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NON LASCIAMO SOLO IL NEPAL – di Fausto Jannaccone

Oṃ Maṇi Padme Hūṃ

(sanscrito, devanāgarī ॐ मणि पद्मे हूँ,) è il mantra di Cenresig, il Buddha della Compassione e protettore di chi è in imminente pericolo. 

Oṃ rappresenta il principio universale, il suono che diede origine a tutte le cose, e lo si pone all’inizio di ogni mantra;
Mani in sanscrito significa «Gioiello» ed indica l’essenza del Nirvana, il più prezioso dei tesori;
Padme significa «loto» ed indica il Saṃsāra, il mondo fenomenico;
Hūṃ è la sillaba che rappresenta la Sapienza che trionfa sull’odio , ed è utilizzata anche come simbolo di buon auspicio;
Il Mantra sta ad indicare che il Nirvana non va cercato al di fuori del Samsara, ma nel suo “cuore”, nella quotidianità. Continua a leggere NON LASCIAMO SOLO IL NEPAL – di Fausto Jannaccone

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MIRANDOLA: IL PAESE DELLE TRANSENNE – di Jacopo Rossi

«Io quest’altro anno andrò a scuola là». La frase, usuale, fa sorridere. La pronuncia una ragazzina quattordicenne in macchina con te, con una punta d’orgoglio e d’impazienza, felice d’aver quasi finito il ciclo delle medie. Ma se segui il dito, per vedere la scuola, ti viene da piangere. Perché non si tratta del solito istituto, magari un po’ cadente e grigio, ma comunque “istituto”. Si tratta di un capannone e poco più, brutto come i palazzetti dello sport costruiti nelle periferie-dormitorio.

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Testimonianza del “gemellaggio” tra Mirandola e L’Aquila

Ospita, o, a questo punto sarebbe più corretto dire “è”, il liceo classico di Mirandola e circondario. Sì, Mirandola, che undici mesi fa o giù di lì venne devastata da una pioggia di scosse sismiche di indubbia potenza e cattiveria, insieme ad altri paesi vicini, Cavezzo, Medolla, San Felice e confinanti. Mirandola per la quale, dice chi ci vive, si sono attivati prima i cantanti, gli attori, i vip in genere, del governo e di chi avrebbe dovuto. Ma attivati davvero, non a parole o con presunte vicinanze a lutti e cordogli, inutili. Attivati con donazioni vere: soldi, container, casette. Uno ha anche mandato uno stuolo di lavatrici, dopo due giorni che, senza flash e telecamere, si era presentato sui luoghi del disastro, in silenziosa curiosità.

Le promesse del governo si sono rivelate come molte strade del centro: vuote. A undici mesi dalla falange di scosse sismiche, il centro è ancora in evidente rovina. Ci sono le ruspe, i cartelli, ma ci sono soprattutto macerie e detriti, ci sono soprattutto il legno dei puntelli e il ferro delle transenne, ovunque.

Il Castello dei Pico, che rivisse i fasti di un tempo nel 2006 dopo alcuni anni di abbandono, è sprangato, puntellato e pericolante. Il Palazzo Comunale, che troneggia ad un’estremità della Piazza della Costituente è inagibile, circondato da striscioni colorati di protesta e solidarietà. Stessa sorte anche per il Duomo e per la Chiesa di San Francesco d’Assisi (eh no, ‘un gli dice bene al poverello), della quale è rimasta in piedi solo la facciata, come fosse un set cinematografico.

Non è un borgo fantasma, beninteso: è vivo, alcune delle strade sono comunque popolate, qualche saracinesca è alzata. Molti sono però i cartelli di “affittasi” e “vendesi”, anche sulle porte di case ed edifici inagibili «ma è uguale, qui nessuno compra più, ormai».

Sulle impalcature e nei mille cantieri risuonano esclamazioni e imprecazioni in decine di lingue diverse: si alternano con il silenzio che, ai profani, pare spettrale anche alle tre del pomeriggio.

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Il Duomo di Mirandola, un anno dopo il sisma.

Uscendo dal centro, il quadro cambia, in apparenza. Sempre di provincia si tratta: tra le varie frazioni c’è molto verde e poche case, alcune delle quali comunque puntellate o inagibili.

Sembra un circo, o una Festa del’Unità perenne: ci sono i tendoni e gazebo, ormai da mesi, dicono. Ospitano fabbriche, uffici, negozi. Accanto al loro bianco accecante si trova la rigida geometria dei container, disposti in fila, tutti uguali, anonimi. Qualcuno ci vive tuttora da dopo il terremoto.

Altri ci vanno a spedire una raccomandata o a fare la spesa. Sì, perché uno dei più spaziosi, esposto al sole, è diventato un supermercato, visto che quello che c’era, prima, con la cassa, le corsie con i prodotti, le file ed i carrelli è, guarda caso, inagibile.

Spostandosi ancora verso la periferia più distante, si arriva nella zona industriale. O in quel che ne resta. Molte sono le aziende che sono crollate. I capannoni si sono accartocciati sopra gli operai: alcuni ce l’hanno fatta, altri, come il giovane Matteo, del quale restano due striscioni, un mazzo di fiori, una fiaccolata e il ricordo più che commosso, no. Ti fermi di fronte a ciò che rimane di una ditta. Chi ti accompagna no, non scende, non se la sente. Non ci passa dal 29 maggio. E capisci, dopo poco, perché. Lo spettacolo, inteso come un qualcosa che suscita interesse, di tristemente sensazionale. È agghiacciante, post-apocalittico. Qualche pilone è in piedi. Storto forse, ma in piedi. I vetri sono in frantumi. Il soffitto, o forse il pavimento del secondo piano, pende verso il basso in modo pericoloso. I cumuli di macerie sono ovunque. Il poco vento che tira, comunque freddo, agita il nastro biaco e rosso e lo striscione con i nomi di chi, quel giorno, non ha fatto in tempo: Matteo appunto, ma anche Biagio, Giordano e Paolo. Sembra sia crollato tutto ieri, o al massimo ieri l’altro. Invece sono passati undici mesi. E tutto ciò che resta è la memoria e il ricordo. Ma soprattutto, vergognosamente, le macerie, le crepe ed i detriti.

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Un particolare della zona industriale
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Il capannone dove sono morti i quattro operai