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DIARIO DI VIAGGIO: QUELLA VOLTA NEL SICHUAN (capitolo 3)- di Duccio Tripoli

Villaggio minuscolo, abitato prettamente da tibetani, dove si parla tibetano e ci si affida al buddismo in ogni situazione di vita. Le strade polverose e le abitazioni in stile buddista accompagnano gli abitanti e i pochissimi stranieri in visita in un mondo che non è immobile, come dimostrano i comunque numerosi camion che passano dalla strada principale, ma si muove lentamente. Si parla tibetano ed è difficile rintracciare un abitante Han che effettivamente risieda nella cittadina. Gli Han ci sono, ma sono tutti turisti che raramente rimangono per una notte o più e ad ogni modo scorrazzano beati nella vallata di Tagong sui loro pullman per poi proseguire verso altre mete poco frequentate; una sorta di turismo cinese intelligente. La piazzetta principale è circondata da 3 guesthouses che offrono la sistemazione più economica di Tagong e, se ci si adatta un po’, si vive una vera esperienza abitativa tibetana con tutti i suoi comfort, ma soprattutto senza. Il tempio monastero Lhagang è uno scorcio di vita monastica tibetana di rara bellezza non contraffatta, come non è contraffatta la semplicità e spontaneità di questi monaci che, alla vista della solita gopro da me portata in giro, decidono di farsi una foto “in mano loro” per fissare questo momento di allegria passato con uno straniero disposto a fare due chiacchiere. La maggior parte di loro vive li da molto tempo e non intende andarsene da quel che ho capito. “A Tagong si sta bene”, precisa un monaco sulla cinquantina, “i cambiamenti sono stati minimi”. Sembra sincero anche nel mostrarmi il suo iphone che, come ammette lui stesso, fino a 15 anni fa sarebbe stato una spesa di portata tale da non essere nemmeno immaginabile. I monaci se la passano decentemente, mangiano pregano, chissà se amano, e dormono. Inoltre, non si assiste più a nessun tipo di persecuzione o accanimento nei confronti di questi interessanti personaggi vestiti di sfumature rosse a arancio, quantomeno a Tagong per quel che ho visto. Difatti, dopo i tumultuosi errori della Rivoluzione Culturale, oggigiorno ormai ampiamente condannati, il governo di Pechino ha iniziato un accurato finanziamento di vaste opere di ristrutturazione di molte realtà religiose cinesi, tra moschee, templi taoisti e monasteri buddisti appunto. Chiamali strulli! Mi ritrovo con i miei due compagni e mi portano, a spese loro in quanto io risulto in qualche modo ospite, a fare una breve ma spettacolare cavalcata su una collina vicina dalla quale ammirare l’altopiano tibetano in tutto il suo splendore e vastità.12119014_10207396531538829_3252652574817790180_n Dopo mi getto in un nuovo tempio, sempre molto bello, ma non totalmente autentico da quando ha prontamente ricevuto la ristrutturazione cinese che lo ha reso splendido e lucente all’esterno, ma scarno e un po’ artefatto all’interno. Esco dal tempio e faccio due passi nella piana che vi si trova davanti affollata dalle bancarelle di un mercatino tibetano la cui specializzazione sembra essere il cibo tipico. Ne approfitto per assaggiare della, deliziosa a mio dire, carne di yak essiccata e fare due chiacchiere con il carismatico venditore che ci tiene a spolverare un po’ il suo inglese “imparato cercando di parlare il più possibile con i turisti stranieri”. E continua, “l’inglese l’ho imparato per assicurarmi più clienti e per poter spiegare, come meglio potevo a chi non parla cinese, l’aria che si respira qui, in quello che una volta era il Tibet. Ho bisogno di un visto per visitare la mia capitale, Lhasa, e le inefficaci politiche inclusive cinesi hanno indebolito la nostra cultura.” E continua, con fierezza, “almeno oggi, essere buddista e praticare non pare essere più un problema. Si vive bene, ma spesso la gente sembra scordarsi che parliamo cinese ma la nostra lingua è il tibetano, che viviamo in Cina ma siamo tibetani”. Il suo orgoglio mi mette di buon umore e, avendo assaggiato un paio di tazze di tè di burro di yak preparato da sua madre, lo saluto dopo aver preso il suo contatto di wechat. Purtroppo parlando e scrivendo lui in tibetano non comprendo assolutamente nulla dei suoi post, ma le foto mi riportano nella rurale Tagong, un posto nel quale ho lasciato un pensiero, o forse due. La sera a cena andiamo, insieme ai miei Gemenr in un ristorante tipico tibetano dove assaggiare dei veri momo (ravioli con ripieno di carne e verdure), tsampa (una specie di tortina di orzo) e dei thuk-pa (noodles piccanti). Cena ottima ma dopo c’è poco da fare. Ci spostiamo a bere un paio di birre sulla terrazza della guesthouse nella quale la coperta di cielo stellato sopra le nostre teste fa da contrasto lucente all’ambiente spartano circostante. Prima di andare a letto mi becco anche una bella filippica sul perché ai cinesi oggigiorno non importa più nulla del Giappone e dei Giapponesi, “nonostante tutto quello che hanno causato al popolo cinese, e mio nonno se lo ricorda bene”. Andiamo a dormire non troppo tardi perché la mattina vogliamo essere attivi per le 7, loro torneranno verso Chengdu, mentre io voglio proseguire verso GanziGarze in tibetano – la base ideale per raggiungere la mia meta prediletta, SedaSertar in tibetano. La mattina ci svegliamo e, una volta usciti nella piazzetta principale di Tagong, iniziamo a chiedere ai vari autisti tibetani presenti in loco vogliosi di danaro qualche informazione per raggiungere Ganzi nel migliore, e più economico, dei modi. Trovo un signore sulla cinquantina ben disposto e, una volta trovati altri passeggeri, il suo pulmino sarà pronto a partire. Nel frattempo mi offre, molto gentilmente, la colazione: ravioli di carne piccanti e tè, la partenza giusta dal posto giusto. Facciamo due chiacchiere e, altrettanto gentilmente, mi chiede di aiutarlo a riempire il pulmino in quanto “prima lo riempiamo prima partiamo”, e, non parlando inglese, non si pone mai in maniera convincente coi turisti stranieri. Fortunatamente poco dopo riusciamo a raggiungere la quota partenza e iniziamo a spostarci verso Ganzi, ma “facciamo una sosta di un’ora a Bamei per fare pranzo”. Bene, avrò la possibilità di visitare un’altro villaggio leggermente al di fuori del mio itinerario originale. Nel frattempo conosco anche Dabao, soprannominato da me ‘il grande’ per il primo carattere del suo nome, un cinese modesto e pacato che si rivelerà il compagno ideale per placare le mie, talvolta poco controllabili e improvvise, ire di viaggio. Sul pulmino iniziamo a chiacchierare e scopro che la sua meta ultima è, come per me, Seda.

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DIARIO DI VIAGGIO: QUELLA VOLTA NEL SICHUAN (capitolo 2)- di Duccio Tripoli

Ho sempre preparato lo zaino all’ultimo momento, un po’ per il primo brivido di avventura tipo “chissà se ci metto tutto”, un po’ per filosofia personale in quanto non so mai cosa effettivamente mi servirà fino ai momenti immediatamente precedenti alla partenza. Fatto. Esco taxi stazione, in Cina è piuttosto facile, i taxi non costano veramente niente e spesso ci si muove con quelli anche quando si viaggia da barboni veri. In quasi un anno di totale permanenza non ho mai speso più della cifra record di 150Yuan (23€ circa) di taxi per volta, e solo per distanze oltre l’ora tipo aeroporto – centro città che capitano di rado. Arrivato in stazione corro, ovviamente c’è il solito traffico assassino di Chongqing e rischio di perdere subito il primo treno..chi ben comincia.. Arrivo a Chengdu e mi sistemo in ostello. Piccola parentesi regalatami dal taxi-moto che, dopo avermi chiesto se volevo un passaggio per 10 yuan, incuriosito dal mio biascicare la sua lingua mi carica sulla moto, zaino compreso, e mi porta all’ostello senza chiedermi un centesimo e regalandomi sorrisi di compiacimento. Bello. Dopo aver salutato tutti e 10 i miei nuovi compagni di stanza, mi avvicina una coppia di giovani – ma più vecchi di me – inglesi che stanno uscendo e chiedono se, parlando io un minimo di cinese, mi fa piacere accompagnarli a mangiare qualcosa di tipico e a fare due passi. Come no, andiamo. Intenso direi. Rientro in camerata alle 2:47 visibilmente indebolito dagli ettolitri di birra xuehua ingurgitata, ma non mi preoccupo della sveglia che suonerà tra 3 ore; a voler essere più precisi, 3 ore e un po’. Mi sveglio presto, impacchetto il poco che ho portato dietro e corro alla stazione dei pullman impaziente di giungere a Kangding (Dartsendo o Dardo in tibetano). È festa nazionale in Cina e alle 6:30 la stazione Xinnanmen è già invasa da orde di cinnazzi bramosi di turismo. Culo! Trovo un posto nel pullman delle 7:30 e parto alla volta di Kangding. Tempo di percorrenza stimato 8 ore, più le 8 di ritardo dovute al traffico della festa nazionale ed arrivo a Kangding dopo cena. Poco male, essere l’unico non cinese in pullman mi fa vivere il mio momento da rockstar e fare un po’ di pratica con la lingua. Inoltre, conosco due ragazzi svegli con i quali, dopo aver cenato, passo la notte in ostello, in quanto anche loro, l’indomani verso l’ora di pranzo, avrebbero mosso verso Tagong. Con il pullman, dalla piatta Chengdu si inizia a salire su quello che è l’altopiano tibetano e, 3 effettivamente, i panorami si fanno sempre più affascinanti e verdi. Anche il cielo cambia e da un grigio smog monocromo si passa ad un celeste puntellato qua e là da paffute nuvole bianche che alleviano la mia ira per un così lento e snervante spostamento in corriera. Kangding è bellissima, anche se la mano cinese ‘balzante in avanti’ ha fatto il suo dovere fin troppo bene, e cioè male. Il centro è stato letteralmente ricostruito e le uniche abitazioni ancora in stile tibetano rimangono sulle pendici delle montagne circostanti. Anche il tempio Jigang, della setta dei monaci buddisti Nyingma Pa (o berretti rossi), è stato letteralmente tirato giù per essere ricostruito più bello e splendente che mai. Che pena.duccio Il tempio Nanwu della setta buddista Geluk Pa (o berretti gialli) è invece intatto ed offre una panoramica splendida di quella che è la vita monastica e di preghiera in una valle coronata da montagne già puntellate di bianco acceso. Dentro incontro dei vecchi muratori che, incuriositi dalla mia gopro, mi fermano e colgo l’occasione, oltre che per uno zipai (selfie), per fare due chiacchiere. Sono in pensione ormai e, dopo aver lavorato tutta la vita, continuano a farlo per devozione verso i Lama in cambio di un adeguato compenso spirituale che li fa dormire più sereni la notte. Sono tutti e tre tibetani ma non si pronunciano né sui cinesi Han né sui repentini, e piuttosto invasivi, cambiamenti apportati alla loro città, della quale però conservano un vivido ricordo di “quando le case erano ancora di legno”. Simpatici. Mi incontro nuovamente coi miei due nuovi amici che, in risposta al loro Shuaige (bello), ho iniziato a chiamare Gemenr (pr. Gemer con la r all’inglese, fratelli). Andiamo a pranzo e troviamo un autista ben disposto a portarci fino a Tagong (Lhagang in tibetano) per 50Yuan su un pinche – pulmino con altri passeggeri per dividere la spesa – e così, finiamo i nostri hundun e partiamo per Tagong. Anche questa strada non è nelle migliori delle condizioni, ma almeno non c’è traffico e nel primo pomeriggio siamo già a respirare l’aria tibetana di Tagong.