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L’Accordo Sykes-Picot ed il caos in Medio Oriente – di Filippo Secciani

Nel pieno del Primo Conflitto Mondiale le due principali potenze coloniali del tempo, Francia e Gran Bretagna, si riunirono segretamente per spartirsi i territori di un moribondo Impero Ottomano. Al momento dell’inizio dei negoziati (Novembre 1915) ancora poco si sapeva sul risultato finale del conflitto: la Gran Bretagna aveva da alcuni mesi intrapreso la fallimentare impresa di Gallipoli ed era bloccata nella campagna del Medio Oriente, mentre la Francia era tenuta impegnata lungo tutto il fronte occidentale dagli attacchi tedeschi. L’agreement prende il nome ufficiale di Accordo sull’Asia Minore, ma è universalmente riconosciuto come Accordo Sykes-Picot dal nome dei due diplomatici inglese e francese che lo tracciarono.
A causa di questo clima di incertezza dovuto alle alterne fasi della guerra, l’accordo inizialmente fu solamente un nebuloso programma di intenti sottoscritto tra Parigi e Londra, per una partizione del Medio Oriente secondo sfere di influenza. Avrebbe dovuto farne parte anche la Russia zarista; anzi cronologicamente la Gran Bretagna si accorda con Mosca ben prima (marzo 1915) di quanto fatto con Parigi: Nicola II rivendicava il dominino su Costantinopoli ed il controllo dei Dardanelli che avrebbe permesso alle navi commerciali e militari di Mosca l’accesso attraverso il mar Nero al Mediterraneo; in cambio Mosca avrebbe acconsentito alle rivendicazioni inglesi sui territori ottomani rimasti ed in Asia centrale, insieme a tutta la regione mesopotamica.
La Russia abbandona il tavolo all’indomani della Rivoluzione d’Ottobre, rendendo successivamente pubblici gli accordi e generando malcontento e revanscismo in tutto il Medio Oriente. Con l’uscita dalle ostilità della Russia in seguito allo scoppio della guerra civile, a disegnare i futuri confini mediorientali rimasero solamente Francia, Gran Bretagna ed in via teorica i popoli arabi. A questi ultimi in particolare sarebbe spettato un territorio che comprendeva la maggior parte della Siria, la Giordania, l’Arabia Saudita e parte dell’Iraq. Ma se da un lato le due potenze europee si accordarono con gli arabi, dall’altro macchinavano per spartirsi segretamente quelle terre. Figura di riferimento per gli inglesi fu Husayn al-Hashimi, Sharif della Mecca, governatore di Hejaz (Hijaz), della Mecca e di Medina e discendente del Profeta Maometto.

arab revolution

Egli aveva come progetto politico la ricostituzione di un grande regno arabo come quello creato dagli Omayyadi e dagli Abbasidi, prima dell’affermazione del califfato turco. Gli inglesi puntarono su questa figura perché apprezzata dal popolo rispetto ad altri notabili, come ad esempio Abd al-Aziz Ibn Saud (capostipite della futura monarchia saudita ed acerrimo nemico degli hashemiti). L’appoggio arabo fu ritenuto fondamentale per condurre la guerra all’impero Ottomano, aprendo un altro fronte ed alleggerendone altri, consumando energie ed uomini in una lunga guerriglia, all’interno di un territorio ostile. Il famoso Carteggio che Husayn intrattenne con l’Alto Commissario britannico al Cairo Henry McMahon, sembrava propendere verso un regno arabo in caso di vittoria sui turchi (ottobre 1915) per cui lo Sharif si autoproclamò re di tutti gli arabi – anche se le potenze europee fin da subito ridussero le sue aspettative appellandolo solamente come re del Hejaz – e dando il via alla Rivolta Araba (1916-1918). Nel frattempo gli architetti Mark Sykes e François Georges-Picot – ottenuto il sostegno arabo nella guerra – sottoscrivevano il vero accordo che suddivideva il mondo arabo in sfere di influenza, ratificandolo il 16 maggio 1916.

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Blu: zone di influenza e controllo francese;
Rosso: zone sotto la Gran Bretagna;
Verde: Zone sotto il controllo russo.

Alla Gran Bretagna spettava il controllo dell’Iraq e dei territori che vanno dalla Palestina (una parte) fino al golfo Persico, mentre alla Francia spettava il controllo della Siria, del Libano, della Turchia meridionale e dell’Iraq settentrionale (Mosul). Fu inoltre stabilito che nella sua sfera designata ogni paese potesse scegliere il tipo di amministrazione che preferiva diretta o indiretta, che tipo di controllo esercitare e come rapportarsi con la popolazione autoctona; ad entrambe le potenze era inoltre consentito il libero passaggio ed il commercio nelle zone controllate dall’altro. Infine la maggior parte della Palestina era posta sotto controllo internazionale. Quando la rivolta araba entrò nel pieno della forza sotto la guida di Faysal (figlio di Husayn) e di Thomas Edward Lawrence meglio conosciuto come Lawrence d’Arabia, le cancellerie anglofrancesi sapevano già che le aspirazioni arabe sarebbero state a dir poco deluse. Nel frattempo succedono due cose: A) gli archivi dello zar vengono aperti dai bolscevichi e l’accordo reso pubblico; B) il 2 novembre 1917 ha luogo la Dichiarazione di Balfour secondo cui gli inglesi vedrebbero con favore la nascita di un “focolare ebraico in Palestina”. Entrambi gli eventi portarono a forti risentimenti tra gli arabi che tuttavia proseguirono nella loro lotta di indipendenza, rassicurati in parte dal Messaggio di Hogarth, compagno di T.E. Lawrence nella Rivolta Araba, che nel gennaio 1918 garantì a Husayn che la formazione di un focolaio ebraico avrebbe avuto luogo solo con la compatibilità delle aspirazioni arabe e dalla Dichiarazione anglo-francese del 9 novembre 1918 in cui i due stati ribadivano gli impegni presi. Dopo aver battuto gli ottomani, gli arabi si riunirono in un Congresso Nazionale che si tenne tra il 1919 ed il 1920, i cui lavori furono pressoché nulli a causa delle tensioni instauratesi tra le varie tribù per la creazione di un’amministrazione ex novo e per la costituzione di un esercito arabo.
Nel frattempo in base all’accordo Sykes-Picot gli inglesi rapidamente abbandonarono la Siria ed alle rimostranze di Faysal per la creazione di un regno arabo, lo invitarono a trovare un accordo con i francesi (di fatto se ne lavarono le mani); il sovrano impugnò le armi ma il tentativo di rivalsa araba fu stroncato sul nascere dai bombardamenti francesi e Faysal fu costretto a fuggire in Palestina. I confini odierni dell’area mediorientale usciti da Sykes-Picot, furono pressoché riconfermati dalla conferenza di Sanremo (un incontro a margine delle paci di Parigi) tenutosi nella località ligure tra il 19 ed il 26 aprile 1920.

Conferenza di Sanremo
Conferenza di Sanremo

Qui le potenze vincitrici del conflitto si spartirono i territori dell’impero Ottomano ed infine definitivamente sanciti all’interno del trattato di Sèvres alcuni mesi dopo: alla Gran Bretagna spettavano i territori palestinesi, l’Iraq e la Transgiordania (corrispondente alla Giordania fino al golfo di Aqaba). La Francia ottenne il Libano e la Siria. Ad entrambe le potenze europee il controllo di questi territori furono attribuiti tramite mandato dalla Società delle Nazioni. Il risentimento e la rabbia presero il sopravvento tra gli arabi.
Nel novembre il figlio maggiore di Husayn, ‘Abdallah marciò verso la Siria, preoccupando la Francia timorosa di perdere il controllo del territorio ed incalzò la Gran Bretagna ad intervenire: la Transgiordania fu separata dalla Palestina ed affidata ad ‘Abdallah. Il territorio divenne l’emirato degli Hashemiti, ottenendo la denominazione attuale di Giordania nel 1946.
L’attuale Iraq si forma in seguito allo scoppio di rivolte con spirito nazionalista, cui la Gran Bretagna, attraverso la sua politica dell’indirect rule, rispose concedendo la creazione di un regno – indipendente solamente sulla carta – guidato da Faysal e che racchiudeva le tre province dell’impero turco Mosul, Baghdad e Bassora. Si trattò fin da subito di un regno debole poiché fortemente frammentato dalla sua peculiare conformazione etno-religiosa: il nord con una maggioranza curda di religione sunnita, il centro arabo con maggioranza sciita ed una componente araba a sud con predominanza della corrente islamico sunnita. Il padre Husayn perse il suo territorio nel corso di sanguinose battaglie a scapito delle forze di Abd al-Aziz Ibn Saud e nel 1925 l’Hejaz passò sotto il dominio della famiglia dei Saud, da cui si formerà l’Arabia Saudita. Infine la Palestina e Gerusalemme videro fin da subito la nascita di conflitti tra inglesi, arabi ed ebrei. I territori sotto controllo francese subirono una maggiore amministrazione coloniale da parte di Parigi; ne nacque la Siria come la conosciamo oggi (1924) ed il Libano (1926). Entità volutamente frammentate e divise, con la prima a prevalenza musulmana ed il secondo con una fortissima presenza cristiano maronita. Per quanto riguarda il Libano si trattava di uno stato mai esistito nella storia e la sua conformazione politica era stata redatta a tavolino dai diplomatici e militari francesi senza tenere conto delle determinanti divisioni religiose. La Siria fu inizialmente suddivisa in quattro province distinte: quella di Damasco, Aleppo, quella del Jebel ed infine lo stato con la componente alawita nel nord ovest. Questa suddivisione venne rapidamente abbandonata a causa dell’alto costo amministrativo e per l’affermarsi di sentimenti nazionalistici ed indipendentisti. Appare dunque evidente come da quest’accordo derivi in gran parte la storiografia recente del Medio Oriente con la sua storia di conflitti irrisolti. Francia e Gran Bretagna crearono a tavolino l’humus che per un secolo almeno ha determinato i rapporti tra mondo arabo-musulmano ed occidente: un rapporto che pone le sue basi fondamentalmente sulla menzogna da parte di uno dei due giocatori, pregiudicando i sentimenti che l’altro ha nutrito finora, ma che inevitabilmente era frutto del suo tempo in cui le logiche dell’autodeterminazione dei popoli sarebbero giunte solamente una manciata di anni più tardi con il presidente americano Wilson e la costituzione della Società delle Nazioni, poi rivelatasi totalmente fallimentare. Al momento della firma dell’accordo si ragionava ancora secondo i dettami della Conferenza di Berlino del 1884. Non possiamo tuttavia incolpare questo accordo come l’origine di tutti i mali, esso è servito anche a creare quel fervore nazionalista che nel secondo dopoguerra porterà all’indipendenza di quegli stessi stati che ha fatto nascere. Certo è che la suddivisione non ha mai tenuto conto della componente etnica e religiosa delle popolazioni, ma ha risposto solamente a logiche diplomatiche e commerciali.
Questo credo possa essere un errore comprensibile ed in un certo qual modo “perdonabile” alle cancellerie che ragionavano ancora con un’ottica ottocentesca; molto più grave è stato non cogliere questa lezione e commettere gli stessi errori nella storia ben più recente.

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CRONACHE ARABO-ISRAELIANE: La storia di Claire – di Jacopo Rossi

Dice Claire che è sempre vissuta a Betlemme. Dice che una volta qua non era tutta campagna, ma nemmeno tutto Muro. Dice che passava più gente, questo sì. Del resto il suo negozio si affaccia(va) sulla via principale di Betlemme, ed è (era) pieno di souvenir e ricordi della Holy Land.

Poi hanno deciso, loro, quelli là, che così non andava più bene e hanno messo la prima pietra e su quella pietra è iniziata la chiusa. Era, ora più ora meno, il primo marzo del 2002. Nel mentre, i maggiori esportatori di democrazia al mondo invadevano l’Afghanistan a cavallo dell’operazione Anaconda, e l’Euro diventava l’unica valuta degna di questo nome nel Vecchio Continente.

Quindi al diavolo muri, sbarre e dissuasori, volete mettere con quest’altri chiari di luna? Claire tutte le mattine racconta qualcosa di nuovo, mentre a fatica noialtri viaggiatori sbocconcelliamo qua e là, pizzicando dalla legione di piatti che ci ha messo a disposizione, colmi di olive, marmellata, formaggi, hummus, piccoli toast e quant’altro serva per iniziare la giornata da questa parte dei mattoni, già destati dai rumori della caserma israeliana vicina.

Dice che casa sua, ai caporioni israeliani, piaceva non poco. Per la posizione, sostenevano, ché dalle finestre del secondo piano, lo stesso dove dormiamo, potevano cecchinare che pareva un luna park. Li volevano fare sloggiare, ma non ci sono riusciti. Entravano, bardati, la notte col mitra spianato ed il colpo in canna, per spaventarli e minacciarli. Urlavano, sparavano per strada, si facevano consegnare le chiavi. Una volta la sua figlia più  piccola si svegliò con un fucile alla tempia. Ne nacque un diverbio, dove, dice Claire, la sua fermezza ebbe la meglio sullo stolido capitano, che voleva anche scardinare una porta con gli esplosivi e si dovette accontentare di requisire una stanza, quella accanto a dove si dorme, per sparare e sorvegliare:

«I changed his mind».

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Ma non quello dei suoi commilitoni, che, da una telecamera, una sera, videro che suo marito, vagamente somigliante al Joe Pesci di Goodfellas era entrato nella mansarda, il cui lucernario superava di non poco la sommità del Muro. Lo arrestarono, perché quelli di qua, figli di un Dio infimo, non possono guardare di là senza permesso. Una notte in galera, di là. Poi lo hanno abbandonato in mezzo a un campo, senza documenti, sempre dalla parte di Gerusalemme. Se si fosse presentato al checkpoint senza passaporto e fuori dall’orario consentito, sarebbe stato nuovamente arrestato, ospite delle carceri israeliane come altri 4750 conterranei, 186 dei quali in detenzione amministrativa, cioè senza accuse specifiche. È tornato a casa solo qualche giorno dopo. Dice Claire che, per andare nella loro mansarda adesso devono prima richiedere un permesso speciale. Non si ricorda nemmeno da quanto non sale sul tetto.

Il Muro ha smezzato la strada, dice Claire, ché quando ci passi in macchina, come recita uno dei poster di protesta affissi, sembra di restare incastrati tra i palazzi e la barriera. A casa di Claire se ti affacci dalla finestra di cucina vedi il Muro, da quella del bagno idem, per non parlare della finestra di camera. Però, dal corridoio si vede il palazzo davanti.

La casa di Claire infatti la chiamano “la casa del Muro” e non potrebbero fare altrimenti. A Betlemme è una specie di istituzione, la conoscono tutti. È solo una delle tante assurdità urbanistico-architettoniche del Muro: le gira intorno, lasciandole una sola via di fuga. La separa però, fatto non secondario, dalla Tomba di Rachele, che una volta attraeva torme di fedeli turisti: adesso continua ad attirarli, ma dalla parte di quelli che sono meno e hanno di più.

Dice Claire che però non ha voluto chiudere il negozio. Ha adibito la palazzina a guest house: una sorta di soffice ed accogliente Casa nella Prateria, dove lei, padrona indomita di casa, cucina la colazione per gli ospiti aiutata dal marito, mentre la madre prega in camera e i figli si preparano per andare a scuola. Una parvenza di normalità, non fosse per il filo spinato che assedia i divanetti posti, con garbo, in terrazza, a metri tre dal muro.

CRONACHE ARABO-ISRAELIANE: «Do you have a gun?» – di Jacopo Rossi

Sono ancora molte le cose che stupiscono in Israele. Ti stupiscono i Giardini Bahá’í di Haifa, che scendono dalla sommità della città verso il porto con maniacale geometria di siepi ed alberi, fiori e statue, carezzate dai riflessi della lucente cupola dello shrine, la Casa Universale di Giustizia, Mecca dei fedeli, che credono nel non assolutismo della rivelazione religiosa e nel ruolo di messaggeri di un unico Dio tutte le figure di riferimento delle principali religioni monoteiste. C’è anche il nuovo, quaggiù. Il wi-fi libero, praticamente ovunque, da Haifa ad Acri, che consente di fare un salto virtuale in patria.

Ma il sorriso sulla faccia pulita della modernità si spegne presto. La voglia di sicurezza degli israeliani è ben più che palpabile, è ossessionante, pervasiva, è ovunque. Fuori dal centro commerciale, dai negozi, per le strade, fuori dagli stupendi Giardini, fuori, sempre. In differenti divise, tutti, o quasi, armati, con un caricatore di scorta ché non si sa mai, dietro ad un metal detector, poco accomodanti di primo acchito. «Do you have a gun?» è la parola d’ordine.

jr2La paura nel non godere di una sicurezza spontanea è un virus ben visibile, una malattia che lascia il segno dove più si vede e più si nota. Scompare, un poco, per le vie di Acri, dannatamente arabomediterranea, nonostante le sirene che fanno capolino dai tetti. Alcuni bambini stanno andando a scuola e sono stupiti dai grossi obiettivi delle macchine fotografiche che vi portate dietro. Scherzano e se ne vanno mentre entri nella piccola città, che lascerai di lì a poco, per una tournée spirituale tra il Monte delle Beatitudini, il Lago di Tiberiade e Cafarnao. Oasi di pace non necessariamente, o non solo, spirituale, oasi di pace dove, ricordano i cartelli, non si può indossare calzoncini corti, mangiare, portare armi (!). Ma è l’ora di rimontare in macchina e raggiungere Gerusalemme: attraversandola, si può entrare, poi, a Betlemme. Due ore che scorrono, e appare la tentacolare capitale «indivisibile» (peculiarità che le riconoscono solo gli ebrei stessi), dello stato d’Israele d’albionica matrice. È quasi impossibile trovare indicazioni stradali per Betlemme, che pure dista solo 10 km, ed è meglio non chiedere informazioni, pare. Alla fine, tra una rotonda e un po’ di fortunoso istinto, arriva il checkpoint. Il primo. Già perché per spoggettare bisogna superarlo, passaporto alla mano, sotto gli sguardi comunque sospettosi dei militi armati di mitra. E poi, il Muro, che circonda per tre lati la guest house-albergo-ostello che ci ospita. Pochi metri, l’aria sembra ingenuamente diversa. La storia appare almeno un po’ diversa da come la racconta un Pagliara qualsiasi, che dai microfono Rai pareggia qualche morto “di qua” con qualche ferito “di là”. L’uomo che ci accoglie è gentile e ci porge subito una teiera con sette bicchieri una volta entrati nell’appartamento, che ricorda vagamente quello di Goodbye Lenin. Grande, un mobilio non da palati fini, funzionale: il filo spinato che circonda la veranda precede solo di qualche metro la pesantezza prepotente del Muro. Non sarà finita. Ora che ci sei davvero voluto venire, devi saper tollerare la visione di ciò di cui sentivi solo parlare.

CRONACHE ARABO-ISRAELIANE: Il problema di Tel Aviv è il traffico – di Jacopo Rossi

 

In certi posti ci devi voler andare. «Quanto si ferma? Cosa va a fare? Conosce tutti i componenti del suo gruppo? Ha fatto lei la valigia? Che lavoro fa? Può aprire il bagaglio? Glielo chiedo per la sicurezza del suo volo». I controlli sono accurati, quasi paranoidi, ma la motivazione pellegrin-spirituale regge. La gentilezza degli addetti casca loro addosso male come le giacche troppo larghe che portano. L’italiano è incerto, mandato a memoria. Iniziano presto,  alle 7.15 di mattina: la severità israeliana non fa sconti ed è dura cavarsela in meno di venti minuti. Qualcuno viene trattenuto anche di più e accompagnato fin dentro l’aereo. Però in certi posti ci devi voler andare. Non sai quando ricapita. E quando riesci a montare sull’aereo suona già come  una prima conquista. Pasto a bordo, tutto rigorosamente kosher, è chiaro, vino compreso. Dopo tre ore le nuvole lasciano il posto al mare, che cede il passo alla terraferma, a Tel Aviv. E allora questa terra massacrata da poco meno di un secolo d’occupazione non sempre silenziosa la vedi, ma sembra ancora un plastico di Porta a Porta finché non atterri.

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La prima cosa che ti lascia senza fiato è, banalmente, il caldo. La seconda è doversi sottoporre ad ulteriori controlli, in inglese stavolta. La parola d’ordine è una sola, categorica: “Please, don’t stamp”. Guai infatti a farsi apporre il timbro di Israele sul passaporto: molti Paesi vicini non gradiscono ed impediscono l’accesso. La curiosità dell’addetto, che avrà sentito questa formula mille volte, è automatica. «Why?». La risposta può variare, l’affettata cortesia non decade, ma rimane l’impressione d’essere ospiti non graditi all’aeroporto Ben Gurion. Ti muovi nel mezzo a decine di cappelli neri, trecce, barbe curate e lunghe vesti nere quasi con rispetto, hai visto mai che ti rimpatriano al volo e addio il voler andare in certi posti.

Ma finalmente esci (e non potrai rientrarci fino al ritorno) dall’aeroporto e l’ennesima addetta alla sicurezza si avvicina lesta e ruvida ad un tuo compagno di viaggio, reo d’aver scattato una foto verso il Ben Gurion.

Ma in certi posti ci devi voler andare: due scuse, un’espressione colpevole e te la cavi con un rimprovero, ormai ci siete. Rilevate il pulmino a noleggio, e non puoi fare a meno di notare il ragazzo dai tratti mediorientali che te lo consegna mentre guarda di traverso un gruppuscolo di coetanei appena atterrati che cantano e lanciano la kippah in aria per festeggiare chissà cosa.

Ti fermi per il pieno ed il benzinaio è in buona. «Where do you come from?»

«Italy.»

«Milan or Neaples?»

«Near Florence».

Ma non la conosce, e devia parlando di calcio, di squadre, non conosce nemmeno il Siena, e di Balotelli: «he’s mad». Paghi, 400 shekel, 80 euro, grazie e arrivederci, buon pellegrinaggio.

La terza cosa che ti sorprende? Il problema di Israele è il traffico. Granitico, lungo le arterie del Paese, numerate con scarsa fantasia. Sirene e macchine ovunque, semafori impietosi, code infinite. La prima tappa, Haifa, dopo più di due ore, è ancora lontana. Ma, del resto, in certi posti ci devi voler davvero andare.