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COME SI “LEGGE” UN VINO (TERZA PUNTATA) – di Marco Ciacci

Cosa sarebbe un alimento senza il gusto? Va bene gli odori e le sensazioni, ma in fondo un vino si degusta con la bocca e la sensazione che ci dà al momento che beviamo è l’imprinting di maggiore riconoscibilità. È il timbro finale del vino: ci fa dire in modo assoluto se ci piace o no. Ma, innanzitutto, cos’è il gusto? Continua a leggere COME SI “LEGGE” UN VINO (TERZA PUNTATA) – di Marco Ciacci

COME SI “LEGGE” UN VINO? (SECONDA PUNTATA) -di Marco Ciacci

Urina di gatto, cane bagnato, disinfettante, cipolla, cuoio peloso, ma anche merd de poule… voi nel vino cosa ci sentite?

L’odore è uno dei sensi più sviluppati dell’essere umano. Percepire strane sensazioni, innamorarsi di una determinata persona o riconoscere la bontà o la cattiveria di chi ci sta accanto, sono fasi cognitive del cervello derivate da fasi ancestrali delle nostre esperienze olfattive. Quando poi si annusa un alimento, già sappiamo se può riscontrare i nostri gusti (Pinocchio infila il naso dentro la medicina e dice che è amara). Forse è anche per questo che il giudizio olfattivo di un vino è senz’altro prioritario rispetto a tutti gli altri. Ma il fatto di sentire tanti profumi differenti, non è sempre sintomo di bravura. Continua a leggere COME SI “LEGGE” UN VINO? (SECONDA PUNTATA) -di Marco Ciacci

DENOMINAZIONE DI ORIGINE, SINONIMO DI QUALITA’? – di Marco Ciacci

Avere una conoscenza e una cultura dei vini non è più una pratica snob e che interessa solo una piccola percentuale spocchiosa degli italiani. L’apertura di un pubblico più ampio nei confronti del “mondo vino” e l’interesse sempre maggiore verso questa bevanda ha notevolmente trasformato il mercato. Le richieste sempre più specifiche dei clienti, hanno generato un allungamento delle carte dei vini di bar e ristoranti, per assecondare ogni gusto. Insomma, gli italiani bevono e pretendono, giustamente, di bere meglio. Ma se ci sentiamo perduti nella giungla dei vini, ma si vuole comunque puntare sulla qualità? Uno dei fattori che dovrebbe garantire un buon livello di qualità è rappresentato dalle cosiddette “denominazioni di origine”, cioè da quella serie di norme e discipline che suggeriscono ai produttori le modalità di produzione dei vini che dovrebbero avere un livello di qualità piuttosto elevato. L’appartenenza di un vino ad una determinata categoria di denominazione di origine costituisce una reale e sufficiente garanzia di qualità?

winesite_maps_TuscanySpesso si trovano dei vini, appartenenti alla stessa denominazione di origine, che hanno innegabilmente livelli qualitativi assolutamente diversi, alcuni di questi a malapena arrivano alla mediocrità, eppure, sono considerati a pieno titolo, istituzionalmente riconosciuto, come degni rappresentanti di una produzione di alta qualità. Ad onore del vero, il termine stesso che viene utilizzato per questi vini, denominazione di origine, non fa riferimento a nessun termine che indichi la qualità, di fatto, garantisce unicamente la zona di provenienza di un vino.

Non c’è dubbio sull’importanza di tutelare e garantire la tradizione e la tipicità dei vini e delle uve provenienti dalle zone storiche e tradizionalmente vocate alla vitivinicoltura, tutti sappiamo che la zona di provenienza e di coltivazione delle uve rappresenta un fattore fondamentale per la qualità di un vino. Se si analizzano i testi delle disciplinari di produzione delle denominazioni di origine dei vari paesi che adottano un sistema di qualità di questo tipo, spesso si trovano delle “precise” indicazioni sia sulla coltivazione delle uve, sia sulla produzione del vino, tuttavia è innegabile che i risultati, da produttore a produttore, siano notevolmente diversi.

Purtroppo o per fortuna, la qualità vera o propria del prodotto è sempre legata strettamente alla serietà e alle scelte del produttore, piuttosto che alle indicazioni delle disciplinari di denominazione di origine. Si può coltivare la vite nel luogo più adatto del mondo, ma se questa coltivazione viene fatta in modo approssimativo e speculativo e il vino viene prodotto con pratiche generiche e poco attente, non si può certamente pretendere di ottenere un prodotto di qualità, a dispetto dell’eccellente luogo di produzione.

Giusto per dare qualche numero: solo in Italia ci sono 330 vini Doc e 73 Docg … Denominazione di origine uguale a qualità, dunque? Forse, ma da sola non basta a fare un grande vino.

SARANNO FAMOSI – seconda puntata – di Ferruccio Palazzesi

saranno1Rottamatori e rottamati, gioventù al potere, ricambio generazionale e “dobbiamo aver fiducia nei giovani!”… Ma chi sono questi giovani? Ve lo spieghiamo noi con la nuova rubrica SARANNO FAMOSI

 

 

 

 

CARTA D’IDENTITÀ

– Nome e Cognome: Riccardo Bogi

– Data e luogo di nascita: Siena, 20/03/1986

– Occupazione: Spirits Brand Manager e Rappresentante

– Cittá/Paese di residenza (oggi): Isola di Sint Maarten/Saint Martin, Antille Olandesi, Caraibi. L’isola più piccolo al mondo che ospita due nazioni diverse.

– Lingue parlate: Italiano (so anche usare il congiuntivo!), Inglese, Spagnolo e Francese. Le ultime tre sono necessarie per vivere e lavorare qua visto che ci sono circa 170 nazionalità diverse.

– Contrada: Peoro

– Motto, frase preferita: “It could be worse” (potrebbe andare peggio). Un mantra! Usato ogniqualvolta mi lamenti per qualcosa per rendermi conto che non sono in Siberia a spalare la neve.

 bogi

PERCORSO DI STUDIO E DI VITA

Ho frequentato l’Istituto Tecnico Agrario di Siena, dopo il diploma ho lavorato per un laboratorio di analisi enologiche per poi lavorare come cantiniere per un’azienda vitivinicola in Umbria, sperduta in mezzo ai boschi. In seguito sono tornato a Siena per lavorare nell’azienda vitivinicola “Castel di Pugna”. Dopo mesi travagliati in cui trovare lavoro era praticamente impossibile, ho ricevuto (e ricercato e guadagnato) l’offerta di spostarmi nei Caraibi per un’ottima posizione lavorativa, e poco dopo mi sono trovato in un isola tropicale grande la metá dell’Elba a vendere Sangiovese e whisky!

Riccardo Bogi, “bogino” per tutti (o almeno per me), noto alzatore di gomito a Siena, non per vizio, ma bensì per lavoro. Ragazzo solare, ricciolo e magro, ma gran conoscitore di qualsiasi sostanza liquida contente alcol (o alcole come direbbero i nostri vecchi). Ragazzo che, come tanti, troppi, é dovuto emigrare, e anche lontano, per poter sviluppare la sua passione e le sue conoscenze. E la cosa che risulta ancora più strana é che nel suo campo non mancano certo le eccellenze nel nostro territorio.

Nel territorio regionale e nazionale é quasi impossibile trovare lavoro nel campo dell’enologia. Le offerte che si trovano, sono scarse e limitate…ed oltretutto sono una persona che non si accontenta troppo facilmente. Facendo due parole con un caro amico ed ex collega che lavorava già nell’isola iniziai a prendere in considerazione la possibilità di trasferirmi e lavorare a St. Maarten. Era un treno che sarebbe potuto passare una sola volta nella vita, andava preso o dimenticato completamente.

 ..e alla fine su questo treno ci sei salito

La scelta è stata difficile, molto difficile ma credo fermamente che nella vita ci sia bisogno di saltare nel vuoto a volte. Oltretutto la mia esperienza nel settore commerciale era pressoché nulla, ma la mia ricetta aveva tutti gli ingredienti giusti: tanta voglia di lanciarsi nel buio, un’ottima conoscenza del vino e la voglia di mettersi in gioco. Da qui ho capito che nella vita mi piace scommettere e devo ammettere che perdo spesso, ma quando vinco la soddisfazione é doppia!

 Cosa ti piace cosí tanto del tuo lavoro da prendere e andare dall’altra parte del mondo?

Questo lavoro in se per se è ottimo! Ti permette di conoscere gente di tutto il mondo, parlare lingue diverse, imparare sempre cose nuove, poter assaggiare vini di ogni paese del mondo, avere una buona libertà e, cosa da non sottovalutare, uno stipendio non comune.

Quello che mi piace di meno è di dover, a volte, limitarsi a vendere un prodotto basandosi solo sul prezzo o sul “sentito dire”, non potendo quindi usare le vere potenzialità del vino stesso perché troppo caro o troppo poco conosciuto. Non è nemmeno divertente vendere bottigliette di plastica con vino americano che non faresti bere nemmeno al tuo peggior nemico….ma vabbè, va fatto quel che va fatto.

 Ma per la precisione quali sono le tue mansioni, di cosa ti occupi?

Premetto che non ho il titolo di enologo ma di enotecnico (un titolo universitario di differenza). In ogni caso l’enologo e/o l’enotecnico hanno il ruolo di sviluppare, anticipare e sfruttare le potenzialità di un terreno sul quale ci dovrà essere un’ottima cura del vigneto per avere uve di qualità, senza le quali sarebbe impossibile ottenere il vino desiderato. In seguito c’è una grossa mole di lavoro che copre i processi lavorativi, la prontezza e lungimiranza nel raccogliere i grappoli al momento giusto, una flessibilità e dedizione estrema nelle prime fasi di ammostamento, fermentazione e nascita del vino stesso. In seguito si può procedere per mesi o addirittura anni prima che il prodotto raggiunga il momento di maturazione. Credo molto nell’importanza del laboratorio che consente un controllo chimico e biologico atto a preservare e, se necessario, intervenire sul vino. Ci sono poi due lati da tener sempre presenti: il primo é quello umano, che ha un’importanza estrema. Il vino non è una bibita ma un qualcosa di vivo e mutabile e l’esperienza e la passione hanno una grossa rilevanza.

Il secondo é il lato commerciale. I gusti di una persona sono soggettivi e vanno a volte messi da parte per soddisfare quello che il mercato richiede e, vivendo con la vendita, questo aspetto é fondamentale e non va mai sottovalutato.

 Da questo ultimo punto di vista come é, secondo te, la situazione italiana?

La situazione italiana ha ed ha sempre avuto grosse potenzialità che non sempre siamo riusciti a sfruttare benissimo. All’estero ci sono due paesi che dominano il mercato: il nostro e la Francia. C’è competizione ma lavoriamo normalmente in campi diversi e la rivalità è più a livello di orgoglio che di potenza di mercato.

L’Italia potrebbe e dovrebbe quindi puntare tutto sulla tradizione enologica e su prodotti di estrema qualità da esportare. Far conoscere a tutti quanto siamo bravi ed appassionati nel produrre i nostri vini e far capire al mondo che solo noi abbiamo questa eccellenza chiamata Morellino di Scansano o Taurasi o Barbera, ecc.

 Ma non sempre il nostro mercato é in “mani” autoctone…

Gli stranieri comprano aziende e vigne delle nostre campagne? Ottimo! Produrranno sicuramente ottimi prodotti per mantenere alto il loro prestigio e quello dell’azienda! Investono nel nostro paese anziché da altre parti, creano posti di lavoro e sicuramente aiutano la nostra economia! Signori, noi viviamo anche grazie al turismo e agli investimenti da parte di non-italiani, cerchiamo di trarne vantaggio e non disprezzarli! Preferisco che Sting sia il proprietario di una grossa azienda in Toscana che produce, lavora e crea pubblicità, anziché vedere la stessa azienda abbandonata o mal gestita. Sbaglio??

 Questo pero’ magari porta ad una standardizzazione del gusto.

Immagino che la standardizzazione di un prodotto derivi da un’esigenza di mercato (gusto e volumi) e, non dimentichiamolo mai, da una strategia di marketing ben mirata. Gli americani e gli italiani hanno gusti e palati ben diversi. Quanti italiani bevono sempre Pinot Grigio? Non molti scommetto. Gli americani ne vanno matti! E’ facile da bere, semplice da pronunciare e ricordare e si trova facilmente a basso prezzo.

Lo scandalo del Brunello credo però sia stata una nota dolente per l’enologia italiana. Nel Bel Paese dovremmo puntare tutto sulla tradizione per mantenere la nostra identità. In Argentina, non avendo nessuna tradizione vitivinicola, devono puntare tutto sul costo di produzione e visibilità.

Cerchiamo l’innovazione ed il cambiamento ma ricordiamoci sempre le nostre radici.

 Cosa ne pensi delle nuove tecniche di produzione?

Da quando vivo all’estero e mi relaziono con gente di un po’ tutti i paesi, ho cambiato il mio punto di vista su diverse cose. Le tecniche di coltivazione e produzione biodinamiche sono una buona mossa di marketing che ci permette di incrementare la vendita e l’esportazione? Si? W il biodinamico! Ed a livello di qualità e miglioramento del vino? Se gli aspetti positivi superano quelli negativi allora sono assolutamente d’accordo. Così come l’utilizzo di altre tecniche e/o strumentazioni per la vinificazione. Tutto va relazionato alla tipologia di prodotto, alla potenzialità, all’identità dell’area di produzione. La sperimentazione è l’essenza dello sviluppo. Ci saranno molti fallimenti necessari all’evoluzione ed al raggiungimento di un livello superiore. E questo credo sia applicabile a tutto.

 Ma tornando a te come ti vedi nel futuro?

Idealmente vorrei tornare in pianta stabile in Italia, nella mia amata Siena se possibile. Professionalmente parlando vorrei invece continuare a viaggiare nel mondo, conoscere luoghi e persone diversi e scoprire sempre qualcosa di nuovo. Trovare un lavoro da export manager per una cantina Toscana sarebbe un risultato splendido! Base a Siena, lavoro pieno di soddisfazioni e obbligo/possibilità di essere sempre su di un aereo per mille destinazioni diverse. Per offerte di lavoro, chiamare ore pasti.

Al momento resto comunque concentrato sull’estero, costruendomi la carriera giorno dopo giorno per poter poi ritornare nella nostra amatissima Siena con tuba, scialle ed un tigrillo come animale domestico.

 Cosa ti manca di più dell’Italia e cosa invece porteresti via dalle Antille?

Mentre scrivo le risposte a questa intervista sono appena tornato da pochi giorni a Siena. L’avventura caraibica, durata due anni, è giunta al termine per scelta personale. Quello che in questo periodo mi è mancato di più, oltre alla famiglia e gli amici, è stato il cibo! Credo che mi verrà la gotta dopo 5 giorni di pranzi e cene! Di St. Maarten mi mancherà sicuramente la spensieratezza, il caldo, la multiculturalità e le donne. Non mi porterei, invece, dietro i mosquitos (zanzare) e le cucarachas (scarafaggi da chilo).

 Per finire una domanda marzulliana..fatti una domanda e datti una risposta

Bianco o rosso?

Subito.

 

UN BUON TAPPO NON PERDE MAI! – di Marco Ciacci

 

Un grande vino ha bisogno di un ottimo tappo e imparare a riconoscerlo aiuta a capire cosa stiamo bevendo. Il tappo ha la funzione principale (e quasi ovvia) di tappare quasi ermeticamente la bottiglia ed è tanto più importante quanto più a lungo il vino deve invecchiare. Per un Brunello è dunque fondamentale che il tappo sia buono, mentre per un novello no. Punto primo e necessario per riconoscere un tappo di qualità è che deve essere “monopezzo”. Questo tipo di tappo si trova infatti in tutte le bottiglie più “pregiate”. Ma anche un tappo ha una vita, un suo logoramento e può rovinarsi. Quando si va a stappare una “bottiglia antiquaria” (25-30 anni), deve sempre controllare se i tappi cominciano a colare. Se il tappo geme (ovvero avere perdite) significa che è completamente impregnato e non ha più tenuta. A quel punto o bevete il vino oppure fate “restaurare” la bottiglia nella sua cantina di origine. Vi verrà restituita con un certificato che attesta l’avvenuta sostituzione del tappo, nel caso di bottiglie molto costose tale operazione viene fatta in presenza del notaio.  Il tappo di sughero proviene dalla scorza della quercia (Quercus suber) adulta che viene decorticata ogni 9/12 anni, a mano, da maggio ad agosto. Il 60% di questa produzione è in Portogallo ma ci sono ottimi tappi fatti in Sardegna e in Spagna, mentre più recente e meno reputata è la produzione di Marocco, Algeria e Tunisia. Ogni azienda offre tappi di dimensione, qualità e prezzo diverso: da 0,20 centesimi a 1 Euro e mezzo – (ça va sans dire: tappo più costoso=maggiore qualità).

tappiIl sughero è formato da cellule morte di tessuto legnoso. Le lenticelle, cioè le venature e i pori visibili nei tappi sono i canali che, nella pianta, permettono gli scambi gassosi fra l’interno e l’esterno del tronco. Per la conservazione del vino le lenticelle sono però un difetto perché producono un eccesso di traspirazione. Dunque la prima cosa da valutare è la compattezza del tappo e l’assenza quasi totale di lenticelle. I tappi scelti a mano, dove le imperfezioni sono pressoché assenti, sono i più cari.

È inoltre importante la lunghezza. I tappi di 5 cm sono quelli più diffusi nei vini a lungo invecchiamento come Barolo e Brunello ma è frequente anche l’utilizzo di quelli di 6 cm. Tappi più corti danno meno garanzie di durata nel tempo del vino, tuttavia ci sono produttori, anche molto reputati, che preferiscono tappi corti ma di grande diametro. Molti tappi vengono trattati con perossido di idrogeno (acqua ossigenata) per sbiancarli e disinfettarli, spesso sono anche incerati per facilitare l’immissione e l’estrazione dalla bottiglia. In realtà un crescente numero di produttori di vino predilige i sugheri al naturale. Dunque la bellezza del tappo non è un indice attendibile della qualità del tappo.

Vediamo ora il problema più grosso: l’odore di tappo. È il maggior inconveniente delle chiusure in sughero e le ditte produttrici così come le cantine fanno di tutto per impedirlo, effettuando controlli di laboratorio e prove ripetute. Tuttavia può succedere e allora bisogna imparare a riconoscerlo per non arrivare in tavola con una bottiglia difettosa. L’odore di tappo assomiglia a quello di segatura e impedisce di sentire ogni altro aroma. Se il tappo presenta un sentore simile bisogna degustare il vino e se è difettoso buttarlo via, aspettare che svanisca è del tutto inutile. Oltre all’odore di tappo ci sono altre “devianze” dell’aroma che derivano da inquinamenti del bosco di querce, oppure dai processi produttivi o dai luoghi in cui è stato conservato il sughero. Anche queste imperfezioni possono rovinare il piacere di un grande vino benché siano meno devastanti della puzza di tappo e, per fortuna, spesso diminuiscano con l’ossigenazione.