti chiave della vittoria di Trump; il presidente è un nazionalista in termini generali, ciò significa che se le organizzazioni internazionali non sono più utili al sistema America, l’America ne può fare benissimo a meno, cui fa seguito la preferenza verso accordi bilaterali al posto di accordi internazionali. Infine si abbandona il concetto della responsability to protect, ma non si abbandona il concetto di intervento armato diretto, da adesso in poi si applica solamente dove siano messi in pericolo interessi diretti (economici più che politici) degli Stati Uniti. Ma il vero punto focale sarà solamente uno: quale Trump dobbiamo aspettarci, quello che agisce come nella campagna elettorale, oppure il Trump che opera come un presidente?

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L’Accordo Sykes-Picot ed il caos in Medio Oriente – di Filippo Secciani

Nel pieno del Primo Conflitto Mondiale le due principali potenze coloniali del tempo, Francia e Gran Bretagna, si riunirono segretamente per spartirsi i territori di un moribondo Impero Ottomano. Al momento dell’inizio dei negoziati (Novembre 1915) ancora poco si sapeva sul risultato finale del conflitto: la Gran Bretagna aveva da alcuni mesi intrapreso la fallimentare impresa di Gallipoli ed era bloccata nella campagna del Medio Oriente, mentre la Francia era tenuta impegnata lungo tutto il fronte occidentale dagli attacchi tedeschi. L’agreement prende il nome ufficiale di Accordo sull’Asia Minore, ma è universalmente riconosciuto come Accordo Sykes-Picot dal nome dei due diplomatici inglese e francese che lo tracciarono.
A causa di questo clima di incertezza dovuto alle alterne fasi della guerra, l’accordo inizialmente fu solamente un nebuloso programma di intenti sottoscritto tra Parigi e Londra, per una partizione del Medio Oriente secondo sfere di influenza. Avrebbe dovuto farne parte anche la Russia zarista; anzi cronologicamente la Gran Bretagna si accorda con Mosca ben prima (marzo 1915) di quanto fatto con Parigi: Nicola II rivendicava il dominino su Costantinopoli ed il controllo dei Dardanelli che avrebbe permesso alle navi commerciali e militari di Mosca l’accesso attraverso il mar Nero al Mediterraneo; in cambio Mosca avrebbe acconsentito alle rivendicazioni inglesi sui territori ottomani rimasti ed in Asia centrale, insieme a tutta la regione mesopotamica.
La Russia abbandona il tavolo all’indomani della Rivoluzione d’Ottobre, rendendo successivamente pubblici gli accordi e generando malcontento e revanscismo in tutto il Medio Oriente. Con l’uscita dalle ostilità della Russia in seguito allo scoppio della guerra civile, a disegnare i futuri confini mediorientali rimasero solamente Francia, Gran Bretagna ed in via teorica i popoli arabi. A questi ultimi in particolare sarebbe spettato un territorio che comprendeva la maggior parte della Siria, la Giordania, l’Arabia Saudita e parte dell’Iraq. Ma se da un lato le due potenze europee si accordarono con gli arabi, dall’altro macchinavano per spartirsi segretamente quelle terre. Figura di riferimento per gli inglesi fu Husayn al-Hashimi, Sharif della Mecca, governatore di Hejaz (Hijaz), della Mecca e di Medina e discendente del Profeta Maometto.

arab revolution

Egli aveva come progetto politico la ricostituzione di un grande regno arabo come quello creato dagli Omayyadi e dagli Abbasidi, prima dell’affermazione del califfato turco. Gli inglesi puntarono su questa figura perché apprezzata dal popolo rispetto ad altri notabili, come ad esempio Abd al-Aziz Ibn Saud (capostipite della futura monarchia saudita ed acerrimo nemico degli hashemiti). L’appoggio arabo fu ritenuto fondamentale per condurre la guerra all’impero Ottomano, aprendo un altro fronte ed alleggerendone altri, consumando energie ed uomini in una lunga guerriglia, all’interno di un territorio ostile. Il famoso Carteggio che Husayn intrattenne con l’Alto Commissario britannico al Cairo Henry McMahon, sembrava propendere verso un regno arabo in caso di vittoria sui turchi (ottobre 1915) per cui lo Sharif si autoproclamò re di tutti gli arabi – anche se le potenze europee fin da subito ridussero le sue aspettative appellandolo solamente come re del Hejaz – e dando il via alla Rivolta Araba (1916-1918). Nel frattempo gli architetti Mark Sykes e François Georges-Picot – ottenuto il sostegno arabo nella guerra – sottoscrivevano il vero accordo che suddivideva il mondo arabo in sfere di influenza, ratificandolo il 16 maggio 1916.

sykes-picot
Blu: zone di influenza e controllo francese;
Rosso: zone sotto la Gran Bretagna;
Verde: Zone sotto il controllo russo.

Alla Gran Bretagna spettava il controllo dell’Iraq e dei territori che vanno dalla Palestina (una parte) fino al golfo Persico, mentre alla Francia spettava il controllo della Siria, del Libano, della Turchia meridionale e dell’Iraq settentrionale (Mosul). Fu inoltre stabilito che nella sua sfera designata ogni paese potesse scegliere il tipo di amministrazione che preferiva diretta o indiretta, che tipo di controllo esercitare e come rapportarsi con la popolazione autoctona; ad entrambe le potenze era inoltre consentito il libero passaggio ed il commercio nelle zone controllate dall’altro. Infine la maggior parte della Palestina era posta sotto controllo internazionale. Quando la rivolta araba entrò nel pieno della forza sotto la guida di Faysal (figlio di Husayn) e di Thomas Edward Lawrence meglio conosciuto come Lawrence d’Arabia, le cancellerie anglofrancesi sapevano già che le aspirazioni arabe sarebbero state a dir poco deluse. Nel frattempo succedono due cose: A) gli archivi dello zar vengono aperti dai bolscevichi e l’accordo reso pubblico; B) il 2 novembre 1917 ha luogo la Dichiarazione di Balfour secondo cui gli inglesi vedrebbero con favore la nascita di un “focolare ebraico in Palestina”. Entrambi gli eventi portarono a forti risentimenti tra gli arabi che tuttavia proseguirono nella loro lotta di indipendenza, rassicurati in parte dal Messaggio di Hogarth, compagno di T.E. Lawrence nella Rivolta Araba, che nel gennaio 1918 garantì a Husayn che la formazione di un focolaio ebraico avrebbe avuto luogo solo con la compatibilità delle aspirazioni arabe e dalla Dichiarazione anglo-francese del 9 novembre 1918 in cui i due stati ribadivano gli impegni presi. Dopo aver battuto gli ottomani, gli arabi si riunirono in un Congresso Nazionale che si tenne tra il 1919 ed il 1920, i cui lavori furono pressoché nulli a causa delle tensioni instauratesi tra le varie tribù per la creazione di un’amministrazione ex novo e per la costituzione di un esercito arabo.
Nel frattempo in base all’accordo Sykes-Picot gli inglesi rapidamente abbandonarono la Siria ed alle rimostranze di Faysal per la creazione di un regno arabo, lo invitarono a trovare un accordo con i francesi (di fatto se ne lavarono le mani); il sovrano impugnò le armi ma il tentativo di rivalsa araba fu stroncato sul nascere dai bombardamenti francesi e Faysal fu costretto a fuggire in Palestina. I confini odierni dell’area mediorientale usciti da Sykes-Picot, furono pressoché riconfermati dalla conferenza di Sanremo (un incontro a margine delle paci di Parigi) tenutosi nella località ligure tra il 19 ed il 26 aprile 1920.

Conferenza di Sanremo
Conferenza di Sanremo

Qui le potenze vincitrici del conflitto si spartirono i territori dell’impero Ottomano ed infine definitivamente sanciti all’interno del trattato di Sèvres alcuni mesi dopo: alla Gran Bretagna spettavano i territori palestinesi, l’Iraq e la Transgiordania (corrispondente alla Giordania fino al golfo di Aqaba). La Francia ottenne il Libano e la Siria. Ad entrambe le potenze europee il controllo di questi territori furono attribuiti tramite mandato dalla Società delle Nazioni. Il risentimento e la rabbia presero il sopravvento tra gli arabi.
Nel novembre il figlio maggiore di Husayn, ‘Abdallah marciò verso la Siria, preoccupando la Francia timorosa di perdere il controllo del territorio ed incalzò la Gran Bretagna ad intervenire: la Transgiordania fu separata dalla Palestina ed affidata ad ‘Abdallah. Il territorio divenne l’emirato degli Hashemiti, ottenendo la denominazione attuale di Giordania nel 1946.
L’attuale Iraq si forma in seguito allo scoppio di rivolte con spirito nazionalista, cui la Gran Bretagna, attraverso la sua politica dell’indirect rule, rispose concedendo la creazione di un regno – indipendente solamente sulla carta – guidato da Faysal e che racchiudeva le tre province dell’impero turco Mosul, Baghdad e Bassora. Si trattò fin da subito di un regno debole poiché fortemente frammentato dalla sua peculiare conformazione etno-religiosa: il nord con una maggioranza curda di religione sunnita, il centro arabo con maggioranza sciita ed una componente araba a sud con predominanza della corrente islamico sunnita. Il padre Husayn perse il suo territorio nel corso di sanguinose battaglie a scapito delle forze di Abd al-Aziz Ibn Saud e nel 1925 l’Hejaz passò sotto il dominio della famiglia dei Saud, da cui si formerà l’Arabia Saudita. Infine la Palestina e Gerusalemme videro fin da subito la nascita di conflitti tra inglesi, arabi ed ebrei. I territori sotto controllo francese subirono una maggiore amministrazione coloniale da parte di Parigi; ne nacque la Siria come la conosciamo oggi (1924) ed il Libano (1926). Entità volutamente frammentate e divise, con la prima a prevalenza musulmana ed il secondo con una fortissima presenza cristiano maronita. Per quanto riguarda il Libano si trattava di uno stato mai esistito nella storia e la sua conformazione politica era stata redatta a tavolino dai diplomatici e militari francesi senza tenere conto delle determinanti divisioni religiose. La Siria fu inizialmente suddivisa in quattro province distinte: quella di Damasco, Aleppo, quella del Jebel ed infine lo stato con la componente alawita nel nord ovest. Questa suddivisione venne rapidamente abbandonata a causa dell’alto costo amministrativo e per l’affermarsi di sentimenti nazionalistici ed indipendentisti. Appare dunque evidente come da quest’accordo derivi in gran parte la storiografia recente del Medio Oriente con la sua storia di conflitti irrisolti. Francia e Gran Bretagna crearono a tavolino l’humus che per un secolo almeno ha determinato i rapporti tra mondo arabo-musulmano ed occidente: un rapporto che pone le sue basi fondamentalmente sulla menzogna da parte di uno dei due giocatori, pregiudicando i sentimenti che l’altro ha nutrito finora, ma che inevitabilmente era frutto del suo tempo in cui le logiche dell’autodeterminazione dei popoli sarebbero giunte solamente una manciata di anni più tardi con il presidente americano Wilson e la costituzione della Società delle Nazioni, poi rivelatasi totalmente fallimentare. Al momento della firma dell’accordo si ragionava ancora secondo i dettami della Conferenza di Berlino del 1884. Non possiamo tuttavia incolpare questo accordo come l’origine di tutti i mali, esso è servito anche a creare quel fervore nazionalista che nel secondo dopoguerra porterà all’indipendenza di quegli stessi stati che ha fatto nascere. Certo è che la suddivisione non ha mai tenuto conto della componente etnica e religiosa delle popolazioni, ma ha risposto solamente a logiche diplomatiche e commerciali.
Questo credo possa essere un errore comprensibile ed in un certo qual modo “perdonabile” alle cancellerie che ragionavano ancora con un’ottica ottocentesca; molto più grave è stato non cogliere questa lezione e commettere gli stessi errori nella storia ben più recente.

OLTRE LO YEMEN – IL CONFRONTO TRA IRAN ED ARABIA SAUDITA – di Filippo Secciani

La crisi che sta avvenendo in questi giorni in Yemen, seppur localizzata geograficamente va inquadrata all’interno di un contesto ben più ampio. I ribelli sciiti Houti, in guerra contro lo stato centrale da dieci anni, controllano già la parte nord orientale dello Yemen, quella confinante con l’Arabia Saudita e si sono spinti fino ad occupare la capitale Sana’a e l’aeroporto di Aden, potendo contare su un elevato numero di combattenti: in Yemen sono più di venti milioni gli sciiti ed il movimento Houti che si erge a loro difensore ha tra le sue fila circa centomila potenziali combattenti. Continua a leggere OLTRE LO YEMEN – IL CONFRONTO TRA IRAN ED ARABIA SAUDITA – di Filippo Secciani