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FANCY A CUPPA? – di Federica Corbelli

La prima volta che ho sentito questa parola, essendo una persona estremamente diffidente, mi sono chiesta cosa mi stessero offrendo, poi ho capito che cuppa (pronuncia ˈkʌpə) è la contrazione di “cup of tea”, quindi, molto semplicemente, una tazza di tè.

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Attenzione però a sopravvalutare, per quanto “semplice”, la lavorazione dietro alla tipica tazza di tè inglese, perché se gli italiani mostrano un attaccamento fuori dal normale al caffé, lamentandosi di come fuori da casa non si trovi un caffé decente, gli inglesi non sono da meno quando si tratta del loro té e, credetemi, ho un paio di amici che prima di affrontare un viaggio fuori dalla patria mettono la scorta personale in valigia.
Per quanto sia uno stereotipo, il tè è davvero sacro per gli inglesi, così come il tea break, da non confondere con l’afternoon tea – ben diversi l’uno dall’altro. L’afternoon tea si consuma in apposite sale da tè, hotel, ristoranti – spesso abbastanza di lusso, che richiedono una certa compostezza e dress code, è un appuntamento abbastanza raro, di solito per festeggiare qualche occasione speciale o per trattarsi bene, si può accompagnare con champagne e di solito viene servito con piccoli snak dolci (scones, muffins, torte) e salati (generalmente mini-sandwiches).

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Il tea break, invece, è un appuntamento giornaliero per gli inglesi, che gustano la loro cuppa a casa e nei luoghi di lavoro o di incontro, anche più di una volta, insomma per mantenere la comparazione con l’Italia, è un po’ la nostra pausa caffè.

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Come già detto le regole sono semplici, ma vanno seguite con precisione, un solo sgarro e il risultato finale rischia di essere un’espressione accigliata o, peggio, aperto disgusto (ci siamo passati tutti noi “stranieri” nei nostri tentativi falliti di preparazione del tè).

Prima di dare l’impressione sbagliata però, sfatiamo un po’ di miti. È vero che nel Regno Unito ci sono molte varietà di tè, ed è vero che al tè è risevata un’attenzione particolare, ma la maggior parte degli inglesi non vuole niente che sia “too fancy” (troppo sofisticato/elaborato), niente tè speziati o aromatizzati, nelle case, uffici, scuole, luoghi di ritrovo viene servito solo un tipo di tè, English breakfast o Earl Grey, talvolta semplicemente etichettato come “black tea”, il che si traduce in una serie ristretta di marche: PG Tips, Yorkshire, Tetley e Twinings. Altre marche accettate sono Clipper, Typhoo, Tea Pigs e Barry’s, ma se non ve la sentite di bestemmiare davanti agli inglesi vi consiglio di non nominare invano Lipton, quello sì che crea scompiglio, disgusto e espressioni imbronciate poiché, sempre a detta dei consumatori “hardcore”di tè, non sarebbe abbastanza forte.
Vi è inoltre una corrente di pensiero che preferisce il tè in foglie invece che in bustine, ma in realtà la qualità della bustina sembra essere allo stesso livello della foglia, oltre al fatto che la bustina è molto più pratica.

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Altra regola fondamentale per la buona riuscita del tè è l’acqua, che deve essere bollente, non semplicemente calda, possibilimente con la kettle, il famoso bollitore che non può mancare in ogni casa inglese come si deve.

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In caso siate sprovvisti di bollitore, va bene anche il fornello, ma la regola rimane la stessa, l’acqua deve essere a 100 °C, e soprattutto, mai versare prima l’acqua e poi inserire la bustina, quest’ultima deve già essere pronta nella tazza, accompagnata dallo zucchero in caso si voglia prendere il tè dolce.

Scordatevi il limone, frutto troppo esotico, inaccettabile in un tè che sia “proper” (vero/decente). Dopo aver versato l’acqua nella tazza, sulla bustina, si aggiunge il latte. Le proporzioni di tè/latte/zucchero sono assolutamente variabili, tanto variabili che c’è chi ha azzardato una serie di pantone sul tè

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In ogni caso le varianti principali sono 4:

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  1. Milky – colore molto chiaro, brewing time (tempo di infusione) molto corto e quantità abbastanza abbondante di latte
  2. Classic British – la tazza di tè perfetta raggiunge un colore arancione scuro/marroncino dopo che il latte è stato aggiunto e mescolato
  3. Builder’s Brew – termine colloquiale per definire una tazza di tè molto forte, il nome deriva dal tipo di tè bevuto comunemente dai lavoratori manovali (builders) durante le loro pause
  4. Just tea – tè senza l’aggiunta di latte

Al tè vengono generalmente accompagnati biscotti, i più comuni sono i “Rich Tea”, i “Custard Cream” o i “Chocolate Digestive”.

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Insomma una volta capiti gli ingredienti e il processo chiave creare la tazza di tè perfetta è un gioco da ragazzi.

 

Istruzioni:

  • Procurarsi tè di tipo English Breakfast o Earl grey
  • Mettere l’acqua a bollire (e non state a sentire nessun estimatore di tè, l’acqua del rubinetto va benissimo)
  • Mettere la bustina nella tazza (facoltativamente aggiungere zucchero)
  • Una volta che l’acqua ha raggiunto la bollitura versarla nella tazza
  • Tempo di infusione 3-5 minuti, non inferiore, a meno che non si voglia un tè leggero
  • Togliere la bustina (a quanto pare senza strizzarla, poichè la bustina strizzata rilascia delle sostanze che rendono il tè amaro)
  • Aggiungere il latte (alternativamente si può lasciare la bustina al momento di aggiunta del tè per assicurarsi di avere il giusto bilancio in caso si sia aggiunto troppo latte)
  • Mescolare per assicurarsi che la quantità di latte aggiunta sia quella corretta
  • Godetevi la vostra cuppa!
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MEGLIO UN CAFFE’ IN ITALIA O UN TE’ IN CINA? – di Duccio Tripoli

Meglio prendere un caffè in Italia con il proprio capo, oppure berci un tè in Cina?
Sarò buono per una volta, vi tolgo subito il dubbio; poi non sono mai stato un grande fan delle cacce al tesoro, così, non vi andasse più di leggere, soddisfate la vostra curiosità e chiudete il tutto.
Trovandosi nel Bel Paese, bersi un caffè con il capo, o qualunque altro superiore, è ben auspicabile, nonché un’occasione da prendere al volo. Anzi, oserei dire che un superiore che la mattina, appena arrivato in ufficio, esordisce con un “più tardi ci prendiamo un caffè”, mette subito la giornata sulla giusta onda. Certo, a quel punto starà a voi saperla cavalcare, ma se vi muovete bene potrebbe rivelarsi una delle onde più divertenti e entusiasmanti mai cavalcate che vi porta a riva sani e salvi e con diverse soddisfazioni.
Al contrario, quando entrando in ufficio la mattina, il tuo superiore cinese ti chiede “yihuier qing ni dao wo bangongshi hecha” (più tardi vieni nel mio ufficio a prendere un per favore), come si dice a Siena “sona a morto” e i guai potrebbero essere solo all’incipit. Infatti, quel 喝茶 hecha (prendere un tè) in Cina è univoco e, sebbene ci scapperà anche il tempo per bere effettivamente una tazza di buon tè, questo si rivelerà, o prima o dopo, solo un mero pretesto. Dopo aver sorriso e risposto affermativamente, il sorriso pian piano si chiude, le sopracciglia si avvicinano cambiando forma, e inizi immediatamente a pensare a cosa, nel mondo, possa aver fatto di tanto sbagliato. “Bere un tè” con un superiore in Cina, salvo le comunque numerose occasioni conviviali, è un sinonimo di “fare due chiacchiere a quattrocchi” e, nella stragrande maggioranza dei casi, la discussione non verterà né sulle vacanze appena trascorse e nemmeno sui preoccupanti livelli di smog di Pechino. Il tutto si trasformerà, in men che non si dica, in una ramanzina ufficiale, da godersi tutta d’un fiato dall’inizio alla fine, sorseggiando un bel bicchierone di pu’er di primissima scelta.
Perché tutta questa pantomima per una semplice ramanzina o appunto qualunque? Perché i cinesi non vi diranno mai le cose come stanno, direttamente e al primo colpo. Si sono, nel tempo, guadagnati il ruolo di imperatori indiscussi dei giri di parole, dei giri pesca, di maestri dei voli pindarici. Oltretutto, dire le cose come stanno, in faccia, all’interessato e in modo particolarmente diretto è considerato anche piuttosto maleducato. In Cina il problema si evita a più riprese o si postpone fino all’infinito. Solo quando questo diventa inevitabile e non più rimandabile, ci si arriva lemme lemme da più lati, un passettino alla volta. Capite bene che per un Italiano, specialmente se decentemente impulsivo come il sottoscritto, tutto ciò possa risultare snervante e, alle volte, frustrante. Sono abituato a far presente i problemi immediatamente, senza lasciare spazio alle interpretazioni e sono abituato a farlo nel modo più deciso e preciso possibile, naturalmente con educazione e verso il diretto interessato. Quante volte, in mezzo a discussioni di vario genere, mi sono ritrovato a esortare l’interlocutore a suon di “shuo ba!” (parla, dimmi!), per evitare di perdere il filo del discorso..e la pazienza.

Piccolo, ma calzante, esempio: a lezione quante volte capitano problemi di comprensione o divergenze su qualche contenuto? Ecco in Cina non capitano. Gli studenti capiscono sempre tutto alla prima e i professori non si spiegano mai male, ma sono sempre chiari e comprensibili. Bugia! Queste situazioni capitano a bizzeffe, ma il non capire un concetto è colpa o dello studente stupido e disattento, o dell’insegnante che non si esprime bene e, in entrambi i casi, qualcuno perderebbe la faccia; quindi, in pieno stile orientale, si aggira il problema e tanti saluti.
Un altro esempio, ancora più calzante e personale, potrebbe essere quella volta che, arrivando in ufficio una mattina come un’altra, la direttrice del dipartimento internazionale mi ha “invitato” a bere un tè nel suo ufficio. Mentre il cervello ha prodotto un tonico “occristo!”, la bocca ha subito rielaborato in un modesto “hao ba” (ok, con una bella pausa concessiva sulla o). Cosa era successo di così terrificante? Che tipo di piede (per non dire altro) avevo pestato? Mi rimanderanno a casa senza passare dal via? Massì, nulla di tutto ciò. Alcune sere prima, rientrando in casa ad orari non proprio “confuciani”, avevo fatto più confusione del necessario, destando dai suoi sogni della camera rossa il responsabile della sicurezza che, il mattino seguente, lungi dal rivolgersi al sottoscritto, aveva raccontato tutto ad un altro professore. Questo, per non venire a raccontare tutto “direttamente” a me, aveva lasciato il compito al suo superiore che, lavandosi anch’egli le mani, aveva riportato l’accaduto alla responsabile del dipartimento internazionale. Ora, siccome disturbare il capo danwei (unità di lavoro), il preside o addirittura il sindaco di Shanghai pareva un po’ troppo eccessivo, Lucy (nome inglese della direttrice) ha fortunatamente concluso la scalata al superiore convocandomi nel suo ufficio a bere un tè. Italians do it better, non sempre ma quasi. Sapendo di cosa si trattava e, non essendo affatto grave l’accaduto, ho ben dribblato il problema dopo aver montato un tradizionale catenaccio da presunto esperto di calcio e chiuso il tutto con un altro splendido cliche: bevuto il tè e ristabilita la calma, siamo andati a berci un ottimo caffè espresso offerto dal sottoscritto che ha ribaltato la situazione facendomi segnare un gol pazzesco in zona Cesarini. Alla fine dei salmi? Caffè Italiano batte tè Cinese 1 a 0. Fortuna che conosco i miei polli..14481797_10210037814969264_4662216656950992974_o

Nel caso, però, non vi fosse questa consapevolezza, vi do brevemente un paio di dritte tascabili per poterne cavare le gambe e portare a casa la pellaccia, senza perdere la faccia di nessuno. Tre semplici risposte da usare a piacimento, da sole o in combinazione per riprendere fiato, una volta messi davanti al problema.
1) 我对茶过敏 Wo dui cha guominsono allergico al tè. Difficile da credere, ma potrebbe sempre funzionare. Spiazzerete totalmente l’avversario che, in mancanza di una risposta pronta, potrebbe posticipare l’incontro dandovi del tempo per organizzare le idee.
2) 我听不懂 Wo ting bu dongNon ho capito. Qui si va sul grande classico, la frase più pronunciata da qualunque straniero che abbia mai messo piede nell’Impero Celeste. Usare, ripetere, riusare; fate questo fino allo sfinimento. Se l’interlocutore parla solo cinese mandarino, o beve il tè in solitaria, o avrete comunque il tempo di organizzare la vostra difesa finché non troverà un traduttore.
3) 我今天拉肚子 Wo jintan laduziOggi ho la diarrea. Anche qui un sempreverde delle scuse made in China, sempre a portata di mano come un asso nella manica. Nessuno fa domande e nessuno indaga mai più di tanto. Questo vi darà per certo un paio di giorni per riflettere e organizzare la battaglia, visto che comunque dovrete giocare in difesa.
Il loro sviare dal problema, il temere il confronto diretto e il non controbattere in maniera decisa, giocherà in questo caso a vostro favore e non dovreste andare oltre nella discussione. Tuttavia, dovrete organizzarvi bene, trovare un punto debole dell’avversario e su quello insistere a più riprese. Da sempre, quando si è in svantaggio, spesso del tempo in più fa comodo. Inoltre, studiando a fondo l’avversario e il campo di battaglia, potreste davvero uscirne a testa alta.

Questo però, quasi certamente lo sapranno anche loro; hanno creato sia Sun Tzu che la sua “Arte della Guerra”, e sono già diversi secoli che la leggono, la rileggono e la insegnano. Buona fortuna.