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LE COSE DI COSO – di Marco Brizzi

#BRIXIT

Pochi giorni fa, ascoltando la radio, mi sono imbattuto nel racconto di una donna riguardante i festeggiamenti del mondiale dell’82. Nel bel mezzo del delirio, della gioia, del rumore, degli abbracci e dei canti, lei non riuscì a fare altro che stare in un angolo ad osservare gli altri. Non riusciva a vivere il momento, una forza particolare la obbligava ad osservare, solamente osservare. In questa descrizione ho rivisto in larga parte la mia vita, le mie sensazioni. Ogni momento di euforia o di tristezza che ho vissuto nella mia vita, l’ho sempre lasciato lontano da me per osservare quello che stava accadendo… sarà il mio destino?

LE COSE DI COSOQualche settimana fa, ho compiuto trent’anni, il tanto atteso giro di boa, il momento in cui ti dovresti accorgere di essere diventato grande, ma cosi non è accaduto. Mi sono solo reso conto che ho vissuto gran parte della mia vita a pensare a cosa avrei fatto da grande, a come sarei diventato, a cosa avevano gli altri di diverso da me. E’ stato come un risveglio dal coma, ho visto quello che ero e che ho lasciato inesorabilmente accantonato da una parte. Lasciato lì per essere accettato, per non essere troppo criticato, lasciato lì per vivere in un mondo che fondamentalmente non mi piace. Forse ho sempre avuto paura di essere felice per colpa della consapevolezza che prima o poi questa felicità sarebbe finita, forse ho sempre avuto paura di essere triste per colpa della paura di non ritrovare il sorriso… insomma, sono diventato a PH neutro. Piano piano mi sono defilato ed ho finalmente osservato con coscienza quello che avevo intorno ed ho capito che non avevo fatto niente di quello che mi sarebbe piaciuto. Ho capito che questa città (l’Italia in generale) non aveva poi cosi tante cose ancora da offrirmi. Il mio lavoro ha fatto il resto; il mestiere di cameriere se hai capacità relazionali ti permette di farti molti “fast friends”. Questi amici temporanei talvolta si aprono e magari ti raccontano cose che non hanno neanche mai raccontato in famiglia, ci vuole sempre uno sconosciuto al quale raccontare i tuoi segreti. Scambiando sensazioni ed esperienze con queste persone ho consolidato l’idea che mi ero fatto, cioè che la maggior parte delle persone non sogna più, non vuole più rischiare, si vergogna quasi delle sue radici e cerca di rientrare in degli standard che ci hanno praticamente imposto.sconosciuto

Per poco non mi facevo ingabbiare anche io in questo gioco,ma sono arrivati al momento giusto due libri che come uragani hanno spazzato via tutto quello che mi teneva incollato alla pietra serena. Quindi adesso sono qui a fare le valige per inseguire le mie paure, per inseguire i miei sogni. Trovarmi per la prima volta ad essere io quello che chiede di ripetere, a non essere sicuro se è proprio quel bus a portarmi a lavoro, a cercare complicità negli sguardi altrui. Voglio tornare a guardare negli occhi la gente che incrocio, smettere di camminare a testa bassa. Oltre a queste cose romantiche, ci sono anche delle cose molto più pratiche che mi hanno spinto a voler diventare un immigrato. Come per esempio dover lottare ogni benedetta volta per scendere dal bus… da una porta si scende e da una si sale, non vedo motivo per il quale si debba bestemmiare tutti i santi del calendario sia per salire che per scendere. Non sopporto più che le automobili siano dotate di frecce per indicare i tuoi prossimi cambi di direzione e che invece ogni volta le rotonde diventino roulette russe nelle quali scommettere la vita. Non riesco più a capire i meccanismi che portano le persone a trattale male i camerieri (qui sono ovviamente di parte ma l’esempio è accostabile ad ogni lavoro) solo perché in quel momento ti stanno servendo. Ricordatevi sempre che il ragazzo che vi sta portando i piatti ha molte possibilità di rifarsi contro la vostra condotta. Non concepisco questo quasi totale egoismo nelle piccole cose di tutti i giorni. mr_bean_babyMancanza di sincerità a palate… Ragazzi, i neonati non sono tutti quanti piccoli e carini, alcuni fanno veramente cagare! Non riesco ad inquadrare il perché chi guida il bus non considera la presenza di macchine e motorini, poi quando guida la macchina non considera la presenza dei motorini, quando è in motorino non vede i pedoni….e quando diventa pedone? Poi questo fatto che il costo della propria automobile sia diventato inversamente proporzionale al proprio QI proprio non mi va giù.

Non è vero che siamo tutti sulla stessa barca, è proprio essa che puoi cambiare ma dovremmo ricordarci che siamo tutti nello stesso mare. Io questa barca proverò a cambiarla e salirò sulla mia, quella che mi sto costruendo piano piano. Girerò di città in città lavorando, imparando lingue e modi di fare ad ora a me sconosciuti. Cercherò, non so bene cosa, ma cercherò.

Come diceva Tiziano Terzani, “il senso della ricerca sta nel cammino fatto e non nella meta; il fine del viaggiare è il viaggiare stesso e non l’arrivare”

Per adesso me ne vado in Scozia, a tenere un po’ le “pudenda all’aria” con il kilt(E). Quindi vi saluto, diventerà sicuramente una bella storia da raccontare…

A presto

 

 

 

 

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DIARIO DI VIAGGIO: QUELLA VOLTA NEL SICHUAN (capitolo 2)- di Duccio Tripoli

Ho sempre preparato lo zaino all’ultimo momento, un po’ per il primo brivido di avventura tipo “chissà se ci metto tutto”, un po’ per filosofia personale in quanto non so mai cosa effettivamente mi servirà fino ai momenti immediatamente precedenti alla partenza. Fatto. Esco taxi stazione, in Cina è piuttosto facile, i taxi non costano veramente niente e spesso ci si muove con quelli anche quando si viaggia da barboni veri. In quasi un anno di totale permanenza non ho mai speso più della cifra record di 150Yuan (23€ circa) di taxi per volta, e solo per distanze oltre l’ora tipo aeroporto – centro città che capitano di rado. Arrivato in stazione corro, ovviamente c’è il solito traffico assassino di Chongqing e rischio di perdere subito il primo treno..chi ben comincia.. Arrivo a Chengdu e mi sistemo in ostello. Piccola parentesi regalatami dal taxi-moto che, dopo avermi chiesto se volevo un passaggio per 10 yuan, incuriosito dal mio biascicare la sua lingua mi carica sulla moto, zaino compreso, e mi porta all’ostello senza chiedermi un centesimo e regalandomi sorrisi di compiacimento. Bello. Dopo aver salutato tutti e 10 i miei nuovi compagni di stanza, mi avvicina una coppia di giovani – ma più vecchi di me – inglesi che stanno uscendo e chiedono se, parlando io un minimo di cinese, mi fa piacere accompagnarli a mangiare qualcosa di tipico e a fare due passi. Come no, andiamo. Intenso direi. Rientro in camerata alle 2:47 visibilmente indebolito dagli ettolitri di birra xuehua ingurgitata, ma non mi preoccupo della sveglia che suonerà tra 3 ore; a voler essere più precisi, 3 ore e un po’. Mi sveglio presto, impacchetto il poco che ho portato dietro e corro alla stazione dei pullman impaziente di giungere a Kangding (Dartsendo o Dardo in tibetano). È festa nazionale in Cina e alle 6:30 la stazione Xinnanmen è già invasa da orde di cinnazzi bramosi di turismo. Culo! Trovo un posto nel pullman delle 7:30 e parto alla volta di Kangding. Tempo di percorrenza stimato 8 ore, più le 8 di ritardo dovute al traffico della festa nazionale ed arrivo a Kangding dopo cena. Poco male, essere l’unico non cinese in pullman mi fa vivere il mio momento da rockstar e fare un po’ di pratica con la lingua. Inoltre, conosco due ragazzi svegli con i quali, dopo aver cenato, passo la notte in ostello, in quanto anche loro, l’indomani verso l’ora di pranzo, avrebbero mosso verso Tagong. Con il pullman, dalla piatta Chengdu si inizia a salire su quello che è l’altopiano tibetano e, 3 effettivamente, i panorami si fanno sempre più affascinanti e verdi. Anche il cielo cambia e da un grigio smog monocromo si passa ad un celeste puntellato qua e là da paffute nuvole bianche che alleviano la mia ira per un così lento e snervante spostamento in corriera. Kangding è bellissima, anche se la mano cinese ‘balzante in avanti’ ha fatto il suo dovere fin troppo bene, e cioè male. Il centro è stato letteralmente ricostruito e le uniche abitazioni ancora in stile tibetano rimangono sulle pendici delle montagne circostanti. Anche il tempio Jigang, della setta dei monaci buddisti Nyingma Pa (o berretti rossi), è stato letteralmente tirato giù per essere ricostruito più bello e splendente che mai. Che pena.duccio Il tempio Nanwu della setta buddista Geluk Pa (o berretti gialli) è invece intatto ed offre una panoramica splendida di quella che è la vita monastica e di preghiera in una valle coronata da montagne già puntellate di bianco acceso. Dentro incontro dei vecchi muratori che, incuriositi dalla mia gopro, mi fermano e colgo l’occasione, oltre che per uno zipai (selfie), per fare due chiacchiere. Sono in pensione ormai e, dopo aver lavorato tutta la vita, continuano a farlo per devozione verso i Lama in cambio di un adeguato compenso spirituale che li fa dormire più sereni la notte. Sono tutti e tre tibetani ma non si pronunciano né sui cinesi Han né sui repentini, e piuttosto invasivi, cambiamenti apportati alla loro città, della quale però conservano un vivido ricordo di “quando le case erano ancora di legno”. Simpatici. Mi incontro nuovamente coi miei due nuovi amici che, in risposta al loro Shuaige (bello), ho iniziato a chiamare Gemenr (pr. Gemer con la r all’inglese, fratelli). Andiamo a pranzo e troviamo un autista ben disposto a portarci fino a Tagong (Lhagang in tibetano) per 50Yuan su un pinche – pulmino con altri passeggeri per dividere la spesa – e così, finiamo i nostri hundun e partiamo per Tagong. Anche questa strada non è nelle migliori delle condizioni, ma almeno non c’è traffico e nel primo pomeriggio siamo già a respirare l’aria tibetana di Tagong.

DIARIO DI VIAGGIO: QUELLA VOLTA NEL SICHUAN (capitolo 1)- di Duccio Tripoli

Il Western Sichuan, o Sichuan occidentale dalle nostre parti, è un’area della provincia cinese del Sichuan che confina per tutta la sua cornice occidua con il Tibet. Per i non appassionati di geografia, stiamo parlando della Cina sud-occidentale, sopra Myanmar e Thailandia. Per i meno appassionati ancora, la Cina è quella grande nazione a forma di gallo che scorgerete scorrendo il dito verso destra su un qualunque mappamondo o planisfero. Non mi soffermerò troppo sulla storia del Tibet o sulle relazioni Sino-Tibetane degli ultimi 3-4 secoli. Pur avendo trattato l’argomento durante un corso all’Università, ne so troppo poco per presentarlo in maniera soddisfacente. Lo dimostra il 27, senza infamia e senza lode, scaturito dall’esame, che nulla toglie ad un corso che ha lasciato tanto alla mia mente e alla mia voglia di scoperta. Ad ogni modo, la storia recente ha visto Cina e Tibet confrontarsi più o meno pacificamente in diverse occasioni. Vi basti sapere che la situazione si è leggerissimamente deteriorata dopo l’occupazione militare del Tibet (l’esercito di liberazione cinese entrò nel Kham, per “liberarlo”, il 7 Ottobre 1950) e l’esilio volontario (fuga secondo alcuni o estradizione secondo altri) del XIV Dalai Lama Tenzin Gyatso il 17 Marzo 1959. Da allora il Tibet è noto ufficialmente col nome di Xizang, come lo chiamano in Cina, e diventò a tutti gli effetti una provincia cinese, rinunciando a qualsivoglia sovranità degna di una nazione libera. Per capirsi, una provincia cinese dove il visto cinese non è sufficiente per entrare e viaggiare; è necessario un visto speciale rilasciato dal governo cinese (questo vale anche per i tibetani che non vivono in Tibet) e una guida privata che rimanga al seguito del gruppo organizzato per tutta la sua permanenza in Xizang. Inoltre, il governo centrale di Pechino ha promosso negli anni una massiccia migrazione (o invasione bianca come piace chiamarla a me) di Cinesi Han (oltre il 98% di tutti i cinesi sono di etnia Han) a Lhasa e in altre città tibetane con incentivi economici e benefici vari, che ha compromesso irrimediabilmente l’equilibrio demografico di tutta l’area. Qualunque siano i fatti condivisi da queste due etnie sarà sufficiente ricordare che, ancora oggi, i tibetani vedono i cinesi Han come degli arroganti invasori, mentre i cinesi Han vedono i tibetani come degli ingrati luan (riottosi). Questo piccolo inciso per spiegare che, oggigiorno purtroppo, o per fortuna nel mio caso specifico, c’è più Tibet nel Sichuan Occidentale, dove le migrazioni Han non sono arrivate, che a Lhasa stessa che pian piano si sta trasformando in una Chengdu, piuttosto che in una Suzhou o Hangzhou. Io, studiando per un semestre a Chongqing e spinto da quella solita voglia che mi solletica i piedi e il cuore, ho deciso di andare a dare un’occhiata a queste zone dove la componente tibetana è prevalente per le strade, nella lingua parlata, nella cultura e, ancora più importante per questi personaggi col cappello da cowboy, nella religione.mappa_cina

Si inizia a leggere notizie sulle guide turistiche, a cercare su internet e, la parte che preferisco, a tracciare sulle carte un percorso “ideale”, mentre la voglia di partire sale e l’attesa diventa insopportabile, tipo quando dal dottore di venerdì sera sei il sesto, sono le 7, e alle 8 hai un aperitivo con la Gren (la mia ragazza ndr). Dico percorso “ideale” perché quando si viaggia -e particolarmente in queste zone decisamente rurali- si fanno piani, ma spesso i piani vengono sconvolti da una ruota bucata, una frana, un attacco di laduzi (questa è per gli appassionati di cinese) o un biglietto di un pullman terminato troppo presto, e quindi risulta necessario cambiare l’itinerario in itinere. Si chiedono notizie in giro e consigli ad amici che magari sono andati prima di te o che ne sanno di più ma, parere prettamente personale, un viaggio è come uno spazzolino da denti, non si usa mai quello di un altro, è strettamente intimo e deve essere il più adatto possibile. Questo è anche il motivo principale per cui, in determinate occasioni, preferisco viaggiare in solitaria, con i miei ritmi, le mie necessità e le mie voglie; che poi, quando si viaggia da soli, da solo non lo sei mai e sul percorso si intrecciano i piani, le aspettative e le storie di altri viaggianti (i viaggiatori sono altri) e di autoctoni qualunque. Viaggiare è vivere. Se destinati a stare fermi, al posto dei piedi avremmo avuto radici, direbbero alcuni. Poi parliamoci chiaro, il mondo nel 2015 è diventato abbastanza piccolo e con un po’ di soldini messi da parte, tanta voglia, un po’ di pazienza, adattabilità e apertura mentale si va praticamente ovunque. Non tutti siamo fatti uguali, e per fortuna aggiungerei, ma sono convinto che dentro al cuore di ognuno di noi c’è quella foto, quel film o racconto di quel posto lontano che prima o poi dovremmo andare a vedere di persona. Anche solo per realizzare (inteso anche realise, all’inglese british) le sensazioni che effettivamente proviamo una volta arrivati a destinazione.

IN VIAGGIO CON “MADRE” – di Francesca Rosini

11100088_10205249481570718_4392099542227504643_nMADRE nasce a Torino nel Novembre 2014 in occasione della rassegna artistica Paratissima 10 e riunisce tredici giovani creativi provenienti da diverse realtà.

Dal Guatemala alla Francia fino all’Argentina, dalla Sicilia al Lazio fino al Piemonte passando dalla Campania: percorsi estremamente differenti ma accomunati da un condiviso bisogno di esprimere e raccontare se stessi, la propria formazione e provenienza, attraverso opere pittoriche, fotografiche e installazioni video. Continua a leggere IN VIAGGIO CON “MADRE” – di Francesca Rosini

IN VIAGGIO CON IL WUNDERBAR – di Fausto Jannaccone

“E’ pericoloso, Frodo, uscire dalla porta. Ti metti in strada, e se non dirigi bene i piedi, non si sa dove puoi finire spazzato via”
Anche Tolkien, Omero dei nostri giorni, sa e ci dice per bocca di “Bilbo Baggins” che mettersi in cammino può essere pericoloso. Ciò nonostante rimane irresistibilmente attraente.
Il viaggio è insito nella natura dell’uomo, e dal muoversi non può assolutamente prescindere.
Tutto cominciò quando 200000 anni fa i primi Homo sapiens dall’Africa del nord iniziarono a spostarsi all’esterno, sostituendosi agli ominidi che erano in altre parti del mondo. Da quel momento in poi ogni grande passo per l’umanità ha avuto bisogno di piccoli passi dell’uomo.
Senza il viaggio non avremmo scoperto, incontrato, conquistato.
Abbiamo avuto bisogno di migrazioni ed esodi nel nostro passato remoto; poi di respingere popoli nomadi ed andare a costruire avamposti e valli, nell’accezione adrianea del termine, alla fine del mondo conosciuto.
Viaggiare è sempre stato cercare risposte alle domande: cosa c’è oltre quella collina? Cosa al di là del mare? Hic sunt leones… sed ultra? Cosa c’è oltre l’India? E quando infine avevamo scoperto e conosciuto tutto il mondo abbiamo iniziato ad alzare gli occhi verso il cielo….

E così abbiamo conosciuto prima una Via Francigena, poi una Via della seta, adesso una Via Lattea.
Abbiamo messo mille navi in mare per la sola bellezza di Elena. E quante volte e quante navi per riprendere la Terra Santa? Poi abbiamo messo tre caravelle per dimostrare ai dotti di Salamanca che potevamo raggiugere l’est per l’ovest; e quindi 130 Invecibles vascelli per dare una lezione a quella testarda di Elisabetta, ritornando però con le ossa rotte, che anche lei ne aveva messe, ma di più veloci.

Eppure il viaggio è sempre stato una necessità: per fini commerciali come ci insegna il veneziano Marco Polo. O scientifici come quando il HMS Beagle salpò per una spedizione cartografica in sud America, con a bordo un naturalista che poi avrebbe spiegato il viaggio evolutivo della specie. O ancora per fini mistici e spirituali come ci testimoniano La Mecca o Santiago de Compostela.
C’è chi per viaggiare preferisce entrare in un aeroporto, o in una stazione. Poi c’è che preferisce entrare in una biblioteca e chi ancora in una chiesa.
Chi per viaggiare preferisce la carrozza, chi una scopa, chi una DeLorean e chi il Lysergsäurediethylamid (LSD).

Omero fa del viaggio un castigo divino e costringe il furbo Ulisse venti lunghi anni lontano dall’amata Penelope. Il Sommo Poeta definisce la vita un cammino, e fa di un viaggio, divino, certo, il suo capolavoro. Thomas More permette a Raffaele Itlodeo di conoscere, con un viaggio, una società ideale, utopica per essere più precisi. Jonathan Swift invece mostra al Dr. Lemuel Gulliver una gran varietà di mondi. Emilio Salgari, senza nemmeno muoversi da casa, fa però viaggiare migliaia di lettori. Jules Verne anche, però non si accontenta della superficie terrestre, lui. mongolfieralogo
Il viaggio è da sempre parte della nostra vita e non può essere altrimenti.
“Finchè sei in tempo viaggia!” ti dicono… e dammi retta, seguilo questo consiglio.

Per questa stagione, la seconda dell’Associazione Culturale Wunderbar Siena, abbiamo scelto il tema del Viaggio come fil rouge per il nostro programma, espositivo e non. Del resto la stessa Wunderkammer cui ci rifacciamo altro non era che una galleria di souvenir.

Quindi se vorrete prender posto nel seggiolino accanto a noi, non avete che da timbrare il biglietto ed allacciarvi le cinture.

BON VOYAGE!