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RAGAZZO DELL’EUROPA – di Viola Lapisti

“Ognuno ha il proprio passato chiuso dentro di sé
come le pagine di un libro imparato a memoria
di cui gli amici possono solo leggere il titolo”
 Virginia Woolf

“Perché la follia, in fondo, è solo quel profondo bisogno che abbiamo di riconciliare le nostre notti coi nostri giorni”
Giacomo Francini

In una piccola città prima o dopo ci incontriamo tutti. Io incontrai questo ragazzo anni orsono, ormai. Mi stupiva quell’aria perennemente contesa tra la fuga e l’assalto. Aveva talento, tutt’ora lo ha conservato, scriveva poesie, amava la musica, l’arte e la letteratura e si appassionava con l’innocenza di un bambino a qualsiasi cambiamento o novità che molto spesso lui solo percepiva tra le mura di una città immobile. Poi siamo cresciuti, abbiamo tradito la nostra innocenza per una razionalità troppo spesso carica di cinismo, ma lui, Giacomo Francini, è riuscito a conservare del candore dell’infanzia una sorta di purezza, motore vivo che lo ha spinto ad uscire fuori nel mondo ed a raccogliere insieme una progressione di esperienze e di esperimenti che lo hanno portato, oggi, ad inaugurare una nuova fase della sua vita con l’uscita di Psichedèlia, il suo primo album da solista.

Lo abbiamo visto leader del gruppo beat Hashmir, vestire i panni di Velvet con le sue fotografie, scrittore del romanzo “Sette passi sul ventre andaluso” ed autore di due raccolte di poesie “Oltre il Sorriso di un Clown” ed “Acque nere”.

Da circa un anno, avendo alle spalle diversi trascorsi come cantautore, ha deciso di intraprendere la carriera solista con Mescala, lavorando alla produzione di una sua poetica composta.

Lo scorso 28 giugno è uscito il primo singolo dell’album, “La Verità” un pezzo dal sapore retrò, un po’ biografico ma anche sperimentale, commistione di sounds anni ’60 e ’70 in cui si percepisce l’indagine esperienziale di uno stile indie pop in via di definizione.

Psichedèlia, in uscita a novembre, è dunque l’album che potremo definire d’esordio per Mescala, ma chi lo conosce invece, sa che non è del tutto vero. I suoi testi hanno accompagnato un’intera generazione interrotta tra le mura di Siena, che si passava i suoi brani con le chiavette usb sull’mp3 o su my space, una generazione che ha imparato a memoria molte delle sue canzoni perché voce di quella continua tensione verso l’evasione da una piccola città di provincia e di un mondo in continuo movimento al di là di quelle mura, specchio a volte meschino e crudele della nostalgia del ritorno. Mescala non ha mai smesso di scrivere, ed oggi vediamo portare a compimento la sua opera prima, ma che definirei “di maturità” personale ed artistica. Mescala mette in scena con Psichedèlia un’educazione sentimentale, costruitasi in un tempo immediato ed infinito tra Siena, Londra ed un paesaggio stato d’animo che a volte è la nebbia inglese, a volte un temporale estivo in una campagna senese, altre volte un incontro fugace sul lungo Tevere. Mescala prova a squarciare il velo di Maya rendendoci la fine dell’innocenza, ci dà la chiave per capire ciò che siamo diventati “pupazzi di seta” in bilico tra ciò che tentiamo di mostrare “per difendere una vanità che non ti nutre né ti disseta” e le nostre umili e nude debolezze. Ci fa riflettere su dove stiamo credendo di andare, “invece di correre” verso la libertà. La libertà di Mescala non è una fuga, ma il tempo. Per Mescala essere liberi è interpretare il proprio tempo contingente ed interiore. È terminato quel tempo dell’innocenza, appunto, in cui l’illusione di inventarsi infinite vite diverse, ed al di fuori di quella di partenza, ci faceva credere di dominare noi stessi, i sentimenti e la nostra propria determinazione di individui.  “Il tempo è una bugia per chi è romantico”, canta Giacomo.

Questa redazione, sensibile nelle proprie linee programmatiche alla manifestazione del talento ed orgogliosa di quello che si manifesta in particolare dalle radici controverse della realtà senese, ha così deciso di rivolgere a Giacomo Francini, in arte Mescala, alcune domande. A voi dunque, e di seguito, quello che è venuto fuori da un paio di chiacchierate notturne sull’interrete con l’autore di Psichedèlia.

Cosa significa per Mescala vivere il tempo, capirlo e riuscire a farlo proprio.

Non mi ricordo chi – diversi anni fa – ma qualcuno mi disse che la vita si divide in fasi di 7 anni l’una, anno più anno meno. Bene, gli ultimi sette per me sono stati piuttosto turbolenti. Non è successo niente di particolare o terribile o irreparabile, ma sono stati anni che mi hanno messo al muro. Pensavo che il futuro fosse lontano, lontanissimo, in realtà mi sono accorto – di colpo – che c’ero di già, nel futuro, e con tutti e due i piedi. Non è stata una sensazione piacevole, visto che non ho un lavoro fisso, ho i soldi che ho e non ho fondamentalmente un posto nell’universo (cit: il Taurus). Ma se è vero che – e prendo in prestito una tua frase: “la libertà di Mescala non è fuga, ma il tempo”, frase che sottoscrivo in pieno – è anche vero che avendone accettato lo scorrere mi sono lasciato alle spalle le ansie che accompagnavano quello scorrere e ho potuto resettare tutto e ripartire da capo. Per chiudere, non so se sono riuscito a farlo totalmente mio – il tempo – ma di sicuro l’ho reso più relativo e meno oggettivo, quindi, sì, leggermente più mio.

Quattordici brani per un titolo, “Psichedèlia” che rievoca una precisa tendenza culturale, artistica e musicale degli anni ’60 e ‘70. Dai Pink Floyd ai Jefferson Airplane, dai Grateful Dead ed anche ai Beatles, ma anche dai nostrani le Orme ai The Rokes a I Giganti. E ascoltando Psichedèlia non si fa fatica ad intuire che il nome dell’album sia un tributo alla corrente artistica, dato che la tua cifra stilistica sembra si collochi sì in una scuola dalle reminescenze battistiane, ma anche tra quella del rock psichedelico anni ’60 e ’70.  È corretto?

Il titolo è una vecchia idea. Ci scrissi un romanzetto una decina di anni fa. Poi è venuta una canzone – un pezzo strumentale -, che con gli Hashmir abbiamo provato, ma mai suonato dal vivo. Il titolo mi piaceva (ah, l’accento è sulla seconda “e” non sulla “i” come nella parola comune) quindi volevo riutilizzarlo in qualche maniera. La mia adolescenza si è dipanata negli anni ’90, e la musica che ascoltavo era più che altro Britpop e roba inglese e americana degli anni ’60/’70 – Beatles, Doors, Sonics, Dylan, Velvet Underground, 13th Floor Elevators. Di italiani ascoltavo poco, Battisti e Litfiba, più che altro. Quindi il disco più che un tributo alla corrente psichedelica in sé, è una spremitura di stili che – sono passati 20 anni maremma cane! – sono pian piano diventati miei.

Mescala nasce, dopo varie esperienze in gruppo, come solista e cantautore nel 2014, anno in cui avevi già alle spalle un romanzo pubblicato e due raccolte di poesie, in cosa differisce il tuo essere cantautore rispetto all’essere autore e scrittore per la pagina stampata?

Come solista in realtà è roba fresca, dall’inizio di quest’anno. Dopo gli Hashmir l’idea/Mescala era comunque quella di un gruppo, magari con membri non troppo fissi, ma non mi sentivo propriamente solo. Poi le cose sono andate a singhiozzi e quindi dopo due anni ho deciso di provare a mettermi in gioco da solo. Comunque, la differenza sostanziale è tutta nel modo in cui cerco di esprimermi. Ovvero: nei libri – soprattutto i romanzi – puoi prendere il tuo tempo, sviluppare l’idea, caratterizzare i personaggi (la poesia la lascio da parte, non riesco neanche più a leggerne mezza), nella musica invece devi riassumere, parafrasare, sintetizzare al massimo. Con gli Hashmir scrivevo in inglese e i testi erano più semplici e meno sensati. Scrivendo in italiano ho dovuto imparare ad ascoltarmi più a fondo per riuscire a creare dei quadretti che rappresentino al meglio i miei stati d’animo. Una cosa è certa: è la miglior specie di autoanalisi che esista!

I personaggi di Psichedèlia ti accompagnano nelle storie che racconti spesso in prima persona. Sono donne soprattutto, donne fatali, principesse, madri, amori rubati ed amori destinati. Ci sono però anche i “cani randagi” e il gruppo degli amici “i bambini cattivi”. Un po’ The Dubliners. Chi sono davvero i tuoi personaggi?

Le donne mi piacciono, molto. E più che invecchio più che mi piacciono. Perchè magari adesso mi ritrovo in un mondo notturno popolato di cittine di 20 anni che sono lontane anni luce dal mio modo di vivere e pensare e che quindi mi aprono uno spiraglio su ciò che ero. Intendo dire, vivo e penso come quando avevo 20 anni, ma lo faccio in modo totalmente diverso, più distaccato. Non oso dire maturo, perché la maturità è una stronzata totale. Ma senza dubbio ragiono attraverso l’esperienza. È una cosa buffa. I personaggi ovviamente sono sia presi dalla realtà che vivo, sia dalle sfumature della mia personalità. Come tutti, posso essere in molti modi e questi molti modi cerco di trasformarli in mondi di musica e parole. I bambini cattivi e i cani randagi sono i mondi che preferisco. Perché ogni tanto cerco di portarmi su una retta via di coscienza, ma passano 5 giorni e poi dopo una nottata un po’ più entusiasta mi tocca mandare così tanti messaggi di scuse che ormai neanche mi risponde più nessuno. Ognuno è quel che è, no?

Il Brano “Doriangray” è una featuring con un altro artista e musicista senese, Zatarra. Ci racconti un po’ di come è nata questa affinità elettiva?

Zatarra è un grande! Guarda, sono sincero: di rap o hip hop non so gran chè. Ma lui è stato capace di portare in città uno stile di musica e vita che non è propriamente nostro. Ha messo su una scena suburbana e molti ragazzi lo hanno seguito. Ci sarebbe veramente tanto da imparare da una persona che vive Siena con freschezza e voglia di condividere, che si muove e cerca di creare spazi e occasioni anziché limitarsi a brontolare sui social, come fanno molti. E l’entusiasmo che ci mette è ciò che mi ha spinto a chiedergli di collaborare con me per Doriangray. Volevo che il pezzo si troncasse in due, come se una voce profonda, interiore, uscisse allo scoperto per accusare violentemente il protagonista del pezzo, che è una persona di mezza età incapace di affrontare le maschere che ha creato e di cui è divenuto prigioniero. Questo è un po’ quello che fa il rap, no? E per questo ho pensato a Zat. Parlando, più che cantando, spezzi l’armonia e il messaggio che arriva è più crudo, più grezzo. Doriangray è un pezzo grezzo e Zatarra è stato davvero in gamba. È venuto a casa mia, si è preso una birra e mezz’ora di tempo, e poi ha scritto e inciso il suo pezzo. Devastante. E poi siamo cresciuti nello stesso quartiere a Palazzo Diavoli, quindi c’è anche quel piccolo legame in più – l’origine, no? – che non guasta mai quando si tratta di tirare fuori qualcosa da dentro.

Mescala e lo specchio. Lo specchio è un leitmotiv che recuperi in molti dei brani dell’album. Lo stesso Doriangray ha in sé il tema dello specchio. Cosa dice lo specchio a Mescala?

Una delle canzoni che preferivo dei vecchi Hashmir si intitolava per l’appunto The Mirror. Lo specchio è un’idea che mi assilla. Chiunque, anche la persona meno vanesia, egotista, narcisista del mondo si trova comunque almeno una volta nella vita impigliata nell’idea di sé che proietta sugli altri. È inevitabile. Come il caffè a colazione. E quando mi osservo non posso fare a meno di giudicarmi e da questo giudizio imparare cose nuove. Su di me e sul mio modo di percepire il mondo. Quindi lo specchio è tutto ciò a cui ruota attorno il nostro conoscerci, da quando ci poniamo la prima domanda in poi. È fondamentale.

Nella letteratura di Mescala ci sono molti altri brani inediti che non hai inserito all’interno di Psichedèlia. Questo mi fa pensare che questo album, più che una raccolta di brani sia un concept, fatto che giustificherebbe, oltre agli inediti in super anteprima che hai inserito, la scelta di alcuni brani piuttosto che di altri. Come nasce allora Psichedèlia? Cosa rappresenta per Mescala?

Ha un senso. C’erano canzoni migliori, ma le ho lasciate fuori perché non filavano. Non andavano a braccetto con quelle che ritenevo fondamentali per questo disco. Ci deve essere sempre un filo conduttore, altrimenti viene fuori una compilation. E anche se magari nessuno se ne rende conto, io so che un filo c’è e so che ascoltando il disco un paio di volte questo filo esce fuori. Ho diviso l’album in due tronchi. La prima parte è più leggera, armonica, estiva. La seconda parte, che inizia con Cani Randagi, è più suburbana, scura e malinconica. È tutta la stessa roba, bada bene, solo che ho cercato suoni più metallici e digitali, meno “veri”. È un po’ come quando vai a scuola e anche se rimani nella stessa aula, ogni mattina ogni ora o due o tre cambi materia e professore e quindi impostazione mentale. Ecco, l’avevo immaginato un po’ così, il disco: un neurone per la prima parte, uno – meno sobrio – per la seconda.

Mescala è l’alter ego di Giacomo Francini? Rispondi sinceramente.

Indubbiamente. Ma potrebbe anche essere il contrario, te lo dirò fra qualche anno.

Poco fa ho definito Psichedèlia un’educazione sentimentale. E l’educazione, anche quella dei sentimenti, si inizia ad imparare da piccoli, all’interno delle proprie mura domestiche. Mescala, come Giacomo, sono figli di una madre amorevole, ma esclusiva, di una “Dolce dama altera” – un altro bellissimo tuo pezzo dedicato a Siena – “che odi e sbandieri”, “che ami e che respiri”. Credi che il tuo essere un artista figlio di questa realtà rispecchi questo ossimoro? Pensi che ti abbia limitato, ti stia limitando, o che, come una madre severa e possessiva, ti abbia tolto molto ma anche impartito “un’educazione” privilegiata?

Qui apri un mondo. Diciamo solo che nessuno può insegnare a nessun altro come vivere la propria città. Io amo Siena, l’ho sempre amata e come ogni amore che si rispetti detesto l’influenza che ogni tanto – o ogni spesso – ha su di me. A chi è contradaiolo Siena dona un cordone ombelicale di acciaio, non lo puoi spezzare. Anche se magari sai che la tua vita altrove sarebbe forse non migliore ma certamente più “tua”. Si sa quello che viene concesso a chi cerca di fare musica, non c’è bisogno che elenchi i punti di una situazione che ormai conosciamo tutti molto bene. Quindi ti dico solo che sono felice di essere nato in un contesto unico, che sono stato infelice di farne parte in un determinato periodo della mia vita, che sono stato bene a Londra e che ho considerato l’esser tornato un errore per molti anni. Ma adesso ho capito che una scelta inconscia è stata fatta, molto prima che ne capissi il senso e che oggi come oggi sono contento di quel che ho, perché so che con persone come Zatarra, Masotti, Cafarelli – voi di Wunderbar, tutti quei bordelli che lavorano nei locali, nella fotografia, nei loro piccoli negozi e che lo fanno non solo per i soldi ma soprattutto per il piacere di comunicare e portare qualcosa alla comunità – persone piene di idee ed entusiasmo che sanno leggere il mondo amando comunque a fondo la propria terra, questa città supererà il periodo della giacca e cravatta e tornerà ad essere una culla in fermento, come lo era ai tempi che tanto rimpiangiamo.

 

 

Per un ascolto in anteprima di alcuni brani, potete trovare il primo EP mescaliano “Bootleg” disponible su
Spotify https://open.spotify.com/artist/7maHfyKlSfFzVJEiIYfvcJ
Canale Youtube di Mescala https://www.youtube.com/channel/UC-OJWGw1elVWYzt5o7m_ZnA
Instagram https://www.instagram.com/mescala_jf/  
Facebook https://www.facebook.com/MescalaSiena

 

Bibliografia dell’Autore

  • “Sette Passi sul ventre andaluso” di Giacomo Francini Il Filo 2007;
  • “Oltre il Sorriso di un Clown” di Giacomo Francini 2006
  • “Acque Nere” di Giacomo Francini Ed. Aletti Editore.

www.alettieditore.it
www.gruppoalbatros.eu

DISCHI ATTESI: TORNANO I VERDENA E NON DELUDONO – di Francesco Panzieri

Dopo un’attesa di 4 anni torna a pubblicare un album il principale gruppo rock del panorama italiano: i Verdena escono il 27 gennaio con “Endkadenz vol.1“. Infatti il trio delle valli del bergamasco, uscito dalla consueta lunga gestazione in sala prove ed in sala incisione (un pollaio riadattato a studio di registrazione ribattezzato non senza autoironia “Henhouse”), Continua a leggere DISCHI ATTESI: TORNANO I VERDENA E NON DELUDONO – di Francesco Panzieri

5 ALBUM MUSICALI PER IL 2014 – di Francesco Panzieri

panz141#5 Pink Floyd – The Endless River

So di sbilanciarmi, ma sfido un qualunque fan dei PF che ha ascoltato l’ultimo disco a sostenere di non aver versato una sola lacrima. Di nostalgia, d’accordo, come quando si incontra dopo tanto tempo un amico e lo si trova invecchiato. Poi bastano due battute e sembra ancora di essere tra i banchi di scuola a scherzare e divertirsi. Sì, perché le registrazioni su cui si basa l’album, una bella digressione gilmouriana quasi totalmente strumentale, fanno parte del pacchetto di sessioni da cui fu tratto il fortunato (12 milioni di copie) “The Division Bell” del 1994. Album che vide il rientro del povero Richard Wright alle tastiere ed al quale seguí un leggendario tour, l’ultimo vero e proprio. È questo epitaffio per l’amico ritrovato e poi perso, questo omaggio per i Pink che non saranno più, questo senso di risaputo ma effimero che fanno di “The Endless River” uno degli eventi imperdibili del 2014. Non consiglio l’ascolto a chi ascolta musica solo sulle playlist o su Spotify (anche perché quando ti parte la pubblicità dopo 8 minuti di assolo di Gilmour ti sale dentro Pol Pot)… Continua a leggere 5 ALBUM MUSICALI PER IL 2014 – di Francesco Panzieri

10 CANZONI DA RICORDARE di Francesco Panzieri

#1 Fabrizio De André – La canzone dell’amore perduto

Marzo 1966. Il giovane Fabrizio De André, figlio geniale e degenere di una delle famiglie della Genova bene, si è già fatto una posizione ed una famiglia. Ha sposato Puny Rignon, da cui ha avuto il piccolo Cristiano, ed ha ottenuto un lavoro fisso, come direttore di una scuola aperta dal padre. Senza troppa fretta, sta cercando di laurearsi in Giurisprudenza. Ma le sue abitudini non sono esattamente quelle del padre e marito modello. Sogna il successo con la grande passione della sua vita: la musica. Poi ama vivere la sua città di notte, con un gruppo eterogeneo di amici tra cui spicca Paolo Villaggio, andando di casa in casa, di bettola in lupanare, spesso rimanendo in strada fino alle ore piccole anche soltanto ad organizzare scherzi tremendi. Sono sei anni che pubblica singoli per la piccola etichetta Karim, e si è già messo in luce per l’anticonformismo, l’antimilitarismo, la voce profonda, la rotonda dizione, l’abilità di paroliere, l’amore per gli chansonnier francesi più iconoclasti. Il matrimonio con Puny sta attraversando una prima crisi, Fabrizio non sta rispettando le promesse, e se ne rende conto. Scrive quindi una canzone che esprime le sue sensazioni senza nascondersi dietro ad un dito: “La canzone dell’amore perduto“. L’amore, ci dice De André nel 1966, nel fiorire delle scioglievolezze sanremesi ed in un paese ancora profondamente bigotto, è relativo. Forse non è altro che un mezzo per difenderci dalla società, di certo tutt’altro che un dogma immutabile. Il narratore, nella canzone, è la donna (Puny), che dice: “Ricordi sbocciavan le viole/ con le nostre parole /Non ci lasceremo mai, mai e poi mai, /vorrei dirti ora le stesse cose /ma come fan presto, amore, ad appassire le rose /così per noi /l’amore che strappa i capelli è perduto ormai, /non resta che qualche svogliata carezza /e un po’ di tenerezza.” E poi: “E quando ti troverai in mano /quei fiori appassiti al sole /di un aprile ormai lontano, /li rimpiangerai /ma sarà la prima che incontri per strada /che tu coprirai d’oro per un bacio mai dato, /per un amore nuovo.” Il tutto accompagnato dalla struggente melodia dell’adagio del “Concerto in Re Maggiore per tromba, archi e continuo” di Georg Philip Telemann (contemporaneo di Bach e di Händel), suonata alla tromba ed al pianoforte. In musica, Fabrizio, riesce ad aprirsi, non sa mentire. Con Puny rimangono insieme, nonostante l’amore sia finito e nonostante le avventure di Fabrizio, fino al 1974. La canzone diverrà famosa solo negli anni successivi, quando De André riceverà finalmente il riconoscimento che gli spetta, diventando un simbolo come cantautore e come intellettuale. Sarà inserita in alcuni LP (“Tutto Fabrizio De André”, Karim 1966, “La Canzone di Marinella”, RRC 1968) e riarrangiata da Gianfranco Reverberi per l’album “Canzoni”, del 1974, guarda caso l’anno del divorzio da Puny e dell’ingresso di Dori Ghezzi nella vita di Fabrizio. Un album bellissimo, con traduzioni di Bob Dylan, Georges Brassens e Leonard Cohen ed alcuni suoi vecchi successi che un De André in crisi, ferito dalle critiche ricevute per “Storia di un impiegato” liquidò così con la sua schiva autoironia: “Sai cosa fa un autore quando non sa cosa dire? Qualche riciclaggio e qualche traduzione. Bisogna pur sopravvivere…” “La canzone dell’amore perduto” è stata votata dai fan del cantautore come la sua canzone più amata e l’hanno voluta cantare, anche se solo dopo la morte di “Faber”, Franco Battiato, Claudio Baglioni, Mango, Andrea Bocelli, Antonella Ruggiero, Cristiano De André con Laura Chiatti. Enrica “Puny” Rignon ebbe a dire, anni fa: “Molte delle canzoni che ha scritto sono reazioni a momenti particolari vissuti in famiglia o fuori. Amori andati a male, amori finiti. Uno qualunque certe cose se le trascina dentro, lui ha questa genialità di riportarle nei suoi pezzi. “La canzone dell’amore perduto” l’ha scritta quando i giochi tra noi erano ormai fatti.” Non sarà stata tra le pagine più impegnate scritte dal cantautore genovese, ma di certo è tra quelle che il pubblico ha fatto subito proprie e che ha amato di più.

10 CANZONI DA RICORDARE – di Francesco Panzieri

#3 Waterboys – Fisherman’s blues

Certi artisti, nonostante un successo e mezzi non all’altezza delle leggende del rock, riescono ad esprimere, col loro nomadismo artistico ed esistenziale, dei capitoli importanti della storia della musica. È il caso degli Waterboys di Mike Scott ed Anthony Thistlethwaite, crogiolo di nazionalità britanniche, punto di incontro di musicisti scozzesi, inglesi ed irlandesi, in cui per un breve periodo figurerà come corista un certa Śinead O’Connor. Lui, Mike, scozzese, giunge a Londra sul finire dei Settanta con tante idee, imbevuto di Bob Dylan e David Bowie, raduna validi musicisti e fonda il gruppo. Dopo i primi timidi successi, nel freddo thatcheriano di inizio Ottanta, sviluppa un suono denso e pieno fatto di vari strati di chitarre acustiche, tastiere, basso, batteria e violino, umanizzato da un’importante sezione di fiati (tromba e sax). I testi sono intrisi di spiritualismo, la voce di Scott è appassionata e stentorea. Sarà ribattezzata “Big Music”, la grande musica che si consacra con l’album “This is the Sea” del 1985. Gli Waterboys girano l’Europa in un lunghissimo tour con i Simple Minds, ed il cantante si rende conto che, purtroppo, dal vivo non si può riprodurre appieno il “muro del suono” della “Big Music”. Meglio, dunque, abbandonare quella strada e tornare alle radici folk della musica. Mike perde un tastierista, si trasferisce in Irlanda vicino al suo violinista Steve Wickham e studia le sonorità e le tradizioni celtiche, ma anche Pete Seeger e Hank Williams, padri del folk e del country americano. Ne esce il capolavoro “Fisherman’s Blues”, del 1988, la cui omonima title track diviene ben presto un classico del folk rock. La tavolozza del suono è composta dallo spettro cromatico di batteria, basso, chitarra acustica, violino, organo e mandolino. Sono i colori scuri e accesi dell’Isola di Smeraldo: viene definito “Raggle-taggle sound”. Il testo è struggente e romantico, parla di un amore difficile ma più forte delle circostanze: “Vorrei essere un pescatore/ scorrazzando per i mari/ lontano dalla terraferma […] Vorrei essere il frenatore/ su un treno che sfreccia agitato/ che si scontra diritto nel centro del cuore/ come un cannone nella pioggia/ con i sentimenti di chi dorme […] E so che sarò liberato/ dai vincoli che mi tengono stretto/ e dalle catene tutte intorno a me/ che se ne andranno alla fine/ e in quel giorno magnifico e decisivo/ ti prenderò con la mia mano/ Salirò su un treno/ Sarò il pescatore/ con la luce nella mia testa/ con te fra le mie braccia…” Il buon successo di pubblico e di critica della canzone e dell’album non superano i confini del Regno Unito. Per il Mondo, in quegli anni, la musica britannica ė rappresentata dagli U2, i Simple Minds, Wham!, Duran e Spandau, Talk Talk, The Smiths, Stone Roses, i Pogues e gli intramontabili Queen. Ma la sperimentazione senza compromessi di Mike Scott merita di essere ricordata, una musica grande come il mare, antica come il Mondo, che unì musicalmente due lembi del Regno Unito allora ancora sul piede di guerra.

10 CANZONI DA RICORDARE – di Francesco Panzieri

#4 Depeche Mode – Never let me down again

“Never want to come down/ never want to put my feet back down on the ground” (Martin Gore, Depeche Mode)

A metà anni Ottanta quattro ragazzi inglesi di enorme talento stanno scalando, un passo alla volta, l’Olimpo del rock planetario. Sono Dave Gahan, il fascinoso cantante, voce calda e movenze alla Mick Jagger, Martin Gore, che scrive i testi, Alan Wilder ed Andy Fletcher. Quando, nel 1987, esce come LP “Music for the Masses” (un titolo al tempo stesso ironico e scaramantico), hanno già sfornato diversi successi nel Regno Unito ed in Europa, ma ancora non sono riusciti a conquistare gli USA. Il loro synth rock fatto di ritmi sincopati e drum machine ha assunto con l’album precedente “Black Celebration” toni più scuri ed introspettivi, che ritroviamo nei testi e nei suoni. “Never Let Me Down Again” è senza dubbio la traccia più riuscita dell’album, e una delle canzoni dei Depeche più belle in assoluto. La canzone si apre con un riff di chitarra campionato con degli effetti per renderlo più duro. La linea di batteria è semplice ed efficace, formata da campionamenti dei Led Zeppelin sorretti da due linee di sequencers. Martin Gore, nel testo, ci parla di un “amico”, unica ancora a cui sorreggersi, l’unico che può farti sentire più forte delle difficoltà: “Sto facendo un giro/ Con il mio migliore amico/ Spero che non mi abbandoni mai più/ Lui sa dove mi sta portando/ Mi sta portando dove voglio andare […] Stiamo volando in alto/ Guardiamo il mondo passarci di fianco/ Non voglio mai [più] tornare giù/ Non voglio più rimettere i piedi per terra […] Non mi abbandonare mai/ Vedi le stelle, brillano luminose/ È tutto a posto stasera…” Il tutto viene colorato da una rete di synth, dall’arrangiamento orchestrale e dai cori, in un crescendo finale che sembra portarci sempre più in alto. Chi sia veramente questo amico è una domanda che Martin Gore ha volutamente lasciato senza risposta. Si è ipotizzato che la canzone sia un inno all’amicizia vera, si è detto che si parla di droga, di un’esperienza sessuale, persino di Dio, o comunque della fede. Quel che è certo è che con “Music for the Masses” i Depeche Mode conquistano anche gli Stati Uniti e si imbarcano nel loro tour mondiale più lungo: 101 date che culminano al Rose Bowl di Pasadena, nei pressi di Los Angeles, il 18 giugno 1988, di fronte ad 80.000 spettatori. I concerti sono chiusi proprio con “Never let me down again”, con Dave Gahan che invita il pubblico ad imitarlo nel gesto di un saluto e poi si ferma estasiato ad osservare il mare di braccia che si agitano. Uno spettacolo che il sottoscritto può dire di aver visto e vissuto, dato che nei concerti il pezzo è sempre tra i più richiesti. Nel 1987-1988 il gruppo è probabilmente all’apice di un successo che dura fino ai giorni nostri, ma che mette i suoi membri a durissima prova: Martin Gore scivola nell’alcolismo, Alan Wilder esce dal gruppo, Andy Fletcher cade in depressione. Quanto a Dave Gahan, in breve viene travolto dallo stress e dai vizi del rock business: diventa dipendente da droghe pesanti, speedball ed eroina, distrugge due matrimoni, sopravvive ad un tentativo di suicidio, un infarto, un’overdose (1996) che lo lascia per tre minuti clinicamente morto. Riesce a disintossicarsi, così come Martin dall’alcool; i Depeche superano le avversità, i litigi interni, persino la concorrenza di band più giovani ma che non hanno altrettanto appeal. Oggi sono tra le 4-5 rock band di maggior successo del pianeta e continuano a riempire stadi e palazzetti. Non hanno ancora rimesso i piedi in terra, vedono ancora il Mondo passargli di fianco. Che sia un Dio, un demone o un amico che li guarda dall’alto, di certo lassù qualcuno li ama…

 

10 CANZONI DA RICORDARE – di Francesco Panzieri

#5 Sam Cooke – A change is gonna come

Samuel Cook, in arte Sam Cooke, è uno dei campioni della musica black americana, una specie di Elvis nero per sex appeal e capacità di proporre successi pop romantici (“Cupid”, “Wonderful world”) e spensierate sarabande ballabili (“Twisting the night away”, “Shake”), un Sinatra di colore dalla voce vellutata, affinata in una vita di canto gospel, e dai modi raffinati. Piace al pubblico dei ghetti, dominando le classifiche R&B, ma anche ai bianchi “liberal”, più propensi alle romanticherie musicali che alle lamentazioni ed agli spigoli del blues: 29 suoi singoli dal 1958 al 1964 entrano nella top 40 Billboard degli USA. La sua musica viene “dall’anima”, come il gospel, ma è di facile fruizione per tutti: nasce con lui la “Soul Music”. Ma per lui il successo non basta: sente di dovere qualcosa ai suoi fratelli neri, e comincia ad impegnarsi per aiutare il movimento per i diritti civili. Grazie alla sua crescente fama conosce Martin Luther King, nel febbraio 1964 Muhammad Alì lo elogia pubblicamente nella conferenza stampa dopo aver battuto Sonny Liston e la TV due mesi dopo fa incontrare i due nuovi idoli dei giovani di colore. Ascolta la nuova musica che sta trasformando il panorama ingessato dei primi anni Sessanta in un calderone di protesta e di sperimentazione, in particolare viene colpito da Bob Dylan e dalla sua “Blowing in the Wind”. La risposta alle domande di Bob è in una canzone che Sam scrive di getto dopo essere stato cacciato, con tutto il proprio entourage, da un motel in Louisiana, che accetta solo una clientela di bianchi: “A change is gonna come”. “In certi momenti ho pensato che non ce l’avrei fatta a lungo” canta Cooke “ma adesso penso di poter resistere/ Ed è passato tanto, ma tanto di quel tempo/ ma so che ci sarà un cambiamento, certo che ci sarà.” La ballata, impreziosita da uno struggente arrangiamento orchestrale, viene registrata a dicembre 1963, ma esce come lato B del singolo “Shake” soltanto un anno dopo. Sarà un successo soltanto negli anni successivi, sull’onda della battaglia dei diritti civili, come inno generazionale della gioventù di colore degli anni Sessanta. Sam non farà in tempo neppure ad assistere all’uscita della canzone: rimarrà ucciso l’11 dicembre 1964 allo Hacienda Motel di Los Angeles, crivellato di proiettili dalla proprietaria, da lui aggredita per aver tentato di nascondere una prostituta che lo aveva derubato di portafogli e vestiti mentre era in bagno. Una morte squallida per l'”usignolo di Clarksdale” (immortalato dalla stampa accasciato con addosso soltanto una giacca) che ha alimentato varie tesi del complotto (ai suoi funerali a Chicago si verificarono disordini), ma che forse ha ridimensionato la statura di un eroe della comunità nera che avrebbe potuto trovare un posto nel Pantheon tra Martin Luther King e Malcolm X.

HENKE AI RINNOVATI – di Emilio Mariotti

henkeLinea. Battito. Linea. Battito. Inizia così l’esperienza lisergica preparata dal professor Robert Henke ai tanti giovani avventori del Teatro dei Rinnovati. Sembra un miracolo o una notizia falsa, ma è tutto vero. Punto primo: il berlinese Henke professore lo è davvero, in quanto docente di Sound Design all’University of the Arts della sua città natale. Punto secondo: quegli esseri strani, un po’ puzzolenti, dalle capigliature azzardate e dalle voglie più improbabili chiamati giovani esistono ed hanno occupato il nobile teatro del Palazzo Pubblico. A dir la verità gli eventi in programmazione sono stati due due. Ad aprire la serata c’è stato il sempre teutonico Pantha du Prince, che, sinceramente, non ha entusiasmato, frenato dal basso volume e dall’impossibilità tecnica di ballare. Problemi che non si sono presentati per il “Lumiere” show di Henke. Il volume è stato alzato (probabilmente dopo un consiglio comunale ad hoc) e di ballare il pubblico non aveva più voglia. Sì, perché da quella linea-battito, linea-battito è stato rapito. Tutti i presenti sono stati trascinati in un’orgia di pulsazioni quadratiche, centriche e concentriche, rigorosamente a passo di digital music. Sembrava di assistere a una “Fantasia” del terzo millennio. Digitale, minimale e senza quell’antipatico di Topolino. Per me che non ho mai avuto il coraggio, i soldi e il fisico per affrontare un “viaggio pissichedelico” da fungo, LSD e cotillons, è stata un’esperienza trascendentale, simile al racconto beatlesiano di “Tomorrow never knows”. Probabilmente anche la debilitazione da influenza deve avere inciso sull’effetto, è vero, però la situazione straniante e mistica ha toccato tutti, a giudicare dalle facce. Una bella serata insomma, conclusasi con mr. Henke a spiegare a parte del pubblico come aveva impostato tecnicamente la performance, frutto tutto di improvvisazione, sia di suoni che di visioni. Visto che l’evento rientra nei preparativi alla “battaglia finale” per la candidatura di Siena Capitale della Cultura europea 2019, non posso che lanciare un guanto di sfida al professor Sacco: se Henke da dj si è fatto professore, perché lui (Sacco eh…) che professore nacque non tenta anche la carriera da manipolatore di dischi?

Due p.s.: 1 – Unica pecca del “Lumiere” è stata la presenza eccessiva da effetti fumo. Propongo per la prossima volta di usare l’Eucaliptolo, almeno così possono passare tutti i disturbi influenzali.

2 – Fra i presenti ho intravisto tante persone che a Siena e dintorni provano a fare musica, in particolare elettronica. Che ci sia un piccolo movimento nella nostra Provincia? La nuova Ibiza o la seconda Detroit? Quello che sarà si vedrà in futuro, di sicuro fa piacere vedere gente che non si arrende. Affogate pure nel Maelstrom della noia voi del “A Siena non c’è mai niente da fare”.

Siena e la musica dal vivo: un silenzio assordante? – di Francesco Panzieri

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Spesso mi domando come sia possibile che in una città come la nostra la musica dal vivo abbia ancora uno spazio così marginale.
E certamente non mi è di conforto uno sguardo a 360° sulle nostre “sorelle” toscane: Firenze, con i suoi club e circoli, storici e non (Flog, Glue, Tender, Limonaia) e con l’attività dei teatri ed auditorium, Arezzo (Karemanski), Livorno (Teatro Cage), Prato, Pisa e Lucca. Perugia ha una scena musicale molto interessante, con radio e club votati alla musica indipendente, anche del livello più alto (radio Bonobo, Urban club).
La nostra Siena d’inverno si addormenta: per assistere a concerti dal vivo di band attive a livello nazionale ed internazionale bisogna raggiungere Colle val d’Elsa, con la roccaforte Sonar live, dove si continua una tradizione di qualità e di quantità, con 2-3 concerti e dj set a settimana. Si può assistere a qualche buon concerto anche al Mattatoio n°5 di Montepulciano, città che si onora di aver dato i natali ai geniali Baustelle.
La scena musicale cittadina soffre indubbiamente la mancanza di spazi adeguati per la musica dal vivo: lo dimostra il successo delle serate organizzate sempre più spesso da piccoli ma lungimiranti locali quali Il Cambio, storico portabandiera della scena musicale senese, ma anche pub come Cacio e Pere e lo Skilè di Vico Alto, la libreria-pub CubaLibro a Porta Siena ed il centro culturale Corte dei Miracoli. C’è un movimento, ci sono tanti studenti dell’Università e tanti giovani senesi appassionatisi alla musica grazie al tam tam dei social network e a You Tube, diverse band locali – forse senza nessuna punta di qualità eccelsa – che si alternano nelle serate e spesso suonano in altre città toscane. Stanno nascendo radio musicali indipendenti (Radio Cinque) e le radio locali più tradizionali cominciano a ritagliare nei palinsesti spazi per la musica rock, al di fuori del mainstream (Music Graffiti su ARE).
Insomma, l’ambiente potrebbe essere maturo, il pubblico ci sarebbe, così come una “galassia” di band per il supporto di ospiti importanti.
Ma a Siena bisogna aspettare l’estate, le iniziative del Comune (Città Aromatica) e del PD (Festa Democratica in Fortezza) per vedere i grandi nomi, con formule peraltro sempre più stanche e ripetitive, anche se immancabilmente glorificate dai giornali locali. Basti pensare che, lo scorso anno, su 4 concerti di grandi artisti, 2 erano programmati lo stesso giorno (Teatro degli Orrori in piazza San Francesco e Bandabardò in Fortezza).
Inutile dire che, nello stesso periodo dell’anno, volendosi muovere con la macchina, si possono raggiungere il Pistoia Blues Festival, il Lucca Summer Festival, Arezzo Wave, Festambiente a Rispescia, Umbria Jazz e Rock in Umbria, tutti festival con in cartellone grandi nomi italiani ed internazionali. A Firenze nel 2012 ci sono stati i concerti gratuiti di Radiohead ed Iggy Pop.
E non mi soffermo sui concerti negli stadi e palazzetti. A Siena al Palazzetto di viale Sclavo si possono fare soltanto i comizi politici…
Allora mi sorge una domanda: cosa ci manca? Imprenditori della musica? Solo un po’ di coraggio? Sicuramente una politica più attenta alle esigenze non solo dei giovani, ma anche di un’economia cittadina da rilanciare. Forse, col disgelo della primavera, con la riflessione sul crollo del Sistema-Siena e la spinta verso la candidatura a capitale europea della Cultura per il 2019 qualcosa potrà cominciare a muoversi.

J.S. BACH, L’ARCHITETTO DI CATTEDRALI di Davide Cortonesi

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Ho pensato di tenere per questo blog una rubrica di storia della musica classica, che attraverso articoli e video musicali, ripercorra a grande linee le tappe fondamentali della musica colta occidentale. Questa scelta comporta tuttavia il seguente dilemma: l’articolo di un blog per essere appetibile non può essere troppo prolisso, ma non deve neanche risultare banale negli argomenti trattati. Spero proprio di riuscire a trovare un giusto compromesso strada facendo.

Per prima cosa ho pensato ad una selezione temporale: partire dalla civiltà greca sarebbe sicuramente stato di buon auspicio per la durata del blog, ma avrei rischiato di non parlare mai di un tal Beethoven o di un certo Chopin che, rispetto all’Epitaffio di Sicilo, ritengo vagamente più interessanti per il nostro tipo di pubblico. Nulla toglie che, se l’iniziativa avrà lunga vita, si possa un domani fare un viaggio nel passato. Mi sono poi posto il problema del taglio e del tipo di argomento da affrontare volta per volta: vado per autore? Per stile? Per tipo di composizione? Ho optato per la prima delle ipotesi, riservandomi degli approfondimenti specifici ogni qual volta lo riterrò necessario, o mi verrà richiesto dai commentatori.

Da dove partire quindi e perché? La scelta è ricaduta su Johann Sebastian Bach (Eisenach, 1685 – Lipsia 1750). Mi direte, o forse no, e la Camerata de’ Bardi con la nascita dell’Opera teatrale in musica? Monteverdi, Frescobaldi, Corelli e tutti gli altri? Per il momento verranno orrendamente scavalcati in favore del “grande uomo” di Lipsia. Il perché è presto detto, in primis poiché così ho deciso e poco potete farci (le manie di onnipotenza date dal blog stanno prendendo ormai forma) e poi perché Bach si è conquistato un’universalità che va al di là di ogni connotato storico. Massimo Mila scrive al riguardo: più che innovatore e rivoluzionario, Bach è un «genio squisitamente assimilatore […] che si presenta a noi con la piena solennità, con l’autorità imponente di coloro che concludono un’epoca e tutti i caratteri ne assommano in sé, portandoli ad espressione perfetta e definitiva». Ed infatti egli praticò ogni sorta di forma musicale che era in voga al tempo, all’infuori del teatro. Su Bach sono stati scritti volumi immensi, ed è per questo che adesso mi trovo nell’imbarazzo della scelta. Le note biografiche potete trovarle facilmente sul web, a patto che nella ricerca scriviate oltre al cognome  anche il nome, poiché seppur risulta il più famoso compositore della sua stirpe, degli 86 Bach dell’albero genealogico, solo 9 non hanno seguito la carriera musicale. Al tempo il musicista era un mestiere da tramandarsi di padre in figlio, come poteva essere il falegname. Nel Barocco infatti la musica ha ancora una connotazione di tipo artigianale: siamo molto lontani da quelle “versioni d’ultima mano” intese come forma geniale dell’opera d’arte in sé compiuta tipica del Romanticismo. Per Bach e i suoi contemporanei continuare a lavorare su di un’opera finita è la regola, ed è una chiara indicazione della componente artigianale del mestiere di compositore.

Protagonista indiscusso del tardo Barocco, ostinato cultore del passato e scettico antimodernista, Bach viene contraddetto dalla propria personalità, la più rappresentativa di quell’epoca e, insieme, la meno allineata sulle posizioni dei contemporanei; quindi personalità eccezionale, al di fuori della norma, atipica. Si scopre così che il più grande dei figli di quel tempo è il meno noto e che il suo messaggio non fu letto se non da pochi. Bisognerà attendere gli inizi dell’800, con la “Bach-Renaissance”, per poter affrontare il problema della vita e dell’arte di Bach.

Ma come poter descrivere, in poche parole e senza addentrarsi in specifiche analisi il vastissimo repertorio bachiano? C’ho pensato molto e  credo che possa essere esemplificativo un parallelo tra il compositore e la figura artistica e professionale dell’architetto, o più specificatamente dell’architetto di cattedrali. La musica di Bach è infatti la miglior rappresentazione dell’unione fra arte e scienza. In essa si trova la forma, la struttura, la monumentalità, ma anche la sperimentazione, l’ornamentazione e la tendenza ascensionale verso il divino. L’atteggiamento morale di Bach non contraddice mai il credo luterano e, come afferma Alberto Basso: «il testo musicale è sempre determinato da un rigoroso interesse speculativo e governato da un tenace ésprit de géométrie, simbolo di ordine e di saggezza, specchio di un’intelligenza privilegiata e di una condizione umana edificante». Questo tipo di atteggiamento fa sì che il compositore non faccia distinzioni fra opera sacra e profana, fra musica vocale e strumentale, fra teoria e prassi. I mezzi, gli stilemi, i materiali, le situazioni, gli strumenti di lavoro sono i medesimi,  ma vengono poi trasformati sotto l’impulso espressivo, dando vita a ciò che pare concepito in astratto e adattabile a tutti gli usi. Anche per questo motivo, riferendosi a Bach, si è parlato spesso di musica “assoluta”.

Trattando appunto di musica, ancor più delle parole, sono importanti gli ascolti, vi invito dunque a seguire negli articoli seguenti i video musicali di alcune delle opere di questo grande compositore.

 

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