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WUNDERNUMERI 2014 – di Ferruccio Palazzesi

Il Wunderbar festeggia il secondo anno. Due candeline. Prima di soffiare per spegnerle, esprimendo il desiderio per il nuovo anno wunderbariano, vediamo come e’ andato quello appena passato.

Iniziando dalla pagina di Facebook, non possiamo che essere orgogliosi per i più di 250 nuovi “mi piace” da inizio Gennaio ad oggi. Ormai quasi 700 persone ci seguono giornalmente nel nostro progetto. Ci dispiace invece per quei 4 che durante l’anno hanno preferito non seguirci più, non sanno cosa si perdono, ma faremo di tutto per riconquistarli! Continua a leggere WUNDERNUMERI 2014 – di Ferruccio Palazzesi

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L’ULTIMO VIAGGIO NELLA TERRA DI MEZZO: TOLKIEN, JACKSON E IL PROBLEMA DELLA FEDELTÀ – di Maurizio Perriello*

Il 17 dicembre 2014 sarà una data storica. Suonerà banale e scontato, ma è così. Roba da cavarci fuori una di quelle formule apotropaoche da esegesi del tipo: il terzo mercoledì del dodicesimo mese del 14 D. J. (Dopo Jackson) si concluderà la più grande epica fantasy non originale che il cinema abbia mai prodotto. Ah, per inciso: parliamo dell’uscita nelle sale italiane del terzo capitolo della saga Lo Hobbit, La Battaglia delle Cinque Armate. I trailer ufficiali, la premiere mondiale del film a Londra, l’uscita dei dvd estesi. Tutte tappe dell’imperdibile “ultimo viaggio”, come è stato felicemente promosso in giro per la rete.

peter jackson

Dicevamo: Dopo Jackson. Appunto. Un po’ come il Figlio del Padre Tolkien che si è fatto Uomo (di cinema) per rendere carne (e frame) la sua Parola. Ma Peter Jackson ha davvero rispettato il verbo di J. R. R. Tolkien riproponendo – e a modo suo re-inventando – i personaggi dei suoi scritti sul grande schermo?
Se religione deve essere, allora potremmo dividere il mondo degli appassionati della Terra di Mezzo (o presunti tali) tra spiritualisti o “puristi” e atei, che io amo definire “tolkeniani dell’ultima ora”. C’è chi osanna Jackson per le due trilogie, chi storce il naso di fronte ad alcune scelte e chi ancora, invece, vomita sull’operazione tripartitica de Lo Hobbit, inneggiando a Tolkien e al Valhalla. Il che richiede alcune opportune riflessioni.
Innanzitutto bisogna ricordare che se non fosse stato per i film de Il Signore Degli Anelli, nessuno avrebbe letto o almeno conosciuto il monumento fatto di pagine e inchiostro che è l’opera del maestro britannico. Amara verità, ma verità. Il Signore Degli Anelli cinematografico appare tuttavia più “fedele” e rispettoso dello spirito originale agli occhi di addetti ai lavori e non: tripartito come l’epica di partenza, pervaso di riferimenti puntuali e comprovati, scandito dai medesimi punti di svolta, avvolto da una colonna sonora meravigliosa che (e qua entriamo nel campo dell’imponderabile) è la “musica che fa Tolkien quando scrive”. Come è noto, invece Lo Hobbit è stato al centro di diverse polemiche che prendevano a esame proprio quella “fedeltà” mancata, che agli occhi di chi non si accontenta di qualche scena di guerra tra creature fantastiche appare come una questione di primaria importanza. Qualche esempio: l’inclusione nel racconto della famigerata Tauriel, elfo femmina che vive una storia d’amore con un Nano, travalicando il limite di uno degli odi razziali più marcati dell’universo di Arda fin dalla comparsa dei figli di Iluvatar. Ma soprattutto la scelta di ricavare un trittico di film da poco più di 300 pagine di una fiaba per bambini. Roba che, in proporzione, sarabbero occorsi una decina di pellicole per adattare Il Signore Degli Anelli, includendo anche i riferimenti e le appendici sparse per i racconti di Tolkien.
Eppure, tali giudizi si rifanno ad una visione de Lo Hobbit in aperta contrapposizione a ciò che l’autore stesso pensava della propria opera.

J R R Tolkien

«Una volta sola ho fatto lo sbaglio di provare ad andare incontro ai bambini, con mio grande rammarico, e (sono felice di dirlo) con la disapprovazione dei bambini intelligenti: nella prima parte de Lo Hobbit». Le parole sono di un John Ronald Reuel 69enne, contenute in una lettera del 22 novembre 1961 raccolta in ‘The Letters of J.R.R. Tolkien‘ di Humprey Carpenter. Il maestro dunque “sapeva” di aver dato alle stampe l’incipit di un racconto per bambini “poco intelligenti”. Un “rammarico” – come si legge – che si acutizzerà dalla pubblicazione de Il Signore Degli Anelli in avanti, quasi come il riferimento a un errore di gioventù, uno sbaglio dal quale imparare la lezione. Un “rammarico”, ancora, che sembra aver inconsciamente contagiato gli adepti alla visione dei due (e presto tre) capitoli de Lo Hobbit, colpevole già da principio di aver apposto la parola “trilogia” che andrebbe invece solennemente destinata soltanto all’epopea di Frodo e della Compagnia dell’Anello.
L’avventura dei piccoli e bistrattati mezzuomini che abbandonano la loro amata casa per salvare un mondo che non conoscono ha un appeal straordinario, che tuttavia rischia di sfociare in una svagata idolatria. La fedeltà è una questione fondamentale in Tolkien, ma “in” Tolkien e non “su” Tolkien: non nella trasposizione dei contenuti, ma nei contenuti propri. La Fedeltà fa parte degli scritti Tolkien, ma non si applica (nel senso comune adottato) all’autore in quanto tale. Non si è “fedeli a Tolkien”, ma “fedeli in (nella materia di) Tolkien”, oppure “fedeli con Tolkien” (verso una meta comune). In tal senso Peter Jackson va elogiato per aver riproposto lo “spirito” dell’opera tolkeniana, nata con gli intenti nobili e altissimi di costituire un’epica inglese conmparabile a quella ben più nota e compiuta del Maditerraneo. Ecco che Thorin Scudodiquercia, Bilbo Baggins, Gandalf e Smaug così come Frodo, Aragorn e Sauron rappresentano dei miti, protagonisti di una leggenda antica come il fuoco, anche se data alla luce nel Novecento. Le chiavi di lettura (e ri-scrittura) sono infinite, e ognuna è legittima. Peter Jackson ha avuto l’indiscusso merito di averla sottoposta al grandissimo pubblico, nonostante i tentativi (altrettanto sagace e magistrale) dei film d’animazione di Bass e Rankin per quanto riguarda Lo Hobbit (1977) e di Bakshi (1978).
In un’altra lettera Tolkien scriveva: “Io ho la mentalità dello storico. La Terra-di-Mezzo non è un mondo immaginario. Il nome è la forma moderna (apparsa nel XIII secolo ancora in uso) di midden-erd/middle-erd, l’antico nome di ‘oikoumene‘, il posto degli uomini, il mondo reale, usato proprio in contrasto con il mondo immaginario (come il paese delle fate) o come mondi invisibili (come il paradiso o l’inferno). Il teatro della mia storia è su questa terra, quella su cui noi ora viviamo, solo il periodo storico è immaginario. Ci sono tutte le caratteristiche del nostro mondo (almeno per gli abitanti dell’Europa nord-occidentale) così naturalmente sembra familiare, anche se un pochino nobilitato dalla lontananza temporale”.
Concetto pesante, certo. Ma utile a far comprendere che ci troviamo di fronte a un’epica, prima ancora che a un fenomeno di letteratura fantasy che ha da quasi vent’anni sta vivendo un periodo di assoluto splendore, almeno commerciale. Tutto è collegato, ogni evento o personaggio è annodato con un doppio filo sotterraneo tra i numerosi frammenti, libri e racconti. I racconti scritti, studiati, sofferti lungo l’arco di un’intera vita. Tolkien non finì mai di scrivere della mitologia di Arda. Probabilmente non l’avrebbe mai ultimata. E l’incompiutezza del Silmarillion lo dimostra. E nonostante la vicenda de Lo Hobbit rimanga la “perifieria” di questa metropoli mitologica, la sua importanza è essenziale per l’insieme. Se Bilbo non fosse uscito nel mondo che vedeva dalla sua finestra, nulla di quello che conosciamo sarebbe accaduto. Fiutate una gran bella morale, lo so. E fate bene. Lo Hobbit è stato un “punto di partenza” per Tolkien, e ora è quello d’arrivo per Jackson. E proprio come nel finale del libro scritto dal Professore nel 1937, potremmo scoprire che l’ultimo viaggio in realtà non è che un inizio.

*Maurizio Perriello lavora e vive a Milano. Giornalista praticante, collabora con Fermata Spettacolo, Vertigo24, Cinefilos.it e Primo Piano.

IN VIAGGIO CON IL WUNDERBAR – di Fausto Jannaccone

“E’ pericoloso, Frodo, uscire dalla porta. Ti metti in strada, e se non dirigi bene i piedi, non si sa dove puoi finire spazzato via”
Anche Tolkien, Omero dei nostri giorni, sa e ci dice per bocca di “Bilbo Baggins” che mettersi in cammino può essere pericoloso. Ciò nonostante rimane irresistibilmente attraente.
Il viaggio è insito nella natura dell’uomo, e dal muoversi non può assolutamente prescindere.
Tutto cominciò quando 200000 anni fa i primi Homo sapiens dall’Africa del nord iniziarono a spostarsi all’esterno, sostituendosi agli ominidi che erano in altre parti del mondo. Da quel momento in poi ogni grande passo per l’umanità ha avuto bisogno di piccoli passi dell’uomo.
Senza il viaggio non avremmo scoperto, incontrato, conquistato.
Abbiamo avuto bisogno di migrazioni ed esodi nel nostro passato remoto; poi di respingere popoli nomadi ed andare a costruire avamposti e valli, nell’accezione adrianea del termine, alla fine del mondo conosciuto.
Viaggiare è sempre stato cercare risposte alle domande: cosa c’è oltre quella collina? Cosa al di là del mare? Hic sunt leones… sed ultra? Cosa c’è oltre l’India? E quando infine avevamo scoperto e conosciuto tutto il mondo abbiamo iniziato ad alzare gli occhi verso il cielo….

E così abbiamo conosciuto prima una Via Francigena, poi una Via della seta, adesso una Via Lattea.
Abbiamo messo mille navi in mare per la sola bellezza di Elena. E quante volte e quante navi per riprendere la Terra Santa? Poi abbiamo messo tre caravelle per dimostrare ai dotti di Salamanca che potevamo raggiugere l’est per l’ovest; e quindi 130 Invecibles vascelli per dare una lezione a quella testarda di Elisabetta, ritornando però con le ossa rotte, che anche lei ne aveva messe, ma di più veloci.

Eppure il viaggio è sempre stato una necessità: per fini commerciali come ci insegna il veneziano Marco Polo. O scientifici come quando il HMS Beagle salpò per una spedizione cartografica in sud America, con a bordo un naturalista che poi avrebbe spiegato il viaggio evolutivo della specie. O ancora per fini mistici e spirituali come ci testimoniano La Mecca o Santiago de Compostela.
C’è chi per viaggiare preferisce entrare in un aeroporto, o in una stazione. Poi c’è che preferisce entrare in una biblioteca e chi ancora in una chiesa.
Chi per viaggiare preferisce la carrozza, chi una scopa, chi una DeLorean e chi il Lysergsäurediethylamid (LSD).

Omero fa del viaggio un castigo divino e costringe il furbo Ulisse venti lunghi anni lontano dall’amata Penelope. Il Sommo Poeta definisce la vita un cammino, e fa di un viaggio, divino, certo, il suo capolavoro. Thomas More permette a Raffaele Itlodeo di conoscere, con un viaggio, una società ideale, utopica per essere più precisi. Jonathan Swift invece mostra al Dr. Lemuel Gulliver una gran varietà di mondi. Emilio Salgari, senza nemmeno muoversi da casa, fa però viaggiare migliaia di lettori. Jules Verne anche, però non si accontenta della superficie terrestre, lui. mongolfieralogo
Il viaggio è da sempre parte della nostra vita e non può essere altrimenti.
“Finchè sei in tempo viaggia!” ti dicono… e dammi retta, seguilo questo consiglio.

Per questa stagione, la seconda dell’Associazione Culturale Wunderbar Siena, abbiamo scelto il tema del Viaggio come fil rouge per il nostro programma, espositivo e non. Del resto la stessa Wunderkammer cui ci rifacciamo altro non era che una galleria di souvenir.

Quindi se vorrete prender posto nel seggiolino accanto a noi, non avete che da timbrare il biglietto ed allacciarvi le cinture.

BON VOYAGE!