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TRATTATI DI ROMA: 60 ANNI FA NASCEVA L’EUROPA UNITA – di Filippo Secciani

“… determinati a porre le fondamenta di un’unione sempre più stretta fra i popoli europei …”
Preambolo al trattato che istituisce la Comunità Economica Europea.

L’Unione europea è un’unione di diritto. Ovvero ogni azione che l’UE compie o compirà deve fondarsi sui trattati. I quali determinano gli obiettivi, definiscono le norme, descrivono le relazioni tra l’UE e gli stati che la compongono. Ma è anche un esperimento storico; non è esistita nella storia un’organizzazione internazionale simile all’Ue che indicasse questa profonda interazione tra stati; riferendoci ad essa non si può parlare di uno stato, né tantomeno di un’organizzazione internazionale in senso stretto. Tra tutti gli accordi sottoscritti nel corso della sua storia, alla base dell’Unione Europea come la conosciamo oggi ci sono i Trattati di Roma. Con ciò si è soliti fare riferimento alle due istituzioni che hanno posto le basi per la creazione dell’Europa unita. Il primo è conosciuto come il Trattato che Istituisce la Comunità Economica Europea (TCEE): come dice il nome stesso crea la Comunità Economica Europea. Il secondo istituisce la Comunità Europea per l’Energia Atomica (TCEEA). Sono stati firmati a Roma il 25 marzo 1957, mentre le ratifiche da parte degli ordinamenti nazionali li fanno entrare in vigore il 1º gennaio 1958. Il processo di unificazione europea aveva preso avvio qualche anno prima, attraverso la creazione della Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio (CECA). Entrata in vigore nel luglio 1952, si realizza la prima idea di Europa sovranazionale, con la rinuncia da parte dei membri fondatori di una porzione della loro sovranità nazionale. Dopo il processo fallimentare per un legame europeo a livello militare attraverso la CED (Comunità Europea di Difesa, 1954), la Conferenza di Messina del giugno 1955 tenta di rilanciare il processo europeo attraverso un’ulteriore unione europea dal punto di vista economico ed energetico, per non abbandonare i successi raggiunti dalla creazione della CECA. Agli inizi del 1956 è istituito un comitato preparatorio, incaricato di stilare una relazione sulla creazione di un mercato comune europeo; i progetti partoriti dalla commissione sono: la creazione di un mercato comune e la costituzione di una comunità dell’energia atomica. Con la firma dei trattati vengono istituiti la CEE e l’Euratom. Il settore economico, inizialmente meno soggetto alle resistenze nazionali, diventa il punto di partenza per il processo di cooperazione sovranazionale. La CEEA o Euratom era caldeggiato anche dagli Stati Uniti, da un punto di vista politico perché preoccupati per i progressi sovietici nel campo dell’energia nucleare ed interessati a mantenere il vantaggio atomico nelle mani del blocco Ovest, mentre da un punto di vista economico ritenevano che l’atomo avrebbe potuto far continuare a muovere l’economia europea. Ma ancor più importante attraverso un programma nucleare comune, Washington era certa di tenere a bada la Germania. Inizialmente il programma Euratom era volto al coordinamento dei programmi di ricerca degli stati membri per un utilizzo esclusivamente pacifico dell’energia nucleare, anche se i poteri attribuiti a questo trattato erano volutamente limitati perché l’atomo era considerato una risorsa strategica dagli stati che non ne volevano cedere il controllo. Fin da subito viene mostrato uno dei maggiori paradossi europei: l’integrazione europea nasce dal settore dell’energia, senza poi svilupparsi ulteriormente su questa strada. In nessun trattato è stato attribuito un potere energetico all’Europa, almeno fino alla firma di Lisbona quando viene introdotto qualcosa di quanto più vicino possibile. La CEE prevede la creazione di un mercato comune, di un’unione doganale e l’attuazione di politiche comuni. Il mercato comune si basa su quattro pilastri o libertà: libera circolazione delle persone, dei servizi, delle merci e dei capitali. Attraverso uno spazio economico unico si permette la libera concorrenza tra le aziende, costituendo le fondamenta per uno scambio di prodotti e servizi. Poiché al centro c’è la libera concorrenza, il trattato vieta gli aiuti di stato che possono frenare gli scambi tra i membri o che rischiano di limitare la libera competizione nel mercato. Il trattato CEE abolisce i dazi doganali tra gli stati membri ed istituisce una tariffa doganale esterna comune che si sostituisce alle precedenti tariffe adottate dalle singole nazioni. L’unione doganale infine si sviluppa attraverso una politica commerciale comune, attuata non più dai singoli stati indipendentemente. Tra le politiche comuni da segnalare ci sono la Politica Agricola Comune (PAC) e Politica Commerciale Comune. L’obiettivo posto alla base della costituzione della CEE è la formazione di un graduale processo che porti ad una istituzione politica per un’Europa unita. All’interno della Comunità Economica Europea convivono due anime: gli interessi nazionali e le aspirazioni comunitarie. Per poter garantire questo equilibrium la CEE ha creato tre istituti: il Consiglio, l’Assemblea e la Commissione. Il Consiglio (l’insieme degli stati membri, ha potere legislativo), l’Assemblea (ha ruolo consultivo ed è composta anch’essa dai rappresentati degli stati, inizialmente non eletti a suffragio universale diretto. Prenderà il nome di Parlamento Europeo dal 1962), infine la Commissione (l’organo prettamente sovranazionale ed indipendente, adibito all’elaborazione di proposte, possiede il potere di iniziativa normativa volto alla tutela dell’interesse comune, esercitato attraverso l’esercizio del potere esecutivo). Infine la CEE istituisce anche la Corte di Giustizia delle Comunità Europee. I due trattati di Roma, ma in particolare modo quello che ha istituito la CEE, fu decisivo per il processo di unificazione europea. L’Europa usciva da due sanguinosi conflitti e l’obiettivo era quello di impedire che gli stati si facessero nuovamente la guerra, ma eliminare tout court il concetto di stato nazionale secondo l’equazione nazioni = conflitti era estremamente pericoloso. Il processo adottato, noto come funzionalismo, è un processo graduale di trasferimento di compiti e funzioni a istituzioni indipendenti dagli stati, la soluzione dunque fu una collaborazione settoriale. Ripensando al clima del 1945, ciò che si è riusciti ad ottenere nel 1958 è qualcosa di unico nella storia: oltre a far lavorare insieme Francia e Germania, unire le economie ed i popoli, i fondatori erano riusciti a creare il mercato che cresceva più velocemente al mondo e garantendo un lungo periodo di stabilità e pace

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LA CRISI DELLA COREA DEL SUD E’ UN AFFARE INTERNAZIONALE – di Filippo Secciani

Le notizie che giungono in questi giorni dalla Corea del Sud non sono affatto di buono auspicio per un raffreddamento delle tensioni regionali. La Corte Costituzionale, con 8 voti a favore su 8, ha confermato dopo quanto stabilito dal Parlamento (il 9 dicembre) con 234 voti contro 56, per l’impeachment nei confronti del presidente Park Geun–Hye per corruzione. Incriminazione peraltro ottenuta anche grazie ai voti degli stessi membri del partito della Presidente. Le accuse sono molte e racchiudono un’ampia varietà di reati. Si va dall’estorsione, corruzione, abuso di potere, fino alla rivelazione di segreti d’ufficio. Da quanto emerso dalle indagini della magistratura pare che dietro le quinte della Casa Blu, a muovere le fila della politica coreana fosse la consigliera speciale del Presidente Park e sua amica di infanzia: Choi Soon-Sil. La sciamana che teneva in pugno la Park, influenzandone costantemente le sue decisioni politiche attraverso la consultazione di numeri ed astri, è stata accusata di estorsione nei confronti delle grandi aziende del paese per un totale di 69 milioni di dollari – tra le quali spicca anche la Samsung, il cui vice presidente Jay Y. Lee è finito in carcere alcuni mesi fa per tangenti. Le due famiglie Choi e Park sono legate da molto tempo, da quando il padre di Soon-Sil ex poliziotto divenuto nel frattempo fondatore di una setta evangelica riuscì ad inserirsi nell’establishment coreano fino ad arrivare a condizionare l’allora presidente Park Chung-Hee che prese il potere nel 1961 attraverso un golpe, per poi venire assassinato nel 1979 dal capo del suo stesso servizio segreto; l’azione di tale gesto fu motivata dall’attentatore come tentativo di eliminare dalla presidenza l’influenza del santone Choi Tae-Min. La situazione che sta vivendo oggi la Corea è abbastanza negativa, la concussione è presente pressoché fra tutte le compagini politiche: l’ex Segretario Generale delle Nazioni Unite Ban KiMoon ha dovuto rinunciare alla corsa per la Presidenza, in seguito al coinvolgimento del fratello in un affare di tangenti. La rabbia e la delusione dei cittadini esplosa con la questione Park, era già ricolma a seguito di una lunga serie di scandali di corruzione che hanno investito la classe politica ed economica del paese. Come se ciò non bastasse va aggiunto anche il fallimento della settima flotta commerciale mondiale, la Hanjin, che ha dovuto chiudere per bancarotta a metà febbraio, lasciando senza lavoro numerose persone ed impoverendone molte altre. Il 9 maggio avranno luogo le nuove elezioni (per il momento la presidenza è occupata ad interim dal Primo Ministro Hwang Kyo-Ahn) il favorito continua a rimanere con più del 36% il candidato del partito Democratico Moon Jae-In, esponente della sinistra, il quale si è dichiarato fin da subito contrario al sistema antimissilistico americano anti Pyongyang. Le vicende interne che riguardano questa nazione non sono circoscritte alla sola penisola coreana, ma hanno risvolti molto più ampi e non confinati alla sola regione nord asiatica. Si intrecciano sicurezza, affari, economia, politica e molto altro. I grandi attori internazionali osservano con molta attenzione Seoul. Durante la visita di Abe a Trump nel novembre del 2016, il Primo Ministro giapponese ha espresso all’allora neo presidente eletto tutte le preoccupazioni degli alleati regionali per un eventuale cambio di strategia di Washington. Paure evidentemente infondate in quanto la nuova amministrazione repubblicana ha riconfermato i rapporti estremamente forti tra Stati Uniti, Giappone e Corea del Sud in funzione anti cinese ed anti Corea del Nord. In tal senso un fondamentale passo in avanti è stato compiuto con la firma di un accordo tra Tokyo e Seoul per la rapida ed efficiente condivisione di informazioni di intelligence militare per quanto riguarda attività militari e soprattutto nucleari della Corea del Nord. L’accordo è stato firmato il 23 novembre 2016 e viene indicato con l’acronimo GSOMIA che sta ad indicare il General Security of Military Information Agreement. Prima ancora che strategico questo accordo ha una rilevanza storica non di poco conto in quanto si tratta del primo patto militare firmato dai due paesi dalla Seconda Guerra Mondiale e dalla liberazione della Corea dall’imperialismo nipponico. Fin da subito si è detta contraria la Cina, che non ha nascosto il suo timore che dietro al contenimento verso la Corea del nord, si nasconda in realtà uno strumento di deterrenza contro Pechino. Il rischio è di incrementare il livello di tensione in una regione già altamente elettrica. Tuttavia questo accordo non deve far credere che i rapporti tra Giappone e Corea del Sud siano convergenti, anzi. Tra i numerosi punti di criticità, uno dei più determinanti è la questione delle cosiddette “donne di conforto”, ovvero coreane costrette a prostituirsi per i militari durante l’occupazione giapponese. Altra fonte di stress è la contesa per le isole Dokdo/Takeshima, che sebbene rientrino all’interno dei confini territoriali coreani sono reclamate da Tokyo. La questione non è tanto incentrata su vaghe questioni geografiche e storiche, quanto sulle ingenti (a quanto sembra) quantità di gas naturale presenti sotto i fondali. Per quanto riguarda i legami con gli Usa, nonostante il parere contrario delle forze di opposizione, la presidenza Park ha firmato con gli Stati Uniti d’America un accordo per l’installazione in tutta la nazione del sistema antimissile THAAD (High Altitude Area Defense Terminal), progettato per abbattere i missili di breve/media gittata provenienti da Pyongyang; anche in questo caso sono state molto veementi le proteste di Pechino, ancora una volta minacciata dalla presenza di strumenti bellici molto vicini ai propri confini. Ma è soprattutto all’interno del paese che sono presenti le maggiori rogne. Il malessere sociale che stava già imperversando nel paese si è manifestato nel corso delle ultime elezioni dell’aprile del 2016 per il rinnovo dei 300 seggi del parlamento; in questo caso gli elettori hanno inviato un segnale molto chiaro ai due maggiori partiti ed in particolare a quello di governo. Rispetto alle elezioni precedenti, l’elettorato attivo andato alle urne è aumentato del 2,3%, recatovisi fondamentalmente per esercitare un voto di protesta contro il presidente Park ed il suo partito Saenuri, costatole la perdita del controllo della maggioranza in Parlamento. Altro dato estremamente sensibile è stata la frammentazione delle forze di opposizione schierate contro il partito conservatore, che amplificano il senso della disfatta del partito di governo ancora più vigorosamente e la nascita del People’s Party (febbraio 2016) di carattere liberale e centrista che in poco più di un mese dalla sua nascita è riuscito a strappare 38 seggi su 300. Nonostante gli ingombranti vicini del Nord la quasi totalità della campagna elettorale si è incentrata su questioni economiche. Ormai ben lontana dal boom industriale vissuta a partire dalla dittatura Park degli anni sessanta fino ai primi anni della recente crisi economica, questa Tigre Asiatica sta vivendo una recessione, provocata dal forte calo dell’export, dall’elevato indebitamento familiare e da una crisi occupazionale giovanile che sfiora il 10%, a fronte di una disoccupazione totale intorno al 3,5%. Appare chiaro dunque che in questo quadro di estrema incertezza sociale ed economica la sicurezza nei confronti della Corea della Nord non abbia occupato i primi punti delle agende dei candidati alla presidenza. Nonostante l’ennesimo scandalo abbia indicato come il sistema coreano sia basato su un forte approccio clientelare nei rapporti tra politica ed affari e la crisi economica l’abbia vista protagonista in negativo, nell’ultima decade alcuni settori industriali del paese hanno avuto performance di notevole interesse, merito anche della firma di accordi di libero scambio sottoscritti con gli Stati Uniti (Free Trade Agreement between the United States of America and the Republic of Korea) e con l’Unione Europea (European Union–South Korea Free Trade Agreement). Settori come l’elettronica, l’automobilistica ed il conglomerate sono all’avanguardia. La lotta per il “dominio” dei prodotti elettronici è un’ulteriore causa di tensione con l’altro grande leader di questi prodotti: il Giappone. Entrambi i paesi sono a vocazione prevalentemente esportatrice ed entrambi smerciano la stessa tipologia di prodotti verso i medesimi mercati e soprattutto entrambi questi settori garantiscono entrate per le loro economie. In questo quadro si è inserita con irruenza la Cina forte della sua posizione predominante. L’importanza delle relazioni tra questi due paesi va ogni giorno rafforzandosi sia a livello economico sia politico. Politico per l’importanza che assume Pechino nella gestione delle relazioni con Pyongyang ed economico per i legami che si fanno sempre più intensi tra Corea del Sud e Cina. Da qui la dura presa di posizione dei partiti opposti al governo Park per la ratifica dell’accordo GSOMIA e soprattutto per il dispiegamento sul territorio coreano del sistema anti missilistico, da pochi giorni giunto nella provincia dello Gyeongsang. La Corea dunque si trova di fronte ad una scelta obbligata: trovare una soluzione di equidistanza tra Washington e Pechino che non irriti nessuna delle due parti. Appoggiarsi ad una delle due potenze e scaricare l’altra non è un opzione praticabile al momento. La crisi che l’ha investita, sia a livello sociale che politico, non le permette ampi margini di manovra e il buon andamento di qualche settore dell’export non garantisce quella stabilità economica per intraprendere azioni avventurose in politica estera. Quello che si va delineando è sicuramente il periodo di maggiore difficoltà con l’alleato storico americano. Sebbene Trump prima ed il Segretario Mattis poi abbiano garantito l’impegno degli Stati Uniti a difesa della Sud Corea dalla minaccia nucleare del Nord, è chiaro che Washington non veda certo con piacere l’apertura di Seoul verso la Cina e sia ulteriormente preoccupata per chi possa essere il futuro presidente della Repubblica e per quali saranno le sue mosse politiche in campo internazionale; ad esempio nella gestione dei rapporti con la parte nordcoreana. Ulteriore punto di frattura potrebbe essere l’iniziativa di Trump per la rinegoziazione del trattato di libero scambio firmato tra i due paesi, usando come leva le spese per il mantenimento delle forze americane sul territorio coreano (circa 28500 uomini). Infine un fattore esterno da Seoul ma che avrà un impatto determinante è capire quale componente del sistema burocratico americano avrà maggiore peso sulle scelte del presidente Trump, il Dipartimento della Difesa, la Segreteria di Stato, o il Consiglio di Sicurezza. Anche la distensione con il Giappone sebbene abbia fatto passi da gigante continua a rimanere impantanata su alcuni punti di difficile soluzione. La questione delle “donne di conforto” probabilmente non si risolverà e rischia di avere ripercussioni anche nei confronti dell’accordo GSOMIA, facendo fare ai due paesi un salto indietro di venti anni. Cancellazione dell’accordo sulla condivisione di informazioni di intelligence che sicuramente avverrà se a vincere sarà la componente di centro sinistra, dalle cui fila molto spesso si sono alzate voci che identificano il paese del Sol Levante come un nemico per la Repubblica di Corea. La questione cinese ruota attorno esclusivamente al dispiegamento del dispositivo missilistico THAAD. Se il nuovo presidente facesse dietrofront sulla questione, le relazioni tra i due paesi potrebbero migliorare rispetto alle attuali, ben fredde ed impantanate in un sistema di ritorsioni e contro ritorsioni che alla lunga non farebbero altro che danneggiare l’economia coreana. Dal punto di vista di Pechino questo sistema di difesa missilistico rappresenta una seria minaccia e fonte di preoccupazione, su cui il Politburo non cederà di un millimetro. La crisi politica della Corea del Sud coincide con un aumento delle minacce provenienti da Nord, con un deterioramento dei rapporti con i partner regionali ed un incerto futuro con gli alleati storici e questi evidenti fattori di debolezza influenzano notevolmente la politica di alleanze volta a contenere le minacce di Pyongyang. Il nuovo presidente si troverà a dover uscire da una crisi interna che ha eroso la stabilità dei rapporti internazionali, che a loro volta influenzano la politica economico/commerciale del paese in un infinito circolo vizioso in cui commettere un errore rischia di avere conseguenze non ben quantificabili.

REALTA’ E PERCEZIONE DELLA PRESIDENZA OBAMA – di Filippo Secciani

L’elezione di Obama quale presidente degli Stati Uniti ha provocato fin da subito un’ondata emotiva negli Stati Uniti e nel resto del mondo. La motivazione è facilmente comprensibile: per la prima volta nella storia, un uomo di colore occupava la poltrona di comando del più potente stato al mondo. Non solo una minoranza, Obama rappresentava anche un’ideale cosmopolita di individuo, positivista, con radici multiculturali e vicino all’Islam. Obama in altre parole è stato un perfetto rappresentante dell’eccezionalissimo americano. secoba1Come se non bastasse era successore di G.W. Bush, responsabile dell’invasione dell’Afghanistan e della guerra in Iraq, delle torture e dell’unilateralismo neoconservatore. Dall’altro lato l’elezione dell’ex professore dell’università di Chicago ha contribuito ad acuire quella divisione latente all’interno della società americana tra provincia e metropoli, tra industria e servizi e tra bianchi e neri che l’elezione di Trump ha definitivamente portato a frattura, polarizzando una società che molto difficile troverà soluzione. “Tutta la sua retorica politica [di Obama], a partire dal famoso discorso della convention democratica del 2004, è stata centrata sulla necessità, e possibilità, di riportare queste due Americhe a parlare tra di loro” (Mario del Pero). Missione a quanto pare fallita. L’America di Obama è un’America profondamente differente (e quella di Trump lo sarà ancora di più). I motivi possono essere racchiusi in due macroinsiemi: il primo è il cambiamento demografico della società statunitense, in cui assume rilevanza maggiore la componente latino-ispanica della popolazione (da sempre elettorato democratico) ed il graduale processo di indebolimento della classe media americana che ha ricevuto il colpo da ko con la crisi economica del 2008. Forte del consenso dei liberal e degli “emarginati” Obama ha incentrato la sua politica verso una maggiore inclusione sociale, investendo buona parte della sua amministrazione verso l’ampliamento dei diritti civili e sociali (unioni gay, salario uguale per uomini e donne, lotta alle disuguaglianze, tutela delle minoranze, sanità pubblica) i cui risultati sono parzialmente stati raggiunti e superati, ma mettendo da parte, o nel peggiore dei casi escludendo totalmente, i bianchi impoveriti e colpiti dalla crisi economica e dal processo di de industrializzazione degli Stati Uniti, in quella che lo storico della Columbia University Mark Lilla definisce la fine del “liberalismo identitario” e provocando una forte reazione negativa tra le frange più dure dell’elettorato repubblicano. Cioè l’agire progressista e liberal per la tutela quasi esclusiva della diversità culturale, religiosa e razziale all’interno degli USA, finendo per favorire identità separate, a scapito di un comune interesse di tutti gli americani verso politiche economiche e sociali universaliste. Non è un caso che la popolarità di Obama fosse maggiore al di fuori degli Stati Uniti, specialmente in Europa e nel continente africano. Questa sorprendente fiducia nell’opinione pubblica europea verso Obama si manifesta anche nelle sue scelte di politica internazionale (nel 2016 l’80% degli europei ha fiducia nella politica estera di Obama – Pew Research Center). Tutto ciò nonostante le Primavere Arabe, la Libia, il disimpegno dall’Afghanistan, l’Isis, la crisi siriana e la Russia al centro del Medio Oriente. Esperti e studiosi di relazioni internazionali hanno accusato Obama di non aver avuto una strategia efficace ed una linea chiara da perseguire, “di non avere, in altre parole, quella necessaria e dottrinale grand strategy sempre elaborata invece dalle amministrazioni statunitensi del dopoguerra.” (Mario del Pero). Va anche riconosciuto che gli ultimi due anni e mezzo della sua amministrazione sono stati caratterizzati da una maggioranza repubblicana al Congresso (anatra zoppa) che ha fatto dell’ostruzionismo una prassi regolare per combattere le iniziative legislative. Obama ha dovuto anche guardarsi dal suo stesso partito, frammentato al suo interno in più fazioni e per certi versi ostile alla sua nomina, al quale lui ha cercato di porre rimedio nominando la sua acerrima nemica Hillary Clinton alla carica di Segretario di Stato. Soluzione che ha pagato sul breve, ma che alla lunga ha accentuato questo conflitto interno, specie in seguito alle scelte di politica estera di questa amministrazione, nel corso del secondo mandato. secobaAd Obama è stato spesso fatto notare di agire in maniera troppo soft in questioni di politica internazionale (anche per un presidente democratico) e di aver gestito le questioni estere in funzione di un tornaconto in politica interna. Questa sua “debolezza” nell’operare a livello internazionale è una delle cause minori della sconfitta democratica della Clinton alle ultime elezioni presidenziali. A fronte di un’iniziale apertura con Mosca (politica del reset), la questione ucraina ha evidenziato la mancanza di una strategia americana, rimasta in qualche modo sopraffatta dall’azione dirompente russa. Non è stata migliore l’azione intrapresa in Medio Oriente. La scelta all’interno della crisi siriana è stata quella di finanziare le forze di opposizione di Assad, molto spesso islamiste ed estremisti islamici, salvo poi dover impegnare forze sul terreno per arginare l’asse Iran-Russia, che ha costretto a mutare radicalmente le scelte obamiane per la Siria: da un desiderio di eliminare Assad dalla scena politica siriana (forse anche fisicamente) l’ultimo periodo della sua presidenza è stato segnato da un cambio di rotta in questa decisione. Allo stesso modo l’Iraq ha visto un’iniziale decisione di adottare un basso profilo, se non di deciso disinteresse, salvo poi dover far marcia indietro ed intraprendere misure più efficaci nella lotta all’Isis. I teorici del declinismo americano, sostengono che chi faccia largo utilizzo dell’apparato militare per il mantenimento dell’ordine, non abbia nessun tipo di controllo. Egemonia significa intrinsecamente non fare ricorso alla armi. Viceversa per quanto riguarda Obama, il non ricorso alle armi – se non quando fosse troppo tardi – ed il non immischiarsi in questioni esterne ha indicato un generale indebolimento dell’egemonia americana, contrariamente al rischio di overstretching della presidenza Bush. Per garantire la propria supremazia Obama ha fatto un largo utilizzo di tecnologia e di droni, arrivando anche a bombardare paesi formalmente alleati e non in guerra come Filippine e Pakistan (soprattutto la regione del Waziristan). Un buon risultato è stato ottenuto da questa amministrazione per quanto riguarda la sua politica verso il Pacifico ed in particolare nei confronti della Cina: la creazione del TPP (Trans Pacific Partnership) ha contribuito a delimitare l’avanzamento economico dell’ex impero celeste nella regione, rispecchiando appieno quel pivot to Asia cavallo di battaglia del Segretario di Stato Hillary Clinton prima e John Kerry dopo. Il TPP escludeva la Cina da accordi commerciali tra i partner regionali di una zona in cui transitano il 50% degli scambi commerciali mondiali e al contempo rafforza politicamente il Giappone ed in misura minore la Corea del Sud in funzione anti Pechino. Il PCC per rispondere a questa iniziativa occidentale, ha promosso dal 2013 la costruzione della Nuova Via della Seta (One-Belt-One-Road) per rafforzare gli scambi economici con Asia Centro-meridionale ed Europa. Per conclude possiamo riassumere la figura di questo presidente attraverso due parole: percezione e realtà sono state le dinamiche della politica di Obama.17035351_1252161311519765_1755848394_n La percezione della sua persona e della sua personalità, con la realtà delle sue politiche. La percezione è stato lo storico discorso del 2008 all’università del Cairo, rivolto al mondo musulmano, la realtà è il caos che regna nel Medio Oriente. Sulla carta un’abile utilizzo di una retorica assai lontana dalla tradizione statunitense di interventismo ed internazionalismo delle precedenti amministrazioni, ma nella realtà un ricorso allo strumento militare tale e quale al passato.