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I PATTI LATERANENSI: DA RELIGIONE DI STATO AD ANTIFASCISMO di Filippo Secciani

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La Chiesa Cattolica invitò i suoi elettori a votare il partito “unico” di Mussolini nel corso delle elezioni del 24 Marzo del 1929 che sancirono l’ovvio trionfo alle urne del partito Fascista.
A questa esortazione contribuì soprattutto la firma dei cosiddetti Patti Lateranensi – 11 febbraio del 1929 – che conclusero la “questione romana” scoppiata dopo la breccia di Porta Pia nel settembre del 1870.
Le trattative iniziarono già nel corso del 1926, allorché il Partito Popolare di Sturzo fu sciolto forzatamente in seguito alla secessione dell’Aventino (ovvero l’astensione dai lavori parlamentari dei membri dei partiti inseguito all’uccisione del socialista Matteotti), peraltro questa politica ostracista del PPI nei confronti di Mussolini fu condannata dallo stesso Pio XI. Dunque, dopo che il Partito Popolare fu bandito la chiesa Cattolica si avvicinò al partito Fascista condividendo la politica volta all’eliminazione del conflitto sociale, il corporativismo e il concetto di comunità all’individuo. Soprattutto però il Fascismo diventò il naturale alleato – o per meglio dire lo strumento – per combattere il Socialismo e Liberalismo, che già nel 1864 il pontefice Pio IX aveva condannato nell’enciclica Syllabus complectens praecipuos nostrae aetatis errores, o più comunemente Sillabo.
C’è chi si oppose fortemente a quest’accordo con la Santa Sede, in nome di quell’anticlericalismo e spirito nazionale che caratterizzò l’intero Risorgimento.
I liberali, seppur ridotti a forza extraparlamentare, iniziarono ad avversare l’idea di un possibile negoziato tra Stato e Chiesa, invocando il principio cavouriano di “Libera Chiesa in Libero Stato”, non interferenza reciproca negli affari interni dei rispettivi paesi. Anche alcuni fascisti ritennero che un simile accordo avrebbe privato il partito di libertà di movimento a causa dell’ingombrante presenza “dell’alleato”. Altri, come Giovanni Gentile, infine ritennero che si sarebbe corso il rischio di una sostituzione della chiesa in faccende che riguardavo de facto la società civile.
Gli interessi per entrambe le parti erano troppo forti e non c’era modo che l’opposizione potesse veder prevalere le sue idee. Nel palazzo del Laterano dunque furono firmati gli accordi tra il Primo Ministro Benito Mussolini e per la Chiesa il Segretario di Stato Pietro Gasparri. Gli accordi che iniziarono con la formula “in nome della Santissima Trinità” erano costituti da:
il Trattato che prevedeva il riconoscimento da parte dell’Italia del neonato stato Città del Vaticano, garantendo il libero esercizio della sovranità e la sua personalità giuridica internazionale, i confini si articolavano tra le tre basiliche romane di S. Giovanni in Laterano, S. Maria Maggiore e S. Paolo, insieme al possesso del palazzo pontificio di Castel Gandolfo; viceversa il Vaticano riconobbe per la prima volta il regno d’Italia e Roma come sua capitale.
la Convenzione Finanziaria obbligò l’Italia al pagamento di 1 miliardo e 750 milioni di Lire come indennizzo per la perdita degli introiti del vecchio regno Pontificio, che abrogò la vecchia legge delle Guarantigie (ovvero il primo tentativo post 1870 di regolamentare i rapporti con Pio IX assicurando il libero esercizio del potere spirituale, che il papa rifiutò fermamente con l’emanazione dell’Enciclica Ubi nos).
attraverso il Concordato furono regolamentate “le condizioni della religione e della Chiesa in Italia” riconoscendo “la religione cattolica apostolica romana la sola religione dello stato”; il Cattolicesimo diveniva il fondamento dell’insegnamento nelle scuole pubbliche medie, oltre che elementari; il riconoscimento di tutti gli effetti civili al “sacramento del matrimonio disciplinato dal diritto canonico”, ai vescovi arrivati nelle nuove diocesi si obbligava di giurare fedeltà allo stato italiano; l’Azione Cattolica fu legalizzata – unica associazione non legata al fascismo riconosciuta lecitamente.
La firma dei Patti fu salutata con gioia da entrambi i contraenti, suscitando perfino l’interesse della stampa internazionale per l’evento.
Il papa Pio XI a margine delle trattative dichiarò come “ci voleva anche un uomo come quello che la Provvidenza Ci ha fatto incontrare” incoronando a tutti gli effetti Mussolini l’uomo adatto a guidare l’Italia e interlocutore primario per il Vaticano. Da parte sua il Duce approfittò di quest’ondata di sostegno popolare per sciogliere le camere e chiamare gli italiani alle urne a votare gli uomini che lui stesso aveva candidato.
I liberali e i socialisti seppur isolati e costretti all’esilio trovarono in Benedetto Croce un alleato inaspettato all’interno del parlamento; egli ricordò come il Risorgimento italiano fosse “segnato dalla lotta e dall’ascensione delle istituzioni laiche di fronte alla Chiesa”. Come prevedibile però la votazione dei Patti Lateranensi fu approvata con i voti contrari di Croce e altri sei senatori.
La “questione romana” iniziata il 17 settembre 1861, con la nomina di Roma a capitale del regno italiano si concluse il 7 giugno del 1929, ma i malumori da entrambe le parti non cessarono: se i liberali temevano per un’interferenza “autorizzata” della chiesa nelle faccende dello stato, i cattolici temevano che lo stato approfittasse della chiesa per ottenere risultati politici sia in patria sia all’estero.
I turbamenti cattolici risultarono fondati con il discorso che Mussolini tenne in parlamento al momento della ratifica italiana dei Patti il 5 maggio 1929, nel suo lungo discorso seppur celebrando le doti del papa come guida di “tutti i cattolici” affermò come Pio XI fosse “nato in Italia, in terra lombarda, e ha, della gente lombarda, la soda praticità e il coraggio delle iniziative”. Con ciò si volle sottolineare come la Chiesa era in tutto e per tutto italiana.
Il punto che maggiormente scandalizzò la Chiesa riguardò la supremazia dello stato sul potere spirituale. “Che cosa sarebbe lo Stato se non avesse uno spirito, una sua morale che è quella che dà la forza alle sue leggi e per la quale esso riesce a farsi ubbidire dai cittadini? Che cosa sarebbe lo Stato? Una cosa miserevole, davanti alla quale i cittadini avrebbero il diritto della rivolta o del disprezzo. Lo Stato fascista rivendica in pieno il suo carattere di eticità: è cattolico, ma è fascista, anzi soprattutto esclusivamente, essenzialmente fascista. Il cattolicesimo lo integra, e noi lo dichiariamo apertamente, ma nessuno pensi, sotto la specie filosofica o metafisica, di cambiarci le carte in tavola”.
Ecco dunque la vera natura dei Patti Lateranensi: Mussolini fu generoso nel riconosce diritti e concessioni alla Chiesa solamente quando ciò gli avrebbe permesso di ottenere pregi e meriti di fronte al popolo italiano e maggior potere politico per governarli, difendendo rigorosamente gli interessi a cui non intendeva rinunciare. Fu la sorte che toccò ad Azione Cattolica in seguito alla firma del Concordato; essa iniziò ad attrarre sempre più simpatizzanti e militanti e sostituendo il vuoto creato dall’assenza del PPI, divenne lo strumento della chiesa nell’attività politica italiana e ciò fu intollerabile per il Gran Consiglio: ad una dura campagna giornalistica e diplomatica, rispose l’enciclica papale Non abbiamo bisogno nella quale si ribadiva il diritto della chiesa di guida morale per i giovani.
Alla fine fu trovato un compresso che consentiva ad Azione Cattolica la sola attività ricreativa dei giovani “con finalità religiosa”, inoltre erano esclusi dai vertici dell’associazione i vecchi membri del Partito Popolare. Come ebbe a dire don Sturzo dal suo esilio a Londra era impossibile sperare che il fascismo si cattolicizzasse, nacque in questo modo “un antifascismo cattolico che non aveva motivazioni politiche, com’era avvenuto fino ad allora, ma motivazioni religiose”. Eravamo nell’anno 1931.

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L’ARTE COME STRUMENTO DI POTERE di Filippo Secciani

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Ogni grande uomo di potere ha sempre utilizzato l’arte e la cultura in generale come strumento di esercizio del suo potere.
Di fatto da sempre e’ esistita un’attrazione tra arte e potere politico a partire dagli egizi che utilizzavano le piramidi a memoria eterna per celebrare la grandezza dei loro faraoni, fino allo sfruttamento della tv e i nuovi media del politico 2.0.
Considerando che l’uomo medio è stato per gran parte della storia analfabeta possiamo comprendere come la pittura diventi il veicolo preferito per la propaganda politica: chiunque detenesse il potere si servì degli artisti per celebrare una vittoria militare, magnificare un sovrano, un ricco mercante o banchiere, o un evento religioso.
A fianco dell’attività bancaria la famiglia Medici seppe consolidare il suo potere con il mecenatismo, che portò nella Firenze rinascimentale le migliori menti che il tempo seppe offrire. Ampliare la base del consenso popolare, che avrebbe a sua volta assicurato la salvaguardia dalle cospirazioni delle famiglie rivali, che avrebbe garantito il potere assoluto sulla città.
Arte come strumento di controllo delle masse: è ciò che fa chiunque detenga il potere. Incutere paura, timore, oppure fiducia, forza attraverso la pittura e la scultura. La celebrazione di una vittoria o di un condottiero in battaglia, la forza di una nazione.
Oppure l’arte diventa uno strumento per deviare la rabbia e le frustrazioni dei popoli dal sovrano al circenses, mi riferisco in questo caso alle lotte gladiatore o alle corse delle bighe del Circo Massimo.
Chi, secondo me, ha fatto proprio l’utilizzo dell’arte e soprattutto della pittura come strumento di consolidamento del potere è la religione. In un mondo fatto di analfabetizzazione e di superstizione controllare le menti dei “deboli” garantiva un potere pressoché illimitato a chi era in grado di farlo. Tuttavia secondo l’adagio del Grande Timoniere Mao che un’immagine vale più di mille parole ecco che per secoli le immagini dirette al popolo rappresentavano da una parte danze macabre, morte, sofferenza e l’inferno e dall’altra le varie rappresentazioni del Sacro. Obbedendo all’istituzione ecclesiastica si riceveva la Salvezza, altrimenti per chi non avesse accettato questo ordine ci sarebbe stata la Dannazione.
L’arte intesa anche come strumento per influenzare le culture ed i costumi di altre nazioni. Il cinema statunitense ha di fatto monopolizzato il panorama cinematografico mondiale, così come la musica, imponendo stili di vita e costumi al mondo occidentale da almeno una trentina di anni.
Sia la politica, sia l’arte hanno dunque un obiettivo comune: arrivare al pubblico che osserva. Questi due fenomeni sociali si sono intrecciati molto più spesso di quanto si possa pensare: chi di noi non ha in mente i video propagandistici che spettacolarizzavano la potenza nazista, oppure i servizi realizzati dallo Studio Luce sulle imprese italiane in Africa e Albania. La macchina propagandistica cinematografica non si fermava tuttavia alle sole forze dell’Asse; anche al di la dell’Atlantico i grandi studios americani erano impegnati, attraverso film e cinegiornali a contribuire alla lotta al Nazifascismo: perfino Paperino fu arruolato per combattere Hitler e Mussolini (cartone animato del 1943 intitolato der Führer’s face).
Terminata la guerra e sconfitta la Germania si profilavano nuovi scenari geopolitici ed i vecchi alleati diventarono i nuovi avversari. Allora ecco che la macchina propagandistica si rimette in moto. Rocky e Rambo, per citarne solamente due, rappresentano in toto lo spirito regaeniano degli anni Ottanta.

Oltre cortina si inaugurò a partire dal 1934 il cosiddetto Realismo Sociale che “statalizzò” il movimento artistico dell’Unione Sovietica, riunendo tutti gli artisti sotto un unica sigla “Partjinoist”, poiché compito unico dell’arte era il consolidamento del Socialismo nel paese.

I vertici della DDR arrivarono a definire l’arte come “l’arma della lotta” ciò a decretare come essa sia subordinata agli ordini del Politburo e alla raccolta di adepti alla causa socialista.
I media vennero assunti nuovamente dal governo di Washington quando un nuovo nemico, questa volta ben più insidioso dell’URSS, stava iniziando a minacciare il predominio USA nel mondo: Il vecchio impero del Sol Levante vide un vero e proprio boom della sua economia a partire dagli anni Ottanta che portò ad un’intensificazione della commercializzazione dei prodotti giapponesi in tutto il mondo e che durò per tutto il decennio successivo, fino alla recessione dei primi anni Novanta, Lost Decade.
Nuovi slogan comparvero allora in tv, giornali e cinema “buy American” oppure “America First” invitavano il consumatore a non abbandonare il lavoratore americano, a non far soccombere le aziende statunitensi (soprattutto quelle automobilistiche) all’invasione nipponica, insieme ad un vero e proprio boicottaggio del made in Japan; questo fenomeno prese il nome di Japan bashing, ovvero bastona il giallo.
Ecco allora che lo spettatore occidentale si recò al cinema a vedere pellicole come Black Rain, oppure Sol Levante in cui i cattivi nipponici, sono sconfitti dai buoni americani.
I Giapponesi seppero resistere alla macchina diffamatoria hollywoodiana, facendo leva sul loro sentimento nazionale a cui contribuì anche l’allora presidente della Sony Morita Akio, il quale dette alle stampe un libercolo dal titolo “il Giappone che può dire no”, nel quale si celebravano le virtù del popolo nipponico.
il 26 settembre 1960 gli americani poterono vivere in pieno la rivoluzione della televisione come strumento di comunicazione politica; risale a quella data infatti il primo scontro televisivo che vide fronteggiarsi un fotogenico Kennedy ed un “sudaticcio” Nixon, non esattamente a suo agio davanti alle telecamere. Era l’alba del cosiddetto marketing politico. In Italia dovremo aspettare la discesa in campo di Berlusconi nel 1994 e lo storico confronto televisivo con il candidato della sinistra Ochetto.
L’economia e di converso anche la finanza e la politica si sta rapidamente spostando verso Oriente. Non solo Cina, ma anche India e in misura (momentaneamente) minore Indonesia, Malesia e Vietnam; flussi di capitali stanno confluendo da questi nuovi attori della geopolitica internazionale verso i deboli mercati occidentali, le multinazionali e le grandi industrie hanno nuovi padroni, la diplomazia non può fare a meno di coinvolgere nelle questioni internazionali le tigri asiatiche, non è più possibile ragionare a livello geoeconomico di G7, la lotta per le risorse che questi paesi in pieno sviluppo necessitano potrebbe cambiare alleanze e strategie nel globo.

Se dunque il potere si sta spostando (inesorabilmente?) verso Est è logico aspettarsi che l’arte – in tutte le sue forme – possa diventare un’ulteriore strumento di influenza da parte di queste nuove forze internazionali.