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A. VIVALDI, STABAT MATER

Lo Stabat Mater è una delle prime composizioni sacre di Vivaldi e fu scritta per la festa patronale della chiesa bresciana di Santa Maria della Pace, che il musicista visitò nel 1711 in qualità di violista. A differenza della musica sacre scritta per le fanciulle del Pio Ospedale veneziano, quest’opera è per voce maschile, castrato o falsetto. Il testo liturgico non può essere modificato, ma per i Vespri del venerdì successivo alla settimana santa si utilizzava una versione ridotta. Ciò permise a Vivaldi di usare solo 9 delle 18 strofe originali, conferendo al brano maggiore uniformità ed estensione rispetto, per esempio, all’opera omonima di Alessandro Scarlatti. Vivaldi, inoltre, riutilizzò la musica per le prime tre sezioni, a tutto vantaggio della coesione dell’opera. A dispetto della sua relativa inesperienza in questo genere, Vivaldi si avvale di uno stile fortemente descrittivo, aderendo perfettamente al significato del testo.

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A. VIVALDI, L’ESTRO ARMONICO

Vivaldi compose più di cinquecento concerti , molti dei quali per le sue talentuose allieve, e ne definì la struttura formale che successivamente divenne la norma compositiva del genere. Gran parte dei concerti è organizzata in tre movimenti, veloce-lento-veloce. Il primo e l’ultimo tempo prevedono la forma-ritornello, costituita da un’esposizione eseguita da tutta l’orchestra a cui si alternano parti soliste e brevi riprese della sezione iniziale. I movimenti lenti consistono spesso in espressive melodie articolate come arie. I dodici concerti de L’estro armonio esercitarono una notevole influenza; la loro pubblicazione ad Amsterdam, nel 1711, ne favorì un’ampia diffusione in tutta Europa. Bach stesso ne trascrisse cinque per clavicembalo e uno per organo. L’opera è divisa in quattro sezioni: a un concerto per quattro violini ne segue un altro per due e, infine, una per strumento solista; all’interno di questa struttura, una tonalità maggiore è sempre seguita da una minore, una sorta di “levare” che conduce alla tonalità successiva, di nuovo in maggiore.

A. VIVALDI, GLORIA

Il Gloria (RV 589) di Antonio Vivaldi è tornato a fare parte del repertorio dei gruppi corali fin dalla sua riscoperta nel 1939. I ritmi trascinanti del coro iniziale, il fascino lirico del duetto Laudamus te e i leggiadri oboe e soprano del Domine Deus concorrono a renderlo uno dei lavori sacri più interessanti. Scritto per le fanciulle dell’Ospedale della Pietà di Venezia, presenta cori a quattro parti, in cui, a volte, le due più basse sono indicate come “tenore” e “basso”. Ciò solleva un’affascinante quesito: chi eseguiva effettivamente i cori? Alcuni teorici hanno fatto notare che durante l’adolescenza le ragazze possono sviluppare voci particolarmente profonde e dunque, dato che a quel tempo a Venezia la tonalità era regolata su un timbro più alto rispetto a gran parte d’Europa, i cori potrebbero essere stati eseguiti proprio da loro. Un’alternativa più realistica consiste nell’eseguire le parti “maschili” un’ottava sopra.

Laudamus te – Gratias agimus tibi

Domine Deus

Cum Sancto Spiritu

A. VIVALDI. SIENA SVELA AL MONDO IL “PRETE ROSSO”, di Davide Cortonesi

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In questo viaggio attraverso il Barocco non potevamo non dare uno sguardo all’Italia, e in particolar modo a Venezia, della cui civiltà musicale Antonio Vivaldi (Venezia, 1678 – Vienna, 1741) fu l’espressione più genuina e rappresentativa. A Corelli fu attribuito il merito di aver dato forma al concerto grosso, a Torelli si rivendicò il ruolo di primo artefice del concerto solistico, ma quando usciva l’ultima raccolta torelliana il bastone di comando di questo genere era ormai passato a Vivaldi. I casi della storia vogliono che al compositore non fossero affidati compiti che lo videro primeggiare nella società dei dogi. Fu così che Vivaldi, figlio di un violinista della cappella di S. Marco, svolse la sua attività di musicista presso l’Ospedale della Pietà, non appena fu ordinato sacerdote nel 1703. Gran parte della fantasia inventiva del “prete rosso” (nulla a che fare con Don Gallo, ma così chiamato per il colore dei capelli) fu assorbita dalle diverse cariche che all’interno dell’istituzione ricoprì di volta in volta (particolare attenzione dedicò al coro femminile, per il quale non dimostrava solamente un interesse di tipo artistico). Ma oltre a questo svolse anche un’intensa attività di operista, e per lunghi periodi dell’anno si assentò da Venezia per recarsi all’estero, talvolta in compagnia della cantante Anna Giraud (Girò).

La riscoperta dell’immenso patrimonio strumentale di Vivaldi è fatto recente, e il teatro di tale svelamento è nientemeno che la nostra città. Fu infatti grazie al Conte Chigi Saracini e ad Alfredo Casella che le opere vivaldiane vennero recuperate,  valorizzate e presentate al pubblico nel 1939 per la prima Settimana Musicale dell’Accademia Chigiana. La lungimiranza di due grandi uomini fece di Siena la polveriera da cui divampò, nell’immediato dopoguerra, il successo vivaldiano, divenuto ben presto un fenomeno di consumismo. Dallo sterminato repertorio del compositore si evince che, a parte la ricchezza delle combinazioni strumentali impiegate, Vivaldi fece ricorso a due soli generi strumentali: sonata e concerto. A queste, si affianca una notevole produzione di musica sacra, che consta di poco meno di un centinaio di composizioni. Notevole è la produzione di musica vocale comprendente oltre cento cantate ed arie. Infine troviamo la sua attività operista formata da circa 45 titoli, di molti dei quali, purtroppo, si è perduta la parte musicale.

Curiosità: Il libro Stabat Mater di Tiziano Scarpa, vincitore del Premio Strega 2009, narra le vicende di un’orfana ospite del Pio Ospedale della Pietà, la cui vita cambierà proprio in seguito all’incontro con un giovane prete dai capelli rossi, Antonio Vivaldi.

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