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INDOVINA CHI VIENE A PRANZO (intervista impossibile in tono semiserio a Barack Obama) – di Fausto Jannaccone

“Salve Fausto, mi sono permesso di ordinare un mezzo litro di rosso della casa. E del ghiaccio. Non giudicar male… Sai, sono tre giorni che mi portano a destra e a manca nelle migliori cantine, aziende e ristoranti a bere bottiglie su bottiglie di super-brunelli, mega-riserve, grandissime selezioni… Ho la lingua praticamente brasata.”
In una camicia bianca elegantemente informale, maniche a tre quarti, jeans e scarpe da ginnastica, Mr. Obama, l’uomo più pericoloso ed in pericolo del globo fino a pochi giorni fa, mi attende con la più disarmante semplicità del mondo, a sedere ad un tavolino della veranda del piccolo ristorante affacciato sui colli del senese. Talmente a suo agio da invitare, direi costringere quasi anche me ad abbassare le difese che spontaneamente ho indossato uscendo di casa, sapendo di andare ad incontrare, face to face, per dirla con loro, un personaggio che resterà nella storia dell’uomo, piaccia o meno.
Non starò a raccontarvi come sia riuscito ad ottenere questo incontro: nemmeno mi credereste.
In sottofondo nel locale si sente un vecchio disco di De Gregori, ‘Bufalo Bill’, uno dei miei preferiti: “Se avessi potuto scegliere fra la vita e la morte, fra la vita e la morte, avrei scelto l’America”. Inevitabile, non posso che fare un rapido collegamento tra il giovane biondo cantato da De Gregori, che va alla conquista dell’immensa verde prateria, e questo signore che è andato a prendersi quella Bianca casa.
Per quanto non sia così in totale controllo dell’inglese la sua parlata mi riesce assolutamente di facile digestione: già da questo si capisce lo scarto tra il grande comunicatore che ho davanti ed il simpatico signore che ne ha preso il posto, e ci parla a “tweet”.
“Buona sera Signor Presidente”
“Barack, te ne prego…”
“Non so se riuscirò, ma ci provo… Signor Barack”
“Ma come fate, Fausto, a riuscire ad andare al lavoro, la mattina, quando vi svegliate e vi trovate di fronte agli occhi appena aperti uno spettacolo come questo?” indicando con un largo, lento gesto del braccio il paesaggio su cui ci affacciamo, e dove in lontananza, sfumata, si indovina Siena.
La tentazione sarebbe di rispondergli che se non si ha una pensione da ex-presidente degli Stati Uniti, paesaggio o no, tocca andarci al lavoro la mattina. Ma non voleva certo esser scortese, al contrario.
Ordiniamo qualcosa da mangiare ad una giovane, un po’ rustica ma piacevole ragazza. Non mi sfugge l’apprezzamento, comunque educato, nello sguardo del Presidente.
Ordiniamo due primi con verdure di stagione, facendoci portare però prima un assaggio di pecorino e prosciutto toscano.
“Cerco di avere un’alimentazione controllata e di prediligere le verdure -in effetti con Michelle sono quasi costretto- ma qualche strappo alla regola bisogna pur che me lo conceda in vacanza, e per questo prosciutto devo dire ne vale davvero la pena!”
Una profonda risata, seguita da un sorso generoso di vino rosso.
“Sai, ci sono, Fausto, due persone che mi interessano molto in Italia…”
“Papa Francesco e?”
“No, guarda, non è Bergoglio una di queste. Certamente una figura eticamente corretta e valida. E questo va bene perchè è intrinseco nella stessa ‘mission’ per cui la religione è stata inventata dall’uomo.
Come ben sai, però, nel mondo occidentale il progresso ha portato l’uomo contemporaneo a non necessitare più così fortemente il rifugio religioso (cosa che al contrario resta fondamentale nei popoli che sono ancora un passettino indietro nell’ ‘evoluzione sociale’, quel secondo-terzo mondo che comprende ad esempio Sud-America e sud-est asiatico, infatti i maggiori attuali contribuenti in termini umani alla causa cristiana, o quel medio oriente e centro-nord africa dove il fondamentalismo islamico fa breccia senza resistenza alcuna); in virtù di questo non lo ritengo un personaggio capace ormai di spostare molto nello scacchiere sociale mondiale.
Quindi no, non è Papa Francesco una delle persone cui mi riferisco.
E’ Carlo Petrini, invece, il fondatore di Slow Food”
Dopo un attimo di perplessità mi scuoto e riparto “E perchè un ‘uomo comune’ come Petrini suscita interesse in una personalità del calibro di un ex Presidente degli Stati Uniti?”
“Perchè, caro Fausto, è la direzione corretta quella percorsa dal movimento da lui capeggiato: hanno trovato secondo me la chiave giusta di lettura del mondo di oggi e dell’alba di domani”
“Il Profeta nella patria Italia…”
“Non lo definirei certo il Salvator Mundi, il Profeta, come dici tu; ma sull’educazione del cittadino medio si deve fondare il recupero della società attuale. Mi spiego meglio. Per quanto si parli di cibo il concetto è molto più ampio; se il consumatore medio, ruolo principe dell’uomo del terzo millennio, viene educato ad una corretta fruizione delle risorse ne beneficia l’intero sistema: prima di tutto, per esempio, ne viene un guadagno nella soddisfazione del gusto. E quindi un soggetto più appagato e più felice è meglio disposto ad operare correttamente. Quindi ne guadagna in salute diretta, perchè ciò che è prodotto correttamente sarà sicuramente migliore. Con un’educazione adeguata si può spiegare al compratore che se non per specifiche necessità ‘d’emergenza’ la fragola ad esempio va comprata d’estate, e d’autunno le arance. Gli si può spiegare che un’alimentazione corretta non prevede carne a pranzo ed a cena. Potrà capire che probabilmente la pera prodotta naturalmente e non in una coltivazione intensiva avrà valori nutrizionali e sapore migliore. E così con questi piccoli ragionamenti ‘di pancia’ abbiamo: 1) salvaguardato patrimoni tradizionali ed identità culturale 2) ridotto lo spreco energetico per il trasporto di una fragola dal sud america a qui 3) migliorato la salute media dei cittadini 4) ridotto l’abuso del suolo e delle risorse 5) restituito consapevolezza ed autocoscienza all’uomo non più soltanto consumatore passivo, ma partecipe contribuente adesso di un sistema sociale funzionante. Visto che si può fare partendo dall’etica del cibo del movimento di Petrini?”
Esco dal ragionamento abbastanza stordito, complice probabilmente il caldo, ma non posso che convenire con lui. “Avevamo detto esser due, però, le persone italiane che suscitano ammirazione in Obama. La seconda quindi?”
“La seconda è in realtà una figura simbolica: lo chiamerei il ‘milite ignoto della cultura’. O se vogliamo esser meno tragici i “gregari della cultura”. Questo sconosciuto eroe è quella persona -e tante ne ho incontrate qui in Italia- che resta orgogliosamente legato e devoto al patrimonio culturale del vostro paese. Non necessariamente deve esser un addetto del settore, come una guida turistica, un professore di Storia dell’Arte o un impiegato di qualche museo. Anzi talvolta sono i primi a non rendersi conto del valore, non economico ma vitale, direi, etico, culturale, salutare, che circonda loro. Ma sono quella signora o signore che raccoglie la cartaccia da terra quando passa nella piazza, il ragazzo che va a visitare un museo nel giorno di festa, la studentessa che trova il tempo di organizzare un piccolo evento culturale nel bar sotto casa, anche soltanto il giovane che mentre cammina per le strade della vostra Siena alza gli occhi e si capacita della bellezza di una loggia affrescata, un tabernacolo dipinto, la statua di un santo. La conoscenza è la vera forza di cui ognuno di noi può dotarsi autonomamente, in senso lato e nello stretto senso della consapevolezza della vostra risorsa principale: il patrimonio culturale di cui la penisola italiana è disseminata.”
Quasi inorgoglito dal volermi provare ad immedesimare in uno di questi militi, se pur fante ed in ultima fila, resto un po’ inebetito a sognare avendo negli occhi la bellezza delle nostre città, domandandomi al contempo perchè debba uno ‘straniero’ ricordarci chi siamo, e scuoterci da una torpida assuefazione che ci rende terra di conquista per nuovi barbari, e non padroni delle nostre fortune.
Ma è nuovamente il Presidente a richiamarmi all’ordine “E invece lo sai chi è veramente incredibile?”
“Chi è incredibile?”
“Silvio Berlusconi. No, dico sul serio. Quello è davvero incredibile!”
Nel mentre una lunga teoria di auto dai vetri oscurati si avvicina e rallentando si ferma davanti a noi. Quella più vicina a noi apre uno sportello e si affaccia Michelle a chiamare il marito. Lui si alza, mi da una vigorosa stretta di mano, quindi sale al fianco della moglie e dopo avermi salutato entrambi con la mano lo sportello si chiude e la lunga carovana riprende il largo. Dietro alla First lady più amata della storia contemporanea statunitense si intravedevano un bel po’ di buste e pacchi con vari marchi e boutique effigiati sopra.
Eh, sì, ce ne vorrebbero di più, e più spesso, da queste parti di questi Obamas…

LA PARABOLA DEL BUONO E DEL CATTIVO PASTORE – di Fausto Jannaccone

Nella presentazione del blog a suo tempo dichiarammo che nelle nostre intenzioni c’era di portare Siena nel Mondo e viceversa il Mondo a Siena.
Questa stagione in particolare ci siamo impegnati nella fase di importazione, per dirla con termini di mercato.
Ma oggi vorrei con questo piccolo editoriale portare una piccola riflessione sulla decisione che ieri è stata presa nel locale consiglio comunale, riguardo alla soluzione dei problemi relativi alla cosiddetta “movida” notturna della città.
Come sapete io sono da sempre e chiaramente schierato in direzione di una intelligente apertura di questa città, perchè non si chiuda sempre più a riccio, rischiando poi un’irreversibile implosione da cui non potrebbe trarne giovamento nessuno. Ovviamente non può e non deve essere la “night-life” la moneta d’attrazione per una città come Siena. Ma limitarne i “canali ufficiali” a vantaggio appunto di “vie alternative” credo possa essere una delle vie più sbagliate di soluzione al problema.
Ecco quindi di seguito un breve racconto che esprima per metafore il mio personale punto di vista.

Così giunsero un sabato nella città dei pellegrini, nel nord della provicia
Grande era la folla che gremiva le strade, ed il clamore si poteva udire dalla circostante campagna
Entrati dalla grande porta nelle vecchie mura i discepoli furono investiti da quella turba di genti
La folla in tumulto urlava e si dibatteva, e sembrava che tutti si dirigessero alla piazza centrale ove aveva dimora il palazzo del potere
Allora il Maestro si rivolse ai suoi discepoli e disse loro: “Seguitemi in quell’orto di ulivi che cresce dietro al tempio ed alla grande scuola, e li vi narrerò la parabola del buon pastore e del cattivo pastore”
Una volta giunti nell’orto, sedutisi tutti i discepoli intorno a Lui, all’ombra di un vecchio ulivo, Egli cominciò la sua narrazione:

“Dovete sapere che tanto tempo fa, in una terra non distante da qui, vi era un uomo che aveva un gregge di pecore
Vi erano tra queste alcune che non rispondevano ai comandi del pastore
Esse non sottostavano alle regole, mangiavano ciò che non dovevano mangiare,
mangiavano quando non dovevano mangiare, e non mangiavano quando era tempo.
Dormivano quando era ora di pascolare e pascolavano quando era tempo di riposare.
Queste pecore ribelli destavano disturbo nel resto del gregge
Provocando insofferenza nelle pecore che invece ubbidivano e rispettavano gli orari
Dopo pochi richiami, e scarso impegno il cattivo pastore ruppe il recinto e liberò l’intero gregge
Le buone pecore finirono tutte in pasto ai lupi che popolavano la regione
Le cattive invece prosperarono selvagge e continuarono a comportarsi in modo scorretto,
Avendo quindi ragione del cattivo pastore incapace
A qualche distanza dalla casa del cattivo pastore viveva un altro uomo
Anche questo possedeva delle pecore, e come in tutti i greggi
Aveva tra le sue pecore alcune di buone ed alcune di cattive
Costui a differenza del primo pastore, con pazienza e dedizione si dedicò alle pecore cattive
Costantemente dedicava loro attenzione invece di lasciarle fare e bearsi delle buone
Continui furono i richiami, grande la cura nell’educarle e portarle sulla retta via
Dopo qualche tempo così anche quelle che erano cattive si adeguarono ad i corretti modi
E chi delle cattive pecore non lo fece fu venduta o regalata o liberata
Grande giovamento ne trasse tutto il gregge, e prosperò, crescendo in salute e moltiplicandosi
Così il buon pastore fu premiato della pazienza e della dedizione
Si arricchì e permise alla sua famiglia una vita agiata e felice
Al contrario del cattivo pastore che per incapacità e pigrizia cadde in disgrazia”
“Cosa ci insegna questa parabola maestro?” chiese uno dei discepoli.
“Ci insegna che questa città in tumulto è stata governata da un cattivo pastore,
che ha preferito prender la strada più facile e breve e rompere il recinto
Ed adesso le buone pecore sono preda dei lupi, e le cattive regnano padrone”

 

PRESENTI/ASSENTI: PER UNA RIFLESSIONE CRITICA ED UN’ANALISI TECNICA – di Fausto Jannaccone e Michele Piattellini

PER UNA RIFLESSIONE CRITICA (di F. Jannaccone)

Lo scorso giovedì, insieme ad alcuni colleghi del Wunderbar, siamo finalmente andati a visitare “il primo Street Art Quartier senese” (come lo definisce la rivista specializzata “Artibune“), ovvero “un percorso di sette interventi di arte urbana risultato di singole ricerche effettuate da sette street artist” che adorna alcuni angoli di via Pantaneto. Sei di queste sette opere –quella di Silvia Scaringella è stata rimossa dopo il tempo consuetudinario di affissione pubblica- si affacceranno sui passanti della movimentata via senese per qualche settimana ancora.

La sensazione che ho provato al termine di questa promenade è quella che potrebbe avvertire l’uomo che, dopo un digiuno forzato di alcuni giorni, venga rifocillato con un vasetto di yogurt ai mirtilli. Oppure alla persona cui per il maltempo si sia allagata la cantina e gli venga fornito per asciugare un bel fazzoletto da naso. O ancora il viaggiatore che per raggiunger la meta distante molti chilometri sia dotato di un simpatico monopattino. Certo, uno yogurt è meglio che niente, con pazienza il fazzoletto inizierà pian piano a rimuovere qualche stilla d’acqua ed il monopattino permetterà di procede un po’ più agevolmente che a piedi: ma non sono, nessuno di questi, la risposta che speravamo di ricevere.

E’ ovvio che la domanda cui rispondere era e resta di quasi impossibile soddisfazione. E’ quella domanda da cui già più volte sono mosso su queste pagine, per proporvi le mie tediose e ripetitive questioni e tesi: chi può ripagare questa città della chiusura del Centro delle Papesse? O in senso più ampio sarà possibile a Siena aver ancora altri stimoli artistici, oltre al grande patrimonio del passato, che suscitino in noi nuove curiosità, dubbi, interessi, riflessioni ed emozioni?
Sia ben chiaro: se l’obbiettivo dichiarato è avvicinare l’arte alla gente tra il celebre episodio della “Siena sport week” di tre anni fa quando la “Zumba” prese possesso del Santa Maria della Scala e questa iniziativa corrono anni luce di progresso della civiltà, ça va sans dire. Ma personalmente se dicessi che mi ha soddisfatto, beh… no, non riesco proprio; o quanto meno non a pieno.

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(photo credits F. Jannaccone)

Non sto adesso entrando nel merito di una valutazione delle opere, questo lo lascio alla parte “tecnica” di questo articolo a quattro mani (vi posso però confessare che 3 opere mi sono piaciute abbastanza, due meno, una no): parlo del concetto generale di questa sezione intra-moenia di “Cantiere comune“. Si vuol fare di quattro mura un po’ troppe cose: via Pantaneto che fa parte del centro commerciale naturale, via Pantaneto che fa parte della Via Francigena, via Pantaneto che è il quartiere universitario, via Pantaneto che è la strada dello street food, via Pantaneto che diventa in fine lo Street Art Quartier.
Il risultato è che viene definita “street art” l’affissione su di un palazzo storico di un cartellone di carta -mal steso per giunta- che d’impatto ti aspetti esser il programma del “Cinema d’estate in Fortezza”, ed invece no: è un “intervento di arte urbana risultato di singole ricerche effettuate da uno street artist”.

Quando anni fa, vittima anche io del fenomeno commerciale Banksy, mi approcciai alla street art, quello che mi riuscì di capire di questa corrente era agli antipodi di ciò che adesso mi si presenta come street art: periferia, incursione, illegalità, precarietà, volatilità, protesta, underground, antisistema. Vocaboli quali questi erano i protagonisti di ogni ragionamento riguardante la street art.
Bisogna ad onor del vero render conto dei tempi che corrono: stiamo giorno dopo giorno assistendo ad una continua celebrazione e soprattutto musealizzazione delle opere degli street artist, ormai sempre più artisti di corte delle amministrazioni pubbliche. Io, sicuramente duro, non so se anche puro, lo reputo uno dei più grandi tradimenti della “Storia dell’arte”. Ma sono anche conscio di poter esser indietro col passo e molto probabilmente nel torto.
Resta il fatto che questa riflessione porta la mia firma quindi ciò che sto facendo è esprimere il mio punto di vista.

Tirando quindi lo somme su l’oggetto della disquisizione in corso, dico che bisogna dare atto che iniziative come queste vertono comunque in una direzione corretta e da perseguire.

Che comunque si può e deve alzare l’asticella, ponendosi come obbiettivo quello di arrivare a iniziative e progetti di qualità vera.

In fine che all’amministrazione non è più concesso limitarsi a metter il cappello su piccoli sforzi altrui, quali nello specifico la concessione da parte di privati di una saracinesca di garage, ma mettere a disposizione, creare, veri spazi da dedicare alla riflessione contemporanea ed eventi che riportino la città ad esser protagonista del calendario internazionale.

(photo credits F. Jannaccone)
(photo credits F. Jannaccone)
PER UN’ANALISI TECNICA (di M. Piattellini)
-cinque opere scelte-
Benedetto Cristofani: il suo omaggio a Cecco Angiolieri e’ senza ombra di dubbio uno dei più riusciti di tutto quanto il progetto. Visibile alle Logge del Papa 2, 4 l’opera racconta una vecchietta che si prepara ad uscire in strada lasciando alle sue spalle una scia di fuoco con la quale, chissà, vorrebbe ardere il mondo come il celebre poeta maledetto.
Claus Patera: originale il lavoro di Claus Patera che da una parte ci informa su quali fossero per Fracassi, il destinatario del suo omaggio, le caratteristiche dell’artista, dall’altro ce lo rappresenta con una caricatura di un vecchio numero del giornale La Vedetta. In basso sulla colonna del profilo sono catalogati i colori con i quali riempire gli spazi tipo moderna settimana enigmistica.
Silvia Scaringella :sempre arduo confrontarsi con mostri sacri del calibro di Lorenzetti ma la giovane artista ne esce senza dubbio vittoriosa. La sua rivisitazione del celeberrimo Buongoverno ce lo mostra come un angosciante insieme di insetti e animali impazziti che assaltano i vari protagonisti del quadro:unica a resistere la Concordia armata di paletta e carta moschicida.
Jacopo Pischedda: nella sua opera, omaggio al grande Bernini presente nel Duomo di Siena, l’artista ribalta le certezze acquisite finendo per portare la testa del leone al posto di quella del santo e viceversa. E’ adesso dunque un uomo-leone quello che si impadronisce del Crocifisso e tenta di uscire dalla nicchia in cui è collocato. La testa del santo e’ invece finita miseramente a terra.
Giulio Bonasera: nel suo omaggio a Calvino, l’artista ripropone una celebre opera dello scrittore: il Barone Rampante. Ecco dunque un albero, un tavolino, una scala pronti per la scalata verso un mondo altro rispetto a quello che viviamo tutti i giorni. Interessante l’idea di rappresentarlo su una finestra anch’essa simbolo della via d’uscita, della fuga

“LA MIA CIPRO” DI CRISTINA CHIAPPINELLI: VIAGGIARE RESTANDO A SIENA – di Fausto Jannaccone

hpgoblet-hermione-portkey“Harry!” se Arthur Weasley non richiamasse il giovane Potter, il maghetto rischierebbe di restare in cima a quella collina nell’alba inglese invece di esser trasportato con i restanti Weasley, Hermione Granger ed i Diggory all’ imperdibile, sensazionale finale della Coppa del Mondo di Quidditch tra Irlanda e Bulgaria. Non aveva mai visto, Harry, una Passaporta: “(…) oggetti comuni e quotidiani spesso di scarso valore, come vecchie bottiglie, grucce, lattine ecc. in modo che se un Babbano le trovasse non sentirebbe il bisogno di raccoglierle. Una volta create, dopo aver pronunciato l’incantesimo Portus (piuttosto difficile da eseguire), possono trasportare in un determinato luogo chiunque le tocchi, oppure possono attivarsi in un momento predeterminato e trasportare nel luogo prescelto chiunque tocchi l’oggetto stesso in quel momento” (wikipedia)
Invece in “Le cronache di Narnia – Il leone, la strega e l’armadio”, quando all’inizio del racconto i quattro ragazzi protagonisti si mettono a giocare a nascondino nella vecchia villa, per ingannare il tempo e provare a divertirsi un po’, Lucy si imbatte in un alto vecchio armadio, nascosto da un grande telo bianco, che sonnecchia in una polverosa soffitta; curiosa, la bambina vi entra, e scopre che è molto di più di un semplice “Wardrobe”: è infatti una specie di portale che conduce in una terra incantata chiamata “Narnia”, abitata da fauni, streghe ed ogni sorta di essere fantastico.
Poi ci sono la Tana del Bianconiglio, lo Stargate, il libro sul Regno di Fantàsia, la Delorean ed un’infinità di altri “mezzi di trasporto” che catapulteranno di punto in bianco i vari Harry, Alice, Bastiano in un altro mondo, una realtà parallela, una dimensione fantastica, surreale, lontanissima ed inspiegabile.

Ecco quello che succede a chi voglia concedersi ai disegni di Cristina Chiappinelli: che sia Cipro, Tarquinia o Mosca il luogo raccontatoci dalla giovane illustratrice senese, il suo tratto rende tutto meno afferrabile, non riusciamo a reggerci ben saldi e rimanere con i piedi per terra. Volando dietro a Margherita sulla sua scopa o appoggiandoci per un momento ad un cuscino del simposio, rimaniamo però sempre sospesi e fluttuanti in una dimensione di sogno che ci circonda senza che riusciamo bene a comprenderla. Un po’ come quando la notte sogniamo e “percepiamo” le quinte della scena che stiamo vivendo, sappiamo di esser in un determinato posto o in un particolare momento, ma tutto resta sempre fluido e precario, lo sappiamo, ma un attimo dopo può esser svanito tutto. Questa è la magia di una cifra stilistica che ad una primo impatto può sembrare elementare ed approssimativa, ma se ci fidiamo e ci lasciamo andare ci assorbe e trasporta in avventure esotiche e bizzarre, un po’ come facevano i romanzi di Salgari con i bambini italiani dello scorso secolo.dragomanno1

I soggetti di Cristina sono quasi sempre tratte dalla letteratura, come si evince anche dalla mostra esposta negli ambienti di BiP (presso il bar Il Palio, in Piazza del Campo a Siena, fino al 05/01/2016), ma in questo caso specifico ci offre anche i colori ed i profumi dell’isola di Cipro, dove ha passato un periodo di formazione un anno fa, attraverso 10 spaccati di una terra di confine, isola isolata a metà tra occidente ed oriente.

Rubate 10 minuti a queste fredde giornate di un grigio dicembre e concedetevi il lusso di un viaggio fuori programma.

GOMMONI ARANCIONI SUI MURI DEL PALAZZO – di Fausto Jannaccone

Gomma.

Arancione, tronfia e luminosa si erge tra noi e l’Arte non degenerata e rassicurante, l’Arte Classica, la classica arte: un affronto insolente al nostro amor patrio, alla nostra fede nella cultura pura e nobile storia.

Può questo barbaro d’oriente permettersi un sì volgare gesto mirato a niente altro che far scalpore, quindi pubblicità -tutto ciò inoltre lucrando senza ritegno sulla tragedia contemporanea dei migranti- ed infine profitto? Sì. Lo ha già fatto, e non è la prima volta.

Potremmo adesso aprire un vaso di Pandora ed impantanarci nell’analisi dell’arte con fini lucrativi, in particolar modo nel vasto, confuso e variopinto purgatorio del contemporaneo. Ma non è questo l’articolo che state leggendo.

Se riuscissimo, però, a rompere il colorato guscio di Palazzo Strozzi ci addentreremmo a conoscere “Libero” e ciò che può raccontarci dell’autore e della sua storia, formativa e formante. Infatti Ai Weiwei in parte si è formato attraverso il percorso e le scelte fatte nel tempo; in parte, al contrario, è stato formato da una storia di cui era oggetto e non più soggetto. Di questa seconda parte è stata soggetto la Repubblica Sociale Cineseaiw

La narrazione comincia con il padre Ai Qing, e con le particolari attenzioni che il governo riserva a lui come a molti altri cinesi in quegli anni: questo non può non influire in maniera determinante nel primo imprinting di Ai Weiwei, costretto ad un’infanzia condizionata al limite del “soffocamento”. Qui il padre assurge ad esempio quotidiano ed indelebile, umiliato dal governo ma fiero e fermo nelle proprie convinzioni, e quindi “Libero” già lui. Seguendo poi le orme paterne sarà l’artista a sua volta, adulto, a provare sulla propria pelle le “cure” governative.

Tutta la sua opera si genera da questo binomio conflittuale quanto imprescindibile: i soprusi, le ingiustizie ed angherie del potere contro l’innocente sofferenza, i dolori e le ferite dei deboli, degli oltraggiati, degli ultimi. E per loro -tra loro- si pone l’autore stesso, forse non ultimo o debole ma certamente vittima ed oltraggiato. Ecco quindi i lavori sulla prigionia e l’ostentazione delle “macerie” dei suoi mondi non conformi e quindi eliminati.

Adesso probabilmente iniziamo a trovarci meglio disposti a digerire  la “sconveniente” maschera di gomma del Palazzo di Filippo Strozzi.

Ma nemmeno l’antologica fiorentina dell’artista cinese è il vero oggetto del nostro disquisire: lo è invece proprio lo spazio che intercorre tra la gomma arancione e l’arenaria che compone l’edificio; quindi lo “spazio metafisico” che avvolge e compenetra l’edificio stesso e chi ne anima le stanze, le strade circostanti, la città ospite: fruitori della mostra, passanti, critici entusiasti e feroci detrattori della mostra, tutti sono costretti a respirar quest’aria viziata.

Questa fragranza si compone di una marcata e sostanziale base di patrimonio artistico-culturale, nota caratteristica di città come Firenze e tanta parte dello stivale; a questa si aggiunge un pizzico di trasgressione, quella “spezia esotica” che è l’arte contemporanea. Ne scaturisce un ricco bouquet, un aroma nuovo e che sempre più incontra il gusto del moderno cosmopolitismo urbano.
E’ infatti tendenza sempre più diffusa nei centri culturali del mondo ed adesso anche nazionali di mescolare e sovrapporre i più disparati ordini, periodi, tecniche e categorie artistiche: sarà sempre più probabile imbattersi in sale di gallerie e musei che espongono alle pareti tele di artisti contemporanei a far da contorno a sculture di epoca classica, o viceversa capolavori dell’arte figurativa affacciarsi su installazioni degli ultimi anni.

Gnam, Roma (da Repubblica.it)
Gnam, Roma (da Repubblica.it)

Naturalmente è auspicabile che una strada come questa si percorra con la massima attenzione, tatto e cautela, magari dosando la “contaminazione“: ciò non di meno il dialogo tra epoche e stili non può che esser la chiave di (s)volta, soprattutto in una realtà come quella italiana, così unicamente ricca di patrimonio, per poter proseguire un percorso di crescita, evoluzione ed aggiornamento del panorama culturale.

Ecco dunque un orribile gommone farsi contraltare e sparring partner al contempo della porta di Ghiberti, del campanile di Giotto, della cupola del Brunelleschi e del David. Una moderna disputa il cui vincitore sarà sempre e comunque il dibattito culturale, e quindi entrambi le due parti ne usciranno rinnovate di attenzione ed interesse.
Firenze negli ultimi anni si è posta a capofila di questo modus operandi, popolando le sue celebri piazze e monumenti con opere di Koons o Fabre, ad esempio, e così non può che fare anche Siena.

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Cildo Meireles, Orte de’ Pecci, Siena (2003)

Forse il sorriso di Clet non aveva quello spessore artistico capace di farne un vero veicolo di rinnovamento e stimolo, per fertilizzare l’humus culturale locale, ma non riesco a condannarlo in toto come tentativo: bisogna solamente farlo meglio. La Cracking Art altrettanto poteva non esser un’idea eccezionale e certamente non nuova; poteva inevitabilmente soccombere messa a confronto con le bellezze cui veniva accostata, ma se non altro suscitava pulsioni -fossero anche di sdegno- e proprio nello stesso suscitare aveva già messo a segno il suo punto.
La Scala di Cildo Meireles o la Goccia di Tony Cragg…. ecco lì sì che c’eravamo davvero. E se a qualcuno la “pera” non piace pazienza: insistere, spiegare, educare, proseguire e crescere. Un’opportunità come quella rappresentata dal rimpianto Centro delle Papesse temo non si presenterà più da queste parti, ma il ritorno verso una strada che affianchi alle nostre meraviglie il vivace fermento di cui l’arte contemporanea riesce a farsi portatrice è assolutamente alla nostra portata. Individualità di assoluto rispetto e dalle grandi capacità stanno già facendo cose egregie: mi viene in mente la Galleria Fuori Campo, protagonista a livello internazionale e puntualmente propositiva sul territorio. Oppure la meravigliosa novità del Museo d’Inverno curata da due artisti autoctoni ma di respiro ben più ampio come Eugenia Vanni e Francesco Carone. E poi le mostre al Tubo, il Caveau di Serena Fineschi, gli articoli di Giulia Maestrini, il seminascosto ma davvero eccellente Siena Art Institute.

In fin dei conti a guardar bene il panorama non è così poi desolante: adesso sta alla città partecipare e promuovere ciò che nuovamente riporti Siena da città museo ad esser crocevia e tappa obbligatoria della “mappa culturale mondiale”.

Il PAE e il Palio: un po’ di chiarezza – di Laerte Mulinacci

Tutta la vicenda targata PAE (ed Enrico Rizzi) – Palio è dannatamente ridicola. Non perché io sono di Siena e siamo ganzi e si fa come ci pare ma è tutto il corollario che circonda il Partito Animalista Europeo a rendere la faccenda poco seria. Piccola premessa: chi vi scrive è sempre stato un convinto ambientalista. Tuttavia il microcosmo degli animalisti nostrani mi ha sempre suscitato più di una perplessità, non in quanto senese, sia ben chiaro, ma per la reiterata attitudine a distorcere la verità, a piegarla talmente da tanto da sfociare nell’assurdità, tanto che in certi frangenti i valori paiono degradarsi in una morale deviata. Soprattutto non riesco a comprendere razionalmente come si possano innescare certi isterismi in contrapposizione al pacato silenzio che circonda la quotidiana estinzione di decine di specie animali e vegetali in tutti i continenti. Uno stillicidio di cui gli esseri umani sono totalmente responsabili e su cui, presto o tardi, verseremo ettolitri di lacrime di coccodrillo.

Continua a leggere Il PAE e il Palio: un po’ di chiarezza – di Laerte Mulinacci

Della Senesitudine – di Viola Lapisti

“Or fu già mai gente sì vana come la sanese?

Certo non la francesca sì d’assai!”.

Inferno XXIX; vv. 122-124

Questo articolo tratterà di un argomento non facile e sgradito. Decido di dargli corpo perché da tempo vivo nella frustrazione di non riuscire a farmi capire. Trascorrendo la mia quotidianità con colleghi, amici e affetti non autoctoni, mi trovo abitualmente a rispondere a domande e a schivare attacchi diretti alla mia appartenenza, alla mia Città e ai miei concittadini. “Non facile” perché sarà non facile trovare delle parole che riescano ad evocare uno stato d’animo, un sentimento, un affetto. Continua a leggere Della Senesitudine – di Viola Lapisti

IL VILLAGGIO DEGLI ESCLUSI – di Valeria Mileti Nardo

Recuperare la memoria del manicomio di Siena, o meglio, recuperare la memoria e le storie dei “matti”, degli esclusi, degli “altri”: da questo punto è partita la riflessione dell’artista Giovanni Sesia e della curatrice. Iniziare con i materiali: questo è il punto fondamentale dell’installazione. L’artista ha lavorato su due tipologie di documenti presenti nell’archivio dell’ex Ospedale Psichiatrico: le fotografie dei degenti, dagli ultimissimi anni dell’Ottocento agli anni Trenta del secolo successivo, e due documenti scritti, ovvero una cartella clinica del 1871 e un registro-diario del 1748. Sesia ha lavorato sui volti dei pazienti, sulla loro effige fotografica ricavata al momento d’ingresso nel manicomio. Continua a leggere IL VILLAGGIO DEGLI ESCLUSI – di Valeria Mileti Nardo

TUTTO PIERLUIGI SACCO: CAPITALI EUROPEE, STATI GENERALI, ESPOSIZIONI UNIVERSALI E MOLTO ALTRO – di Fausto Jannaccone

Ormai qualche mese è passato da quei fatidici giorni di metà Ottobre, quando svanì il sogno e si concluse il percorso della candidatura senese a Capitale Europea della Cultura. Il ferro è oramai freddo, ed il vento si è almeno in parte placato. Per questo siamo andati a bussare, con qualche domanda, alla porta del Professor Pierluigi Sacco, direttore del progetto e vero Deus ex machina del fermento culturale che ha animato la città negli ultimi anni. Continua a leggere TUTTO PIERLUIGI SACCO: CAPITALI EUROPEE, STATI GENERALI, ESPOSIZIONI UNIVERSALI E MOLTO ALTRO – di Fausto Jannaccone

IL MUSEO DEL PALIO: DOVE, COME E PERCHÉ (SÌ) – di Laerte Mulinacci

Ormai è diventato un tormentone a cui siamo abituati, una di quelle notizie che occupano la prima pagina dei quotidiani locali ma senza destare particolare scalpore. Mi riferisco, ovviamente, al Museo del Palio. L’idea di realizzare un percorso museale dedicato alla Festa risale già alla giunta Cenni la quale investì molto non solo in termini economici ma anche in quanto ad impegno politico Continua a leggere IL MUSEO DEL PALIO: DOVE, COME E PERCHÉ (SÌ) – di Laerte Mulinacci