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REALTA’ E PERCEZIONE DELLA PRESIDENZA OBAMA – di Filippo Secciani

L’elezione di Obama quale presidente degli Stati Uniti ha provocato fin da subito un’ondata emotiva negli Stati Uniti e nel resto del mondo. La motivazione è facilmente comprensibile: per la prima volta nella storia, un uomo di colore occupava la poltrona di comando del più potente stato al mondo. Non solo una minoranza, Obama rappresentava anche un’ideale cosmopolita di individuo, positivista, con radici multiculturali e vicino all’Islam. Obama in altre parole è stato un perfetto rappresentante dell’eccezionalissimo americano. secoba1Come se non bastasse era successore di G.W. Bush, responsabile dell’invasione dell’Afghanistan e della guerra in Iraq, delle torture e dell’unilateralismo neoconservatore. Dall’altro lato l’elezione dell’ex professore dell’università di Chicago ha contribuito ad acuire quella divisione latente all’interno della società americana tra provincia e metropoli, tra industria e servizi e tra bianchi e neri che l’elezione di Trump ha definitivamente portato a frattura, polarizzando una società che molto difficile troverà soluzione. “Tutta la sua retorica politica [di Obama], a partire dal famoso discorso della convention democratica del 2004, è stata centrata sulla necessità, e possibilità, di riportare queste due Americhe a parlare tra di loro” (Mario del Pero). Missione a quanto pare fallita. L’America di Obama è un’America profondamente differente (e quella di Trump lo sarà ancora di più). I motivi possono essere racchiusi in due macroinsiemi: il primo è il cambiamento demografico della società statunitense, in cui assume rilevanza maggiore la componente latino-ispanica della popolazione (da sempre elettorato democratico) ed il graduale processo di indebolimento della classe media americana che ha ricevuto il colpo da ko con la crisi economica del 2008. Forte del consenso dei liberal e degli “emarginati” Obama ha incentrato la sua politica verso una maggiore inclusione sociale, investendo buona parte della sua amministrazione verso l’ampliamento dei diritti civili e sociali (unioni gay, salario uguale per uomini e donne, lotta alle disuguaglianze, tutela delle minoranze, sanità pubblica) i cui risultati sono parzialmente stati raggiunti e superati, ma mettendo da parte, o nel peggiore dei casi escludendo totalmente, i bianchi impoveriti e colpiti dalla crisi economica e dal processo di de industrializzazione degli Stati Uniti, in quella che lo storico della Columbia University Mark Lilla definisce la fine del “liberalismo identitario” e provocando una forte reazione negativa tra le frange più dure dell’elettorato repubblicano. Cioè l’agire progressista e liberal per la tutela quasi esclusiva della diversità culturale, religiosa e razziale all’interno degli USA, finendo per favorire identità separate, a scapito di un comune interesse di tutti gli americani verso politiche economiche e sociali universaliste. Non è un caso che la popolarità di Obama fosse maggiore al di fuori degli Stati Uniti, specialmente in Europa e nel continente africano. Questa sorprendente fiducia nell’opinione pubblica europea verso Obama si manifesta anche nelle sue scelte di politica internazionale (nel 2016 l’80% degli europei ha fiducia nella politica estera di Obama – Pew Research Center). Tutto ciò nonostante le Primavere Arabe, la Libia, il disimpegno dall’Afghanistan, l’Isis, la crisi siriana e la Russia al centro del Medio Oriente. Esperti e studiosi di relazioni internazionali hanno accusato Obama di non aver avuto una strategia efficace ed una linea chiara da perseguire, “di non avere, in altre parole, quella necessaria e dottrinale grand strategy sempre elaborata invece dalle amministrazioni statunitensi del dopoguerra.” (Mario del Pero). Va anche riconosciuto che gli ultimi due anni e mezzo della sua amministrazione sono stati caratterizzati da una maggioranza repubblicana al Congresso (anatra zoppa) che ha fatto dell’ostruzionismo una prassi regolare per combattere le iniziative legislative. Obama ha dovuto anche guardarsi dal suo stesso partito, frammentato al suo interno in più fazioni e per certi versi ostile alla sua nomina, al quale lui ha cercato di porre rimedio nominando la sua acerrima nemica Hillary Clinton alla carica di Segretario di Stato. Soluzione che ha pagato sul breve, ma che alla lunga ha accentuato questo conflitto interno, specie in seguito alle scelte di politica estera di questa amministrazione, nel corso del secondo mandato. secobaAd Obama è stato spesso fatto notare di agire in maniera troppo soft in questioni di politica internazionale (anche per un presidente democratico) e di aver gestito le questioni estere in funzione di un tornaconto in politica interna. Questa sua “debolezza” nell’operare a livello internazionale è una delle cause minori della sconfitta democratica della Clinton alle ultime elezioni presidenziali. A fronte di un’iniziale apertura con Mosca (politica del reset), la questione ucraina ha evidenziato la mancanza di una strategia americana, rimasta in qualche modo sopraffatta dall’azione dirompente russa. Non è stata migliore l’azione intrapresa in Medio Oriente. La scelta all’interno della crisi siriana è stata quella di finanziare le forze di opposizione di Assad, molto spesso islamiste ed estremisti islamici, salvo poi dover impegnare forze sul terreno per arginare l’asse Iran-Russia, che ha costretto a mutare radicalmente le scelte obamiane per la Siria: da un desiderio di eliminare Assad dalla scena politica siriana (forse anche fisicamente) l’ultimo periodo della sua presidenza è stato segnato da un cambio di rotta in questa decisione. Allo stesso modo l’Iraq ha visto un’iniziale decisione di adottare un basso profilo, se non di deciso disinteresse, salvo poi dover far marcia indietro ed intraprendere misure più efficaci nella lotta all’Isis. I teorici del declinismo americano, sostengono che chi faccia largo utilizzo dell’apparato militare per il mantenimento dell’ordine, non abbia nessun tipo di controllo. Egemonia significa intrinsecamente non fare ricorso alla armi. Viceversa per quanto riguarda Obama, il non ricorso alle armi – se non quando fosse troppo tardi – ed il non immischiarsi in questioni esterne ha indicato un generale indebolimento dell’egemonia americana, contrariamente al rischio di overstretching della presidenza Bush. Per garantire la propria supremazia Obama ha fatto un largo utilizzo di tecnologia e di droni, arrivando anche a bombardare paesi formalmente alleati e non in guerra come Filippine e Pakistan (soprattutto la regione del Waziristan). Un buon risultato è stato ottenuto da questa amministrazione per quanto riguarda la sua politica verso il Pacifico ed in particolare nei confronti della Cina: la creazione del TPP (Trans Pacific Partnership) ha contribuito a delimitare l’avanzamento economico dell’ex impero celeste nella regione, rispecchiando appieno quel pivot to Asia cavallo di battaglia del Segretario di Stato Hillary Clinton prima e John Kerry dopo. Il TPP escludeva la Cina da accordi commerciali tra i partner regionali di una zona in cui transitano il 50% degli scambi commerciali mondiali e al contempo rafforza politicamente il Giappone ed in misura minore la Corea del Sud in funzione anti Pechino. Il PCC per rispondere a questa iniziativa occidentale, ha promosso dal 2013 la costruzione della Nuova Via della Seta (One-Belt-One-Road) per rafforzare gli scambi economici con Asia Centro-meridionale ed Europa. Per conclude possiamo riassumere la figura di questo presidente attraverso due parole: percezione e realtà sono state le dinamiche della politica di Obama.17035351_1252161311519765_1755848394_n La percezione della sua persona e della sua personalità, con la realtà delle sue politiche. La percezione è stato lo storico discorso del 2008 all’università del Cairo, rivolto al mondo musulmano, la realtà è il caos che regna nel Medio Oriente. Sulla carta un’abile utilizzo di una retorica assai lontana dalla tradizione statunitense di interventismo ed internazionalismo delle precedenti amministrazioni, ma nella realtà un ricorso allo strumento militare tale e quale al passato.

14 FEBBRAIO 1949 – 22 GENNAIO 2013: ANALOGIE DI ISRAELE di Filippo Secciani

Come scritto nel precedente articolo, in data 14 febbraio un altro fatto è accaduto ed è legato al precedente.
Nel medesimo incontro sulla Quincy tra Roosevelt e il sovrano saudita, oltre che di petrolio, si parlò anche di individuare una “casa” agli ebrei vittime della Seconda Guerra Mondiale.
Il re ribadì – come aveva già fatto in un’intervista del 1943 – la sua posizione nettamente contraria alla creazione di uno stato ebraico in Palestina, poiché i palestinesi non avevano nulla a che fare con la tragedia ebraica e dunque non dovevano nemmeno dividere parte del loro territorio con i nuovi ospiti.
Al contrario era favorevole ad uno stato ebraico in Europa oppure in America.
Di queste preoccupazioni del re Abdulaziz, Roosevelt sembrò sinceramente interessato tant’è che garantì al sovrano che gli interessi del mondo arabo sarebbero stati rispettati.

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Dalla riunione tra i due statisti alla prima riunione della Knesset sono successi numerosi avvenimenti: le azioni dell’Haganah contro il governo britannico per l’indipendenza, la nascita dello stato Israeliano il 14 maggio del ’48, lo scoppio del primo conflitto arabo-israeliano il giorno seguente.
La Knesset che significa “assemblea”, è il parlamento dello stato israeliano, unicamerale con 120 membri eletti ogni quattro anni. Fu costituita per la prima volta il 25 gennaio 1949, ma si riunì solo il 14 febbraio.
Il primo ministro che il parlamento scelse per guidare il neonato stato fu David Ben Gurion, l’artefice dell’indipendenza di Israele e capo del governo per circa tredici anni non consecutivi.
La prima Knesset (1949-1951) era composta per il 37% dai membri del MAPAI (il partito socialista di Ben Gurion), per il 14% dal MAPAM (il partito marxista), il Fronte Religioso Unito al 12% ed infine il partito del centrodestra HERUT 11,5%, oltre ai partiti minori.
Il governo durò all’incirca un anno, quando cadde a causa del tipo di sistema di insegnamento pubblico per i campi rifugiati e per la chiusura del ministero e dei razionamenti. Il nuovo governo che si andò a formare era costituito dagli stessi ministri del precedente, ma anche questo cadde a causa di vedute diverse sul sistema educativo.
Quello che emerge da questo breve resoconto è la tradizione che la Knesset si porta con se stessa: l’estrema difficoltà di creare maggioranze stabili in Israele.
Le elezioni del 22 gennaio hanno consegnato al leader della destra Likud (nonché premier uscente dimissionario) Benjamin Netanyahu 31 seggi, mentre le sinistre si attestano sui 19 e sui 15 seggi, costringendolo a trovare forzati equilibri di governo. In totale dunque le coalizioni di centrodestra e centrosinistra si spartiscono metà del parlamento ciascuno. Tra i candidati a farne parte c’è il volto nuovo della politica israeliana, Yair Lapid (ex giornalista televisivo) con il suo nuovo partito di centrosinistra -Yesh Atid – ha ottenuto 19 seggi divenendo il secondo partito in parlamento.
La necessità di creare una coalizione di governo sembra indiscutibile per garantire stabilità ad un paese provato da tagli all’educazione, alla sanità, impoverimento della classe media, difficoltà giovanili e minacciato dallo spettro del nucleare iraniano.

LA NECESSARIA CONVIVENZA TRA STATI UNITI E ARABIA SAUDITA di Filippo Secciani

Due eventi hanno avuto luogo oggi 14 febbraio, i cui riflessi li leggiamo nei giornali o li vediamo in televisione. Uno è l’accordo tra gli Stati Uniti d’America e l’Arabia Saudita che segnò l’inizio delle relazioni diplomatiche tra i due paesi (14 febbraio 1945) l’altro la riunione per la prima volta della Knesset – il parlamento israeliano – il 14 febbraio del 1949.
Il primo detto “L’accordo del Quincy” dal nome dell’incrociatore sul quale fu firmato fu una trattativa riservata (Roosevelt era di ritorno dalla conferenza di Yalta), che prevedeva sicurezza militare alla famiglia reale saudita, compresa assistenza, fornitura di addetti militari, logistica volta a garantire l’indipendenza politica e l’integrità territoriale di Riyad nel tempo. In cambio Ibn Saud e la sua famiglia assicuravano vantaggi alle compagnie petrolifere statunitensi operanti in loco, le quali per garantirsi la commessa assicurarono un aumento delle royalties ai Saud che sostanzialmente tagliò fuori la concorrenza inglese e olandese.
Attraverso questo accordo de facto si ponevano le basi per matrimonio di interessi che hanno caratterizzato i rapporti dei due stati fino ai giorni nostri, evidenziando anche un dato molto importante: l’inizio della decadenza politica britannica nel territorio che aveva contribuito a creare con l’appoggio alla rivolta del popolo arabo contro gli ottomani.
Il nemico da cui l’Arabia Saudita doveva difendersi era il nazionalismo panarabo che a partire dal secondo conflitto mondiale divampò nella regione del Medio e Vicino Oriente, ma soprattutto all’Iran che da sempre ha conteso il ruolo di leadership al regno dei Saud nella penisola. Differenti religioni – in Iran è praticato l’Islam Sciita, mentre in Arabia si pratica l’Islam Sunnita Wahabita, differenti visioni di governance, insieme al petrolio sono stati i motivi di attriti nel corso del tempo.
Fin qui la storia. Ma a cosa ha portato questo accordo?
In primo luogo ovvi interessi petroliferi. Gli Stati Uniti erano allora una potenza in piena crescita e necessitavano di materie prime per reggere lo sviluppo e sebbene al momento della firma dell’accordo fossero i maggiori esportatori di greggio, l’industria e la società americana in prospettiva ne aveva bisogno in quantità sempre maggiori, da qui l’interesse verso il Golfo Persico.

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Con la guerra fredda alle porte il ruolo di questa partnership assumeva anche una nuova funzione: interesse geostrategico per arrestare l’infiltrazione sovietica nella regione, in questa ottica si comprende l’impulso dato alla costruzione di basi americane in Arabia da cui è conseguito il monopolio dell’apparato militare-industriale di Washington nel rifornire l’esercito di Ryad.
La presenza dei kafir (ovvero di infedeli) all’interno del territorio che racchiude due dei luoghi sacri per eccellenza dell’Islam (la Mecca e Medina) è stato motivo di forti tensioni sociali in Arabia Saudita a partire dalla concessione di re Fahd di usare il territorio saudita come base per gli attacchi a Saddam Hussein nella Prima Guerra del Golfo – concessione poi negata nel 2003.
Queste tensioni religiose sono da accostare anche alla corrente wahabita che è maggioritaria nel paese, corrente che prende il nome dal suo fondatore, un teologo del XVIII secolo che predicava il ritorno alla purezza praticando un Islam rigoroso seguendo gli insegnamenti del Corano alla lettera. A questo rigorismo morale si convertì Mohammad ibn Saud che inizierà l’unificazione della penisola, terminata dal suo successore nel 1932, sotto l’egida morale wahabita ed i precetti della Sunna. Da un punto di vista giuridico invece l’Arabia fa riferimento alla scuola hanbalita per l’interpretazione della Sharia – la legge islamica – secondo questa dottrina non vi può essere interpretazione del Corano, poiché la ragione umana è imperfetta per comprendere appieno il disegno di Dio.
Questa instabilità interna può portare al danneggiamento dell’attività di influenza che l’Arabia Saudita oggi sta esercitando sulla regione.
La lotta intestina che si sta combattendo tra sunniti e sciiti rischia di minare la solidità di un’area ancora fondamentale dal punto di vista energetico.
Inoltre il rafforzamento dell’Iran e il suo tentativo di insinuarsi in un territorio che le era stato precluso per secoli getta ulteriore benzina sul fuoco.
In Arabia la tribù che ruota intorno alla casa regnante dei Saud si attesta intorno ai 5 milioni di membri su una popolazione totale di circa 25 milioni, mentre gli sciiti sono circa 4,5 milioni e risiedono intorno alla zona che possiede il maggior numero di pozzi petroliferi; si comprende quindi quanto possa essere alto il rischio di shock petrolifero se la regione precipitasse in una crisi sociale e religiosa.
Le relazioni con gli Stati Uniti, inoltre, si sono raffreddate notevolmente in seguito all’attentato delle Torri Gemelle, quando si scoprì che alcuni attentatori provenivano da li. Ciò portò in primo luogo ad una riduzione della fornitura di armamenti, ma la situazione geopolitica in continuo mutamento, con la stabilità del Golfo messa a dura prova ha costretto a rivedere i rapporti tra re Abdullah ed Obama almeno da un paio d’anni, da quando cioè le mire iraniane si sono fatte più forti ed è accresciuta l’influenza russa e cinese a Riyad.
Il tentativo di intraprendere una incerta via al progressismo del principe ereditario Salman rispecchia il timore che anche nella nazione possano nascere movimenti di rivolta con l’acuirsi delle tensioni tra sette rivali dell’Islam.
Passa da un radicale rinnovamento della PA, della sanità, del welfare, del lavoro, nonché la lotta alla corruzione e dalla capacità di ascolto che i governanti saranno in grado di dimostrare verso i sudditi la stabilità dell’Arabia Saudita.
E’ soprattutto merito del vecchio sovrano Abdullah se finora in Arabia non si sia assistito alle rivolte della “Primavera Araba” che hanno coinvolto il vicino Bahrein e lo Yemen, nonché gli stati affacciati sul Mediterraneo.
Abdullah nutre all’interno del regno fiducia e gratitudine, aumentata con il suo ritorno in patria dopo lunghe cure mediche all’estero (il sovrano ha ottantotto anni) e soprattutto dopo la messa in atto delle riforme sociali promesse – si tratta comunque di piccole gocce nel mare.
Alla luce di tutto ciò le relazioni tra i due stati sembrano al momento destinate a rafforzarsi in funzione anti iraniana e diretta al rafforzamento dell’Islam sunnita uscito sconfitto in Egitto con la nomina di Morsi alla presidenza e nel nuovo Iraq post americano.
Tuttavia senza un serio programma di riforme al miglioramento della vita dei cittadini che parta dall’alto, dalla casa reale, la quale è si legittimata dal corpo religioso all’esercizio delle sue funzioni, ma dipendente sempre più dagli umori della gente comune, anche l’Arabia Saudita potrebbe rischiare di essere travolta dall’onda delle rivolte – in Arabia il 60% della popolazione è intorno ai venti anni – con il rischio di far crollare l’intero sistema politico, che a sua volta produrrebbe un’effetto domino sull’intera regione e su chi dalle esportazioni petrolifere saudite basa il proprio sistema di sussistenza energetica.