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TUTTO PIERLUIGI SACCO: CAPITALI EUROPEE, STATI GENERALI, ESPOSIZIONI UNIVERSALI E MOLTO ALTRO – di Fausto Jannaccone

Ormai qualche mese è passato da quei fatidici giorni di metà Ottobre, quando svanì il sogno e si concluse il percorso della candidatura senese a Capitale Europea della Cultura. Il ferro è oramai freddo, ed il vento si è almeno in parte placato. Per questo siamo andati a bussare, con qualche domanda, alla porta del Professor Pierluigi Sacco, direttore del progetto e vero Deus ex machina del fermento culturale che ha animato la città negli ultimi anni. Continua a leggere TUTTO PIERLUIGI SACCO: CAPITALI EUROPEE, STATI GENERALI, ESPOSIZIONI UNIVERSALI E MOLTO ALTRO – di Fausto Jannaccone

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HENKE AI RINNOVATI – di Emilio Mariotti

henkeLinea. Battito. Linea. Battito. Inizia così l’esperienza lisergica preparata dal professor Robert Henke ai tanti giovani avventori del Teatro dei Rinnovati. Sembra un miracolo o una notizia falsa, ma è tutto vero. Punto primo: il berlinese Henke professore lo è davvero, in quanto docente di Sound Design all’University of the Arts della sua città natale. Punto secondo: quegli esseri strani, un po’ puzzolenti, dalle capigliature azzardate e dalle voglie più improbabili chiamati giovani esistono ed hanno occupato il nobile teatro del Palazzo Pubblico. A dir la verità gli eventi in programmazione sono stati due due. Ad aprire la serata c’è stato il sempre teutonico Pantha du Prince, che, sinceramente, non ha entusiasmato, frenato dal basso volume e dall’impossibilità tecnica di ballare. Problemi che non si sono presentati per il “Lumiere” show di Henke. Il volume è stato alzato (probabilmente dopo un consiglio comunale ad hoc) e di ballare il pubblico non aveva più voglia. Sì, perché da quella linea-battito, linea-battito è stato rapito. Tutti i presenti sono stati trascinati in un’orgia di pulsazioni quadratiche, centriche e concentriche, rigorosamente a passo di digital music. Sembrava di assistere a una “Fantasia” del terzo millennio. Digitale, minimale e senza quell’antipatico di Topolino. Per me che non ho mai avuto il coraggio, i soldi e il fisico per affrontare un “viaggio pissichedelico” da fungo, LSD e cotillons, è stata un’esperienza trascendentale, simile al racconto beatlesiano di “Tomorrow never knows”. Probabilmente anche la debilitazione da influenza deve avere inciso sull’effetto, è vero, però la situazione straniante e mistica ha toccato tutti, a giudicare dalle facce. Una bella serata insomma, conclusasi con mr. Henke a spiegare a parte del pubblico come aveva impostato tecnicamente la performance, frutto tutto di improvvisazione, sia di suoni che di visioni. Visto che l’evento rientra nei preparativi alla “battaglia finale” per la candidatura di Siena Capitale della Cultura europea 2019, non posso che lanciare un guanto di sfida al professor Sacco: se Henke da dj si è fatto professore, perché lui (Sacco eh…) che professore nacque non tenta anche la carriera da manipolatore di dischi?

Due p.s.: 1 – Unica pecca del “Lumiere” è stata la presenza eccessiva da effetti fumo. Propongo per la prossima volta di usare l’Eucaliptolo, almeno così possono passare tutti i disturbi influenzali.

2 – Fra i presenti ho intravisto tante persone che a Siena e dintorni provano a fare musica, in particolare elettronica. Che ci sia un piccolo movimento nella nostra Provincia? La nuova Ibiza o la seconda Detroit? Quello che sarà si vedrà in futuro, di sicuro fa piacere vedere gente che non si arrende. Affogate pure nel Maelstrom della noia voi del “A Siena non c’è mai niente da fare”.

La sfida della Capitale Europea della Cultura 2019 – di Jacopo Rossi

La Cultura, quella con la C maiuscola, nel nostro Paese, gode dello stesso rispetto dovuto ai morti eccellenti, ai martiri, alle vittime di mafia e terrorismo. Ce ne ricordiamo solo per gli anniversari e le ricorrenze: mai durante l’anno. La Cultura non è più dunque “petrolio da sfruttare”, come sostenne Gianni De Michelis, ma un surplus, o, peggio, un vizio costoso. Sembra strano parlarne in Italia, il primo Paese al mondo per patrimoni dell’Unesco, dove però quasi nessuno legge (appena il 43% degli italiani ha letto un libro nell’ultimo anno) o visita un museo (25,9%). Ma, del resto, nemmeno investiamo per tutelare tale patrimonio: siamo ultimi in Europa per spesa di risorse pubbliche in cultura, appena l’1,1%, dietro alla Grecia (1,2%), lontanissimi da Germania (1,8%), Inghilterra (2,1%), Francia (2,5%) e Spagna (3,3%).
E ai parenti delle suddette vittime cosa resta? Lamentarsi d’esser stati lasciati soli dai governi, così come si levano, alte e inascoltate, le voci di chi con la Cultura lavora, mangia, vive.
Ultimo ad aggiungersi al coro intelligente, che chiede da anni contromisure concrete, è stato qualche giorno fa Zubin Metha, direttore del Maggio Fiorentino: «Ho soltanto una cosa da domandare al nuovo premier: la defiscalizzazione anche per la cultura. Gli studenti italiani scappano in Germania!».
Zubin Metha, lo stesso che, ventotto anni fa, nella città natale del premier a cui si rivolge, Firenze, era uno dei gli ospiti di richiamo della Città della Cultura Europea. Insieme a Carl Popper e Lepopold Senghor, a Eugene Ionesco e Ingmar Bergman.

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Cliccando sull’immagine si aprirà una timeline interattiva sulla storia delle Candidature

Nato l’anno precedente da un’idea della socialista greca Melina Mercouri e il francese Jack Lang, il riconoscimento si è rivelato in questi anni un’ancora vitale per molte delle quarantanove città che se lo sono visto assegnare. Un’idea che negli anni si è evoluta, che ha abbracciato modernità e tecnologie ma che, di fondo, è rimasta la stessa: una (o più) città che, ogni anno organizza (o organizzano) eventi, concerti, congressi, installazioni, gallerie e musei. Con i soldi di enti amministrativi, fondazioni, privati e, soprattutto provenienti dai fondi europei.
Il caso più eclatante è rappresentato da Liverpool, che nel 2008 incassò quasi otto volte la cifra spesa, 750 milioni di euro, e registrò un incremento del 34% di turisti durante tutto l’arco dell’anno rispetto al 2007, attirando, solo per gli eventi inerenti la candidatura, 10 milioni  di persone, 2,6 milioni delle quali straniere.
La città inglese non è stata l’unica a registrare numeri da record grazie alla nomina, che a tutte le latitudini europee, a chi l’ha saputa sfruttare, ha garantito incassi immediati e benefici a lungo, lunghissimo termine. Parte delle risorse investite ogni anno, infatti, vengono utilizzate per restauri e manutenzioni dei beni esistenti: musei, strade, vecchi quartieri, porti, ville, giardini. Anche nel nostro Paese, che di cultura non vuol sentir parlare, ma che nel 2019 potrà tentare nuovamente di sfruttare quest’occasione, la quarta, dopo la succitata Firenze, Bologna e Genova.
La prima, e a ora, ultima scrematura è avvenuta nel novembre dello scorso anno. Un comunicato ufficiale del Ministero dei Beni Culturali, redatto dalla giuria europea “costretta” a scegliere le città in una rosa di ventuno, ha optato per CagliariLecceMateraPerugiaRavenna e Siena. Fuori sono rimaste, tra le altre, L’Aquila, Bergamo, Venezia (che rappresentava il più vasto bacino del Nordest), Urbino e Reggio Calabria. Ne sono seguite polemiche inevitabili, preludio a quelle che, forse, torneranno nell’autunno del 2014, quando la giuria si riunirà un’ultima volta per scegliere la Capitale Italiana.

Pierluigi Sacco, Direttore di Siena Capitale Europea della Cultura 2019, delinea una panoramica sulle sei città finaliste

Per la prescelta si tratterà di un’occasione imperdibile, per rilanciarsi o, nel peggiore dei casi, tentare di rammendare il proprio tessuto sociale, economico e culturale, senza dimenticarsi l’esempio di chi l’ha preceduta.

Firenze, certo, che fu la prima delle città italiane, seconda nel continente, a essere eletta Capitale (anche se allora si usava il più modesto termine “Città”). La Regione Toscana stanziò, con un’apposita legge (42 01/09/86), un miliardo di lire. Il conto finale ne avrebbe fatturati 32, a fronte di un guadagno almeno (non esistono stime precise) due volte maggiore, grazie ai 184 eventi e, soprattutto, ai 650 mila visitatori.

Il prestigioso riconoscimento sarebbe tornato in Italia nel 2000, quando oltre a Bologna, per accogliere degnamente il Giubileo, sarebbero state scelte anche Reykjavìk, Bergen, Helsinki, Bruxelles, Avignone, Praga, Cracovia e Santiago de Compostela. Secondo alcuni studi condotti precedentemente, le aspettative dei cittadini felsinei erano alte e positive, nei confronti di un ruolo che, negli anni, era cresciuto di prestigio. I risultati di indagini successive rivelano invece come la governance della Bologna di allora non seppe sfruttare l’evento. Alcuni progetti vennero abbandonati per anni, altri modificati in corso d’opera; la pianificazione a lungo termine ne risentì drasticamente, risentendo anche, negli anni, dell’alternanza politica alla guida della città. Dieci anni dopo la candidatura, la cifra investita ha raggiunto i 75 milioni di euro, due terzi dei quali spesi entro il 2003, evidenziando un rallentamento di spese e, probabilmente, d’intenti.

Diverso, ben più longevo e benefico fu il caso di GeNova04. A fronte dei 241 milioni spesi, nelle casse del capoluogo ligure entrarono 440 milioni. Al termine di quell’anno la stragrande maggioranza dei cittadini, l’88,5%, si rivelò soddisfatta dei cambiamenti Ancora a distanza di dieci anni, la città e chi vi lavorò ricorda quell’evento che contribuì a far rinascere la città dopo i tumulti, il sangue e gli scandali del G8 del 2001.

infoGenova

Un caso di sapiente gestione di un evento di portata internazionale che, però, potrebbe avere degli epigoni tutti italiani. Risale infatti al dicembre del 2011 un disegno di legge presentato dal senatore in quota PD Alfonso Andria, che proponeva l’elezione annuale di una Capitale Italiana della Cultura.

L’ex Senatore Alfonso Andria parla del suo disegno di legge per una Città Italiana della Cultura

 

Molte sono le parole spese negli anni, meno le iniziative concrete intraprese. La speranza, per contribuire a rilanciare l’economia e far risorgere un settore troppo presto dato per morto, è che tali iniziative diventino realtà, cosicché l’Italia cessi di essere il Paese, come disse Carlo Levi “della cultura ridotta soltanto a procacciamento e alla spasmodica difesa dell’impiego”. Riuscendo a sfruttare, magari, il capitale delle Capitali Europee, senza malagestione, campanilismi e miopi gestioni che purtroppo hanno inficiato il successo di tali iniziative in passato.

(pubblicato la prima volta su Campusmultimedia il 10 aprile 2014)