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NELL’UOVO DI PASQUETTA: PICCOLA RIFLESSIONE SUL SENSO DELLA COMUNITA’ – di Fausto Jannaccone

Oggi è il lunedì di Pasquetta. Questo implica il fatto che nei precedenti due giorni abbiamo partecipato ad un momento dell’anno che ci ha investiti tutti: la Santa Pasqua.
Che l’abbiate passata “con-chi-vuoi” o con le vostre famiglie, che siate stati al lavoro o in vacanza, tutti noi ci siamo trovati a doverci confrontare con questo passaggio del calendario che ci ha fatto accopagnare nonne alla messa, comprare uova di cioccolato ai nipoti, dibattere sulla grande disputa etica dell’agnello e messo a sedere a grandi banchetti; quindi credenti, atei, cristiani, ebrei, musulmani, bianchi, neri, rossi o gialli tutti siamo stati coinvolti in questa ritualità.
Anche io naturalmente non sono potuto esimermi da tutto ciò. E trovandomi quindi a ragionarvici sono arrivato ad una conclusione: il male alla fine dei salmi (è proprio il caso di dirlo) non è la relgione in sé per sé, ma l’uso, o meglio l’abuso che ne viene fatto: ovvero quando la religione, una qualsiasi religione diventi pretesto per limitare diritti altrui.
Che si parli di burqa o eutanasia quando in nome di un credo si pretende di imporre a qualcun’altro un costume o una regola, qui nasce l’abuso della religone che la porta ad essere un male.
Se con estrema ratio ci si mette ad analizzare la religione, qualsiasi, insisto, è naturale che ciò che viene a galla non può esser altro che l’artificio con cui ogni credo viene creato e l’infondatezza, l’impossibilità addirittura dei dogmi fondanti.
Detto questo poi c’è da scegliere quanto vogliamo “limitare” alla pura razionalità le nostrre scelte: cosa vuol dire questo?
Questo vuol dire che l’essere umano non può comunque fare a meno di una spiritualità, di una dose di misticismo cui appellarsi di tanto in tanto e dove rifugiare inoltre alcune necessità “dell’anima”, come paure, speranze, a volte dubbi. E’ una scappatoia che nel tempo ci è servità a spiegare il fuoco, il giorno e la notte; adesso resta se non altro a custodire il grande “perchè sono qui”.
Ad alcuni è sufficiente sapere che gli sia stato insegnato esser questa la verità. Ad altri un po’ più “dubbiosi” quello che viene chiesto è il famoso “atto di fede”.
Ed è su questo però che si regge tutta l’impalcatura identitaria che forma la nostra società, cui possiamo scegliere di conformarci, almeno in parte, o distaccarcene.
Ma le ritualità sono i momenti su cui si fonda la nostra comunità, ogni comunità.
Ritorniamo all’inizio del ragionamento, ed al nostro contesto di immediata pertinenza: sulla base di un calcolo astronomico decidiamo il momento dell’anno in cui celebrare la morte e quindi resurrezione del Dio principale della società occidentale.
Vedete che posta così tutta la questione non fa che fare acqua da tutte le parti.
Ma se dal significato ci spostiamo al significante vengono poi a galla tutte quelle ritualità che su quel momento, su quella “bugia buona”, su quell’ “atto di fede”, si reggono: l’uovo di Pasqua, l’agnello, la gita “fuori porta”.
E sono queste che hanno cotriubuito a formare quel bagaglio di esperienze e ricordi che ci ha reso noi stessi.
In un momento come questo, di sradicamento ed alienazione, dove il rischio di conformarci ed omologarci troppo, per quindi perderci, è ormai tangibile, credo che dobbiamo tener saldo il “da dove veniamo” per poter scegliere serenamente il “dove adiamo”.
Avendo di coscienza di noi stessi possiamo apprezzare l’altro, e dalle diversità nasce la ricchezza e l’opportunità del confronto, dell’incontro, e mai la motivazione di uno scontro.
Personalmente ritengo la religione qualcosa che, nell’accezione tradizionale, non possa che esser relegata ad un passato se pur prossimo e vivo.
Di contro il senso di legame comunitario penso possa esser un valore cui riferire molte delle scelte che abbiamo davanti in un momento storico come questo.

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SUNNITI E SCIITI, LE DUE GRANDI FAMIGLIE DELL’ISLAM – di Filippo Secciani

 

L’Islam è una delle tre grandi religione monoteiste. Sviluppatasi attorno al VII secolo, raccoglie oggi più di un miliardo di fedeli. Come il Cristianesimo è suddiviso al suo interno in più confessioni. Le due principali sono il Sunnismo e lo Sciismo. Gli sciiti sono la maggioranza in Iran, Iraq, Libano, Oman, Azerbaigian e Bahrain. I sunniti nel resto del mondo musulmano come Arabia Saudita, Siria, Nord Africa, Indonesia, Asia centrale, Turchia, Afganistan, Egitto, Emirati, Kuwait, Malesia e Pakistan. Solamente il 20% dei musulmani proviene dal mondo arabo. Non a caso il paese musulmano più popoloso è l’Indonesia. Come detto le correnti principali dell’Islam sono lo Sciismo ed il Sunnismo. Entrambe si fondano sui cinque pilastri dell’Islam ovvero che non c’è altro Dio all’infuori di Dio e Mohammad è il suo Profeta, il digiuno per il Ramadan, l’imposta islamica, le cinque preghiere obbligatorie giornaliere ed infine il pellegrinaggio alla Mecca.

Quando il Profeta morì nel 632 d.C non aveva figli maschi, tutti morti da piccoli ma solamente figlie, per cui la Umma – la comunità dei fedeli – rimase senza una guida. Inoltre nell’Islam non esiste una gerarchia ecclesiastica e scoppiarono rivolte e guerre per la successione alla guida della neonata confessione tra chi voleva che a guidare la comunità dovesse esserci uno dei vicari – o califfi – di Maometto, ovvero i sunniti e chi invece appoggiava Alì, cugino del profeta e marito di sua figlia Fatima. Questa minoranza prenderà il nome di Sciiti da Shi’a, che vuol dire partito [di Alì], i quali credono che la guida dell’Islam spetti solamente ad un membro oppure un discendete della famiglia di Maometto. Alla fine fu nominato come primo califfo dell’Islam Abu Bakr, che sarà il primo dei quattro “califfi ben guidati”, l’unico a morire per morte naturale, mentre gli altri vennero tutti assassinati, compreso lo stesso Alì che morirà a Kufa nel 661. Durante la battaglia di Kerbala (divenuta città santa sciita) per la supremazia di una delle due correnti sciita e sunnita furono uccisi anche i suoi due figli, Hasan e Husayn (1 ottobre 680). La rivolta sciita fu domata solamente nel 698, ma ormai erano diventati una corrente religiosa a tutti gli effetti. Nei secoli successivi il potere rimase nelle mani delle dinastie sunnite degli Omayyadi, poi degli Abassidi e infine degli Ottomani. Il califfato diventa una monarchia ereditaria.

I Sunniti sono la maggioranza nel mondo islamico, l’85% della popolazione musulmana e si definiscono come i custodi dell’ortodossia islamica riconoscendo come legittimi i primi quattro califfi dopo Mohammad. Il loro nome deriva dalla parola Sunnah o Sunna che vuol dire Tradizione, cioè il modo di agire del Profeta e dei suoi compagni che col tempo ha assunto valore normativo. Per cui gli insegnamenti e le azioni del Profeta divennero precedenti su cui fondare la condotta dei musulmani. Col tempo furono raccolti in Hadîth che possiamo tradurre con detto o racconto; le raccolte furono attentamente controllate e quelle riconosciute come più attendibili andarono a formare la base per la giurisprudenza musulmana. Nacquero 4 scuole teologico-giuridiche che regolarono la Sunnah: l’hanafismo, il malikismo, lo sciafismo e l’hanbalismo. I sunniti riconoscono all’Imam sia la carica religiosa, sia quella politica. Fanno riferimento, oltre che al Corano, anche alle parole, alla vita e agli atti (Hadîth) di Maometto testimoniati appunto dalla tradizione. Enfatizzano l’interpretazione testuale delle scritture e la loro applicazione giuridica. Nei sunniti non c’è mediazione tra uomo e dio. A causa di questa assenza di gerarchia ecclesiastica riconoscono l’autorità religiosa solo alla comunità dei fedeli. Secondo il Sunnismo alla guida politica e spirituale della Umma poteva accedere qualunque musulmano di buona moralità, di sufficiente dottrina e sano. Per i sunniti il Corano è stato creato, mentre per gli sciiti è sempre esistito. I sunniti considerano gli sciiti come blasfemi o come non musulmani. Con il termine Sciita si indicò inizialmente i sostenitori del quarto califfo Alì e dei suoi discendenti nella lotta per la successione alla carica di guida suprema della comunità islamica. Dunque questa corrente nacque inizialmente per ragioni politiche ma molto presto assunse una dottrina propria che la distinse dall’altra corrente musulmana. Per gli sciiti l’imam è il capo temporale e la guida spirituale della comunità, non è una carica elettiva, ma proviene esclusivamente dalla discendenza di Alì. Infallibilità e intercessione presso Dio sono le sue qualità. Questa parentela con il Profeta gli conferisce autorità e legittimità nell’interpretazione del Corano. In base alla linea di discendenza gli sciiti si sono divisi in varie correnti la più grande delle quali è quella Duodecimana, la quale considera fondamentale l’imamato, in linea diretta di successione da Maometto e dai suoi discendenti, formata da una catena di dodici imam, a partire da Ali. L’ultimo sarebbe ancora vivo e dovrebbe riapparire un giorno in qualità di messia o Mahdi, prima della fine dei tempi.islam È convinzione sciita che finché il dodicesimo imam non riapparirà la sua volontà sarà rappresentata dai dottori della chiesa perché solo questi giuristi sono in grado di interpretare il Corano e le altre fonti della legge islamica. Non a caso vengono chiamati ayatollah che vuol dire segno di Dio. Invece i sunniti, come abbiamo visto, seguono le quattro scuole giuridiche islamiche. I duodecimani ritengono gli imam infallibili e dotati di potere sia temporale sia spirituale e senza peccato mentre secondo i sunniti un imam è semplicemente una guida nella preghiera. Sono contrari al ruolo di guida del califfo che non ha alcun rapporto privilegiato con la divinità. Gli sciiti non riconoscono gli insegnamenti della sunna derivata dai “detti del profeta”, creati a loro dire dai sunniti per screditare il califfo Alì. Menzione particolare la meritano gli Wahabiti. La prima riforma religiosa dell’Islam contemporaneo. Il wahabismo è una corrente islamica sunnita, seguace della dottrina giuridica hanbalita – delle quattro la più rigorista. Nasce nel diciottesimo secolo per opera di Mohammad ibn Abd al-Wahab, la cui aspirazione era di riportare l’Islam alla sua purezza originaria ed era caratterizzata da un fortissimo rigore morale le cui uniche regole per la vita religiosa sono contenute nel Corano e nella Sunna e da una profonda avversione verso la minoranza sciita. Tutto ciò che il Profeta non faceva deve essere abolito perché considerato Bida, cioè innovazione. L’adorazione dei santi è considerata alla stregua dell’idolatria, i sepolcri sono da distruggere. I fedeli wahabiti rifiutano la sepoltura in tombe e proibiscono ogni forma di celebrazione islamica. Per via delle sue posizioni estreme fu allontanato, ma trovò terreno fertile alla corte dell’emiro di Dar’iyya Muhammad bin Saʿūd (Saud), tant’è che nel 1744 strinsero un patto di reciproca fedeltà in cui i principi di al-Wahab avrebbero governato la morale del nuovo stato teocratico governato dalla famiglia Saud, fino all’unificazione della penisola nel 1932 in quella che oggi conosciamo come Arabia Saudita. L’estremismo iniziale col tempo si è leggermente scemato, ma gli wahabiti tutt’oggi rivendicano per sé il ruolo di unici garanti dell’ortodossia islamica e di legittimi protettori dei due luoghi sacri dell’Islam e la famiglia Saud segue i precetti di questa dottrina nell’amministrare il suo regno, mantenendola come religione di stato. L’apostasia e’ punita anche con la pena di morte, la professioni di religioni diverse o l’esposizione di simboli non musulmani sono vietati e perseguitati. Le donne non hanno praticamente diritti e vi sono persino restrizioni sulla lunghezza della barba e dei capelli.

 

FONTI:

G. Filoramo; Islam; Laterza.

P. Branca; I musulmani; Il Mulino.

A. Bausani; L’ Islam. una religione, un’etica, una prassi politica; Garzanti.