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W.A. MOZART, COSI’ FAN TUTTE

Non vi sono molte informazioni riguardo la stesura della terza opera del trittico che Mozart compose su libretti di Da Ponte. Così fan tutte è un sofisticato esercizio farsesco (incentrato sulla filosofia illuminista) nel quale il cinico Don Alfonso scommette con due soldati sulla fedeltà delle loro fidanzate, incoraggiandoli a travestirsi e a sedurre ciascuno l’innamorata dell’altro. Il libretto è il capolavoro di Da Ponte, perfetto per essere musicato, dove il dominio della forma si unisce alla bellezza sonora del testo nel quale si intuiscono le numerose influenze letterarie che portarono alla stesura. Così fan tutte può giustamente essere definito il più grande enigma operistico. In molti hanno evidenziato una divergenza di fondo nel modo in cui Mozart e Da Ponte vedevano le tribolazioni delle due giovani coppie; dall’altro la musica si sposta da una gustosa parodia dell’opera seria italiana ad alcune tra le espressioni emotive più appassionanti del compositore. L’ambiguità del finale lascia un dubbio che non verrà mai sciolto: torneranno gli innamorati ai loro rispettivi amori? Per queste ragioni, dietro un’apparente gradevolezza e placidità “mediterranea”, questa opera risulta essere la più crudele e scomoda mai scritta da Mozart.

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W.A. MOZART, SINFONIA N. 41 “JUPITER”

Il celebre “titolo” dell’ultima sinfonia di Mozart (“Jupiter”), non venne scelto dal compositore; più probabilmente l’idea fu dell’editore Johann Baptist Cramer, operante nel XIX secolo, ma ben si addice al carattere “divino” dell’opera, che si manifesta fin dalle ampie ed energiche battute iniziali del Tutti. Il primo movimento si snoda attraverso una profusione di materiale tematico che abbraccia sia la spavalderia militaresca che un elegante lirismo; uno dei temi è un’elaborazione dell’aria per basso, Un bacio di mano (K541), scritta da Mozart in precedenza. I violini con sordina conferiscono all’Andante cantabile una sottile malinconia sovrannaturale, ma il minuetto che segue restituisce alla composizione una disposizione assertiva. L’Allegro molto, che conclude la sinfonia, culmina nella brillante mescolanza di non meno di cinque temi diversi, prima di correre verso una trionfante conclusione in un tripudio di trombe e timpani.

W.A. MOZART, CONCERTO N.26 “INCORONAZIONE”

Con il completamento del  concerto K503 nel 1786, il prolifico periodo mozartiano nell’ambito dei concerti per pianoforte si andava concludendo. Ne scrisse solo altri due: il Concerto n. 26 in re maggiore (K537) “Incoronazione” e il Concerto n. 27 in si bemolle maggiore (K595). Anche il suo successo come organizzatore-compositore-solista si era esaurito, per cui Mozart si orientò verso altri generi compositivi a partire dal dicembre 1786.

Concepito per un concerto che avrebbe dovuto tenersi durante la Quaresima del 1788, il K537 deve il suo soprannome ad un evento successivo: Mozart lo eseguì a Francoforte nell’Ottobre 1790 per l’incoronazione di Leopoldo II. Purtroppo la parola “Incoronazione” fornisce un’indicazione fuorviante rispetto al carattere dell’opera. Questo concerto è il più snello tra tutti i lavori per orchestra del Mozart maturo e nel XIX secolo era il concerto eseguito con più frequenza, poiché la sua “leggerezza” possedeva una forte attrattiva. Ad ogni modo, oggi il gusto è cambiato e i richiami sfavillanti di un lavoro scritto per puro intrattenimento sono quasi sempre sottovalutati.

W.A. MOZART, DON GIOVANNI

La commissione del Don Giovanni che giunse a Mozart da Praga fu un effetto diretto della trionfale prima de Le nozze di Figaro del dicembre 1786, sette mesi dopo il suo debutto viennese. La scelta del soggetto, operata insieme al suo librettista Da Ponte, cadde su Don Juan – libertino spagnolo condannato a bruciare all’inferno per il suo rifiuto di abbandonare una condotta dissoluta – e rinvigorì la tradizione teatrale seicentesca del drammaturgo iberico Tirso da Molina. Il materiale drammaturgico del Don Giovanni fu tratto da un libretto di Giovanni Bertati di poco precedente, rielaborato da Da Ponte. In realtà il canovaccio venne ampliato considerevolmente: l’omicidio in apertura e l’epilogo soprannaturale rendono il contenuto tutt’altro che “comico”.

Considerato uno dei  vertici della composizione operistica, il Don Giovanni richiama alla mente la definizione di capolavoro che diede Artur Schnabel: “più grande di quanto lo si possa mai rendere in una rappresentazione”.

W.A. MOZART, LE NOZZE DI FIGARO

«L’opera buffa italiana è rinata», scrisse Mozart a suo padre nel 1793, «ed è molto popolare… Ora il nostro poeta è un certo “Abbate” Da Ponte [che promette di] scrivere un libretto per me». Questo fu il primo riferimento all’ex sacerdote e poeta veneto con cui Mozart realizzerà opere dal perfetto connubio tra musica e parole. Dalla loro collaborazione scaturirono tre opere – Le nozze di Figaro (1786), Don Giovanni (1789) e Così fan tutte (1790) – che insieme formano un trittico i cui pannelli rappresentano aspetti contigui nell’amore passionale, ciascuno variamente sfumato nei toni della tristezza e del dolore.

La commedia Le nozze di Figaro si svolge presso una famiglia e in una sola folle giornata. Fu un’idea di Mozart stesso quella di scrivere un’opera prendendo spunto dalla nota satira di Beaumarchais e, nonostante vari ostacoli che ne ritardarono la realizzazione, la sua stesura (secondo Da Ponte) richiese solo sei settimane. Una tale rapidità testimonia la straordinaria sensibilità musicale e drammaturgica di Mozart, e la padronanza del linguaggio operistico da parte del librettista. Ad eccezione di due arie del quarto atto, spesso tagliate, nulla è superfluo. Le nozze di Figaro è tra le opere centrali e sempre attuali di tutta l’arte occidentale.

W.A. MOZART, CONCERTO PER PIANOFORTE N. 23

I concerti per pianoforte composti  da Mozart durante la maturità sono talmente innovativi e originali che ognuno di essi potrebbe formare un mondo a sé stante, senza dover essere collocato all’interno di un più vasto gruppo di opere. Il Concerto n. 23 in la maggiore (K488) propone una varietà tematica senza precedenti. Già solo il primo movimento, un microcosmo quasi di respiro sinfonico, possiede un gran numero di meravigliose linee tematiche tanto efficaci da dare la sensazione di poter essere sviluppate all’infinito. Anche l’orchestrazione si rivela originale: mancano oboi, trombe e timpani; l’intimità dell’atmosfera che ne risulta fa emergere i colori del clarinetto, che anticipano due opere ancor più diafane in la maggiore: il Quintetto per clarinetto e archi (K581) e il Concerto per Clarinetto (K622). Il fascino della delicatezza timbrica e la poesia di questo concerto si coniugano a un coerente aspetto formale e drammaturgico.

W.A. MOZART CONCERTO PER CORNO N. 4

L’interesse di Mozart per il corno si manifestò già agli inizi della sua precoce carriera e l’amicizia, durata tutta la vita, con il grande cornista austriaco Joseph Leutgeb gli consentì  di approfondire le qualità timbriche dello strumento. Studi approfonditi hanno stabilito che la numerazione tradizionale dei concerti per corno non è corretta; si è scoperto che il lavoro in questione, il K495, è il numero tre, mentre il finale del primo (incompiuto) è sopravvissuto come Rondò per corno e orchestra (K371, frammento). Il manoscritto del K495 mostra quanto fossero in confidenza Mozart e Leutgeb: la notazione musicale è scritta con quattro inchiostri di diverso colore ed è piena di battute di spirito. Purtroppo però il manoscritto è incompleto: mancano il primo movimento, parte del secondo e due terzi dell’ultimo. L’edizione che normalmente si utilizza nelle esecuzioni è quella pubblicata a Vienna nel 1803, ma non vi sono sufficienti elementi per considerarla completamente fedele all’originale; lo studioso John Humphries ha prodotto un’edizione moderna basata su una copia del XIX secolo appartenuta ad Aloys Fuchs.

SO LONG, DRAZEN – di Jacopo Rossi

Aveva un gran bel carattere, Drazen. Carattere di uno che non sai se vorresti in squadra, perché se sbagli urla, se non la passi urla, se perdi urla e non ti rivolge la parola. Ma quando gioca e dice di farlo, lo fa in quartine, endecasillabi e rime. O meglio, lo fa in musica, armonica ed immortale, come i più grandi compositori, come Mozart. E proprio Mozart era il soprannome che Drazen Petrovic si guadagnò in Italia per mano di Enrico Campana, mitico giornalista della Rosea che ebbe la fortuna di scriverne. drazen
E ce n’era da scrivere su Drazen. Nacque nella metà dei Sessanta a Sebenico, in quella Yugoslavia che non esiste più e che oggi si chiama Croazia, Bosnia, Macedonia, Slovenia, Serbia e Montenegro. Mosse i suoi primi passi sul parquet con i colori del locale Sibenik, distinguendosi subito e trascinandolo in finale di Coppa Korac a soli diciannove anni. Da lì a Zagabria il tragitto fu breve, e con il più titolato Cibona si accontentò di segnare una media di quarantatre punti a partita, entrando nell’atrio della leggenda, non ancora in salotto. Si ritrovò controla ben più modesta ex squadra, ne mise a segno 56 e dichiarò: «Non è stata dura. I ricordi sono ricordi, l’amore è amore, ma in campo non mi importa di nulla; gli ho segnato 56 punti, e lo rifarò ancora, se ne avrò la possibilità». Presente il tipo?
Se ne accorgono a Madrid, sponda Real, dove per convincerlo, qualora ce ne fosse bisogno, gli offrono uno stipendio di quattro impensabili milioni di dollari all’anno. Il 15 marzo dell’89, qualche mese prima che venisse giù un Muro, insieme a relative ideologie e divisioni (e squadre sportive), ad Atene in finale di Coppa con la Snaidero Caserta il suo Real vinse per 4 punti, 117 a 113: Petrovic ne segnò 62. 
Once_Brothers001Ma poi cadde il Muro, come detto, trascinandosi dietro l’amicizia tra Drazen e un altro grande della palla a spicchi, Vlade Divac. I due si conoscevano da sempre, compagni di squadra e stanza, inseparabili ma nati in due Yugoslavie diverse. Nel ’90 in Argentina, pochi secondi dopo aver stravinto il Mondiale, Vlade strappò di mano a un tifoso la bandiera yugoslava, perché recava gli scacchi croati. In patria la Croazia era a un passo dalla guerra civile. Drazen, di natali croati, non gli rivolse più la parola. Sommerso dai trofei e stregato da richiami d’oltreoceano disse «In Europa sono il più forte e ho vinto tutto. Non mi interessa continuare a vincere e a collezionare coppe. Cerco altre sfide e voglio dimostrare di poter giocare anche nell’Nba». E nell’Nba andò, pioniere e testardo come pochi, relegato in panchina dai miopi Portland Blazers. Se lo presero i Nets del New Jersey e in soli due anni diventò uno dei primi quindici giocatori della lega, terzo quintetto Nba, primo europeo ad entrarci. Sarebbe diventato, nel giro di poco, uno dei migliori.
Ma era un ossessivo Drazen, sempre sul parquet. A sedici anni si alzava alle sei per allenarsi da solo due ore prima di andare a scuola. I suoi ritmi erano impressionanti, come la sua volontà di migliorarsi, come la voglia di non mancare mai, nemmeno in una partitella già decisa dal tabellone. E fu proprio per tornare da una di queste partite, con la non irresistibile Polonia, che la sorte decise il suo destino.
Dormiva, ché una volta tanto era stanco anche lui. La sua Golf la guidava la fidanzata, l’algida Klara Szalantzy, attuale signora Bierhoff. Denkendorf, Germania: anche se era giugno pioveva, e la strada era quel che era, il manico pure. Strozzatura dell’asfalto, spavento, frenata madornale e impatto con un tir in senso opposto. Lei e l’altra passeggera si salvano: Drazen, addormentatosi a 28 anni mentre Klara metteva in moto, non si sveglierà più. Ma c’è spazio per il comico e l’horror: la neonata polizia tedesca non dispone di bare per un morto di un metro e novantacinque. La decisione è quanto mai bizzarra: lo dissanguano, semplicemente. Lo dissanguano, lo incastrano nella miglior cassa disponibile e lo accompagnano in Croazia. Appena i compagni di squadra, già atterrati con un volo di linea, aprono la bara e lo vedono in quello stato, si avventano sui poliziotti. O fermali, con il più piccolo che è 1.80 e il più grosso, Rankovic, 2.15, ha la bava alla bocca. Glieli strappano dalle mani e a loro non resta che piangere col resto della nazione, e la Yugoslavia tutta, Drazen. Oggi in Croazia era lutto nazionale.

PS: per chi è curioso e mastica l’inglese, sulla vicenda e sul rapporto tra Petrovic e Divac c’è “Once brothers”, della ESPNDražen_Petrović_1_Mirogoj_lipanj_2008

W.A. MOZART, CONCERTO PER PIANOFORTE N. 22

Il 16 dicembre 1785 Mozart completò un nuovo concerto e lo eseguì dodici giorni più tardi durante una serata a pagamento. In quest’occasione, secondo suo padre,  accadde “un fatto piuttosto inusuale”: dovette ripetere l’Andante. Alla fine di un annus mirabilis per i concerti per pianoforte, questo terzo brano, il Concerto per pianoforte n. 22 in mi bemolle maggiore (K482) risultò tanto diverso dai due precedenti quanto questi lo erano stati tra di loro. Tutti e tre sono accomunati invece dalla maestria pura, dalla sorprendente capacità di innovazione all’interno del percorso formale e dall’indelebile tratto dell’immaginazione teatrale del compositore. In questo concerto, le nuove combinazioni timbriche, sottolineate dall’aggiunta dei clarinetti, rendono il brano ancor più sofisticato. A tratti sembra un divertimento per fiati inserito in un concerto che somiglia a una sinfonia. Le morbide sonorità dei legni, nell’Andante in do minore, creano con interventi in maggiore quasi un effetto consolatorio e incantano l’ascoltatore nella sognante sezione in la bemolle maggiore al centro dell’Allegro finale.

W.A. MOZART, CONCERTO PER PIANOFORTE N. 21

Mozart amava produrre coppie di lavori che in genere risultavano collegati ma presentavano comunque contenuti distinti e in contrasto tra loro. L’ultimazione del Concerto per pianoforte n. 21 (K467) nel 1785 avvenne da un solo mese di distanza dal precedente in re minore (K466) e, nonostante i due brani condividano coerenza sinfonica e creatività strutturale e siano orchestrati per il medesimo organico (corni, trombe e timpani), essi non potrebbero risultare più differenti per impatto drammatico.

Più potente e fresca è la sensualità del K467, anche dopo molti ascolti, che si corre il rischio di non apprezzarne a sufficienza l’originalità di equilibrio formale e sostanziale. La sua enorme popolarità deriva dal carattere del movimento centrale in fa maggiore, un sognante Andante, nel corso del quale la melodia romantica si sviluppa attraverso un lirismo mai raggiunto nelle composizioni precedenti, sebbene qualcosa di simile già si presagisca, per esempio, nell’Andante in re maggiore del K216 (Concerto per violino in sol maggiore).