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ASSAGO, 24/11/2104 – FABI, SILVESTRI, GAZZE’: I PADRONI DELLA FESTA – di Jacopo Rossi

Per conoscersi, questi ex (ma non troppo) ragazzi, si conoscono da tempo, alla metà degli anni Novanta, da quando dividevano il palchetto del romano Locale. La scaletta del concerto cresce, wagnerianamente, nel ritmo e nel calore, costruita con consapevolezza e, ci piace pensare, in modo spontaneo. Si inizia piano, con un filmato con rumori di tutti i giorni: uccelli, pioggia, cellulari, ruote sull’asfalto. Poi lo schermo si rivela essere la facciata di un cubo che si schiude e rivela i tre amici che, strumenti alla mano, intonano il nuovo Alzo le mani, inno ai rumori della natura ma non solo. Da lì è un alternarsi senza sosta di passato e presente: Niccolò, Daniele e Max sul palco si completano e si divertono, si sfottono e si rubano scena e pezzi, scherzano tra loro, con i loro turnisti e con il pubblico. Cara Valentina, Lasciarsi un giorno a Roma, A bocca chiusa, La favola di Adamo ed Eva, Testardo: un viaggio negli ultimi vent’anni di vita e carriera di tutti e tre, con filmati, è il caso di dirlo, d’epoca, ma anche gag e scenette. Gazzè è decisamente il più sornione, Fabi il più serio e impegnato, Silvestri colui che “fa fieno” e tira il carro per tutto il trio: sovente lascia la chitarra per un pianoforte rosso, arricchito dall’albero protagonista anche della copertina del cd. Tre ore che scorrono e vengono irrimediabilmente rimpiante, appena le luci si alzano e il pubblico defluisce fuori dall’Assago Forum.

il padrone della festa

C’è spazio anche per il Cuamm, la Ong che da più di mezzo secolo spedisce medici volontari in Africa, della quale Fabi da anni è testimonial. Lecito pensare che sia stato lui a coinvolgere in questo progetto gli altri due e che, dopo il viaggio che i tre hanno compiuto in Sudan con la ong, sempre da lui sia nata l’idea della collaborazione. Una parola, in fondo, come si fa ai concerti, va spesa per chi accompagna i tre cantautori: nomi sconosciuti ai profani, ma non tutti. Fra i turnisti, impeccabili, spiccano infatti Ramòn Caraballo, imponente percussionista cubano della Bandabardò, e un irriconoscibile Roberto Angelini, che, smessi i panni da Gattomatto, sotto il suo cilindro nero si è rivelato (ma si sapeva da tempo) un eccellente chitarrista. Molti ingredienti insomma, per palati musicali golosi che non si lasciano sfuggire queste prelibatezze sonore. Chi è a digiuno si affretti: non sono molte le date che poi mancano alla fine del tour. Perugia, Napoli, Bari, Firenze, Torino e poco più, e, in ognuna di esse, c’è lecitamente da aspettarsi il tutto esaurito.

Cosa dire? L’amore, dicono FabiSilvestriGazzé, non esiste. Loro fortunatamente sì.

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GUARDACASO SANREMO E’ SEMPRE SANREMO – di Jacopo Rossi

sanrossi

La prima volta che ho visto Sanremo non me ne sono nemmeno accorto. La citazione, presa in prestito dal sottovalutato Cristicchi è quanto mai opportuna. Da alcune edizioni, tristemente, sembra di assistere allo stesso programma: cambia qualche faccia, qualche tormentone, ma non le logiche di un programma che, bontà sua, almeno in quest’anno di elezioni è riuscito a tener gente di fronte agli schermi. Riferimento politico non casuale: il podio che pecca di qualità non spaventa certo gli organizzatori, pronti ogni anno a onorare il dio Audience con qualsiasi mezzo. Missione quest’anno facile, a partire dalla scelta dei presentatori, ovviamente forieri di polemiche e orgasmi d’auditel, così come il comico di punta, quel Crozza che tanto bene ha fatto in altri show e tanto poco ha fatto per il festival, firmando una presenza di rilievo solo grazie all’arcinota claque della quale restano sconosciutissimi i mandanti (come ogni mistero all’italiana che si rispetti). Meglio, seppur di poco, il buon Bisio, che ha pescato furbescamente dal suo datato repertorio con qualche ventata di novità. Con loro una pletora variopinta di ospiti: la prima sera i due gay cartellomuniti, che sul palco hanno replicato un video virale presente su youtube . Hanno fatto bene, male? Patetici o rivelatori? La tematica non è nuova a Sanremo, dunque che perlomeno se ne parli, vista l’arretratezza (una delle molte) del nostro Paese in tale tema. Poi, come nel più lisergico dei sogni, lui, l’immarcescibile Cutugno al comando di un plotone dell’Armata Rossa, a offrire qualcosa di…indimenticabile, sicuramente.
Da segnalare anche la zigomata Première dame (ché si diceva, ai tempi, felice d’esser francese) e il Divin Codino, ché anche se ha perso la capelluta propaggine non ha smarrito la personalità. Una prece, cortesemente, sulle bellone.
Ma Sanremo vuol dire soprattutto musica, perdio. Ecco, musica. Dicesi musica, in Italia, genere di diporto dominato dalla scena televisiva, anche quando dovrebbe essere il contrario. D’altronde, a parte la felice pausa vecchioniana del 2011, il palmarés parla chiaro: iniziò Marco Carta nel 2009 (vincitore dell’edizione precedente di Amici), lo seguì nel 2010 il boccoluto Valerio Scanu (secondo ad Amici sempre nel 2008). L’anno scorso è stata la volta della popputa Emma (vincitrice del misconosciuto Superstar Tour del 2003 e di –toh!– Amici nel 2010). Quest’anno, con il paluso d’una claque milfeggiante, ha vinto il Mengoni, (“maestro del gorgheggio effimero”, come l’ha magistralmente definito Scanzi in un articolo  su Il Fatto) già noto al pubblico di X Factor: alle sue spalle il genio tra comicità e musica degli Elii. Sul gradino più basso del podio (ma sarebbe dovuto essere della classifica) i dimenticabili Modà guidati da Kekko (konati in korso), protetti dall’egida bastarda del televoto, ormai sempre più assurto ad arma di distruzione di masse intellettuali. Peccano nel non avere santi in poltrona i vari Cristicchi, Silvestri e Gazzè, come dei numeri dieci che non vestono mai la maglia della Nazionale e finiscono la carriera in un bar. Io ci andrei, a prendere almeno un caffè in quel bar.