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GEOGRAFIA ED INTERESSI CINESI: IL RUOLO DI GIBUTI – di Filippo Secciani

Gibuti è una nazione minuscola, estremamente povera e con una popolazione che non raggiunge il milione di abitanti. Eppure recentemente il paese, indipendente dal 1977, è diventato un avamposto strategico cruciale per le maggiori potenze militari e commerciali del mondo. Con la diffusione della minaccia della pirateria e del terrorismo internazionale la posizione geografica di Gibuti si è rivelata fondamentale. Il paese si trova infatti a metà strada tra lo stretto di Aden ed il mar Rosso. Luogo vitale per il commercio marittimo internazionale (con oltre il 40% dei traffici), lo stretto di Bab el-Mandeb che separa Gibuti dallo Yemen, è la porta di accesso al Mediterraneo attraverso il Canale di Suez, luogo di transito di milioni di container ogni anno. Le maggiori potenze mondiali hanno installato in loco delle basi militari. La prima fu la Francia; quale ex potenza coloniale, mantenne relazioni economiche e militari con Gibuti fin dal momento della sua indipendenza. Questo legame è evidenziato anche dall’ordinamento interno che Gibuti si è dato: repubblica semi presidenziale su modello francese. Parigi ha mantenuto nel corso degli anni un gran numero di militari nel paese, per lo più provenienti dalla Legione Straniera, recentemente dispiegati negli Emirati Arabi Uniti. Adesso mantiene a Gibuti unità delle forze speciali. Gli Stati Uniti hanno un enorme base costruita dopo il 2002 a Camp Lemmonier con 4000 militari, usata come base di lancio per le missioni di droni in Somalia e Yemen, per la lotta alla pirateria, al terrorismo e per le operazioni per tutto il golfo Persico. Il Giappone ha qui costruito la sua prima base all’estero per il monitoraggio delle navi mercantili che transitano lungo queste rotte commerciali. L’Italia si è aggiunta recentemente. L’inaugurazione della base militare italiana a Gibuti ha avuto luogo il 23 ottobre 2013, con l’affitto di un terreno di cinque ettari. La base può ospitare fino a 300 soldati. Anche per l’Italia si tratta della prima vera base operativa al di fuori dei confini nazionali. La base italiana si estende ad una manciata di km dal confine somalo e dall’aeroporto. Lo scopo di questa installazione è la logistica, l’addestramento delle forze gibutine e somale, base per le operazioni contro la pirateria ed il terrorismo. I soldi stanziati per la sua costruzione ed il suo mantenimento sono di 21 milioni di euro (facenti parte dei fondi che il governo ha varato per la missione italiana in Somalia, di cui fa parte anche Gibuti). Gli accordi tra i due paesi hanno previsto anche la consegna al paese africano di sei blindati Puma e di una decina di obici semoventi, dismessi in Italia. A fianco di marinai e paracadutisti ci sono anche i carabinieri che hanno il compito di addestrare le forze di polizia locali. Da agosto 2014 l’Italia schiera sul territorio anche velivoli a pilotaggio remoto Predator per la missione antipirateria europea Eu NavFor Atalanta iniziata nel 2008. Ci sono anche basi pakistane e spagnole. Ultima ad unirsi a questo club è stata la Cina. I motivi di questa innovativa scelta sono molteplici. La Cina conta di ampliare la sua presenza nel continente africano ancora più massicciamente. In Africa sono presenti già 2000 truppe cinesi operanti sotto la bandiera dell’Onu e dal 2008 si sono intensificate le missioni antipirateria di Beijing nel golfo di Aden. La base a Gibuti avrebbe compiti prevalentemente logistici, come il rifornimento di cibo ed altri beni, il riposo e la riorganizzazione delle truppe. Secondo quanto affermato dal ministero degli esteri cinese “la costruzione degli impianti aiuterà l’esercito della Cina e della marina a partecipare alle operazioni di mantenimento della pace delle Nazioni Unite, inoltre, a svolgere missioni di scorta nelle acque vicino alla Somalia e il Golfo di Aden, e a fornire assistenza umanitaria”. La base militare cinese è sita presso il porto di Obock, con un contratto firmato per dieci anni di utilizzo. Obiettivo di Pechino è quello di “fornire una migliore logistica e salvaguardare le forze di peacekeeping cinesi nel Golfo di Aden, al largo della Somalia”. djibouti-mapLe trattative per la cessione di una base sono state avviate a maggio. Il presidente Ismail Omar Guelleh, al potere dal 1999, in cerca di investimenti esteri non si è fatto sfuggire i soldi cinesi, nonostante le forti rimostranze da parte degli Stati Uniti. La presenza a Gibuti della Cina è estremamente ben voluta dal presidente, che ha sottolineato come Pechino serva allo stesso Gibuti per i propri interessi economici, senza contare che la Cina detiene il 60% del debito pubblico gibutino. Scopo cinese, non così velato, è sviluppare il piccolo paese attraverso strade, porti ed infrastrutture civili per renderlo un importante hub marittimo commerciale (una nuova Singapore) data la sua naturale posizione geografica. La sua presenza si è fatta sentire attraverso la costruzione della ferrovia che collega il paese all’Etiopia e l’ammodernamento dell’aeroporto, per un investimento complessivo, stimato, intorno agli 8 miliardi di dollari. Il tutto come sempre accade per la Cina svincolando il flusso di denaro dalle decisioni di politica interna. La costruzione di questa base rientra in un progetto a lungo termine tra Cina ed Unione Africana per la costruzione di strutture analoghe: la sicurezza sarà un settore chiave nella futura cooperazione tra Pechino e l’Africa. La Cina vanta un’enorme presenza economica nel continente che vuole mantenere ed intensificare e per poterlo fare ha bisogno di garantire la stabilità dei governi suoi amici. Inoltre deve garantire l’incolumità dei suoi cittadini che a migliaia popolano il continente africano e medio orientale. È anche a causa dell’opinione pubblica interna che chiede una maggiore protezione al PCC per i cittadini residente all’estero, che la Cina sta intensificando il suo supporto militare. La Cina non è più immune dal terrorismo, sia interno per mano della minoranza uigura, sia all’estero quando è stato recentemente giustiziato il primo cinese per mano dell’ISIS ed in seguito all’attacco jihadista in Mali, che ha provocato la morte di alcuni suoi cittadini. Pechino ha sempre più la necessità di tutelare e difendere arterie economiche vitali lontane. Equilibrando la sua potenza economica con un rilancio, o per meglio dire intraprendendo da zero, dell’attività militare all’estero. La Cina ragiona adesso da superpotenza: Xi Jinping ha rotto definitivamente col passato, quando ha presentato il suo programma per i prossimi anni, prevedendo una ristrutturazione sistematica dell’Esercito Popolare di Liberazione che lo trasformi in una struttura “più ampia, più integrata, multifunzionale e flessibile” in grado di supportare le aspirazioni cinesi e la tutela dei propri interessi strategici nazionali, come ad esempio il mar Cinese Meridionale. Una netta presa di posizione dal passato, quando Mao considerava l’esercito uno strumento utile solo per difendere i confini dalle forze straniere e vedeva nella politica statunitense delle basi all’estero una forma di nuovo imperialismo.

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LA NUOVA BANCA DI SVILUPPO E L’ALTERNATIVA ALLA FINANZA OCCIDENTALE – di Filippo Secciani


Questa istituzione finanziaria nasce dalla volontà dei membri BRICS di creare un sistema finanziario alternativo al duo Banca Mondiale-FMI. In altre parole le economie emergenti si propongono come alternative al dominio occidentale (americano) in campo economico e finanziario. Creato durante il summit di Fortaleza nel 2014, ha visto la piena operatività il 21 luglio di quest’anno, durante il vertice di Ufa in Russia quando ne è stata sancita ufficialmente la nascita. Questa spinta alla creazione di un sistema finanziario alternativo è dovuta alla mancata approvazione di una riforma interna del FMI da parte del Congresso americano, visto il nuovo contesto economico globale, che garantisse maggiori poteri a Cina, India, Russia, Sud Africa e Brasile che insieme contano più di tre miliardi di persone, ingenti materie prime, un quarto del prodotto interno mondiale ed il controllo del 70% dei fondi sovrani. In sostanza si auspicava una mutazione di Bretton Woods dovuta all’accresciuta potenza economica di questi paesi ed all’indebolimento di alcuni paesi occidentali, europei in testa. Al momento i BRICS unitamente possiedono circa l’11% dei voti all’interno del Fondo Monetario Internazionale. Come riporta l’accordo, obiettivo della neonata banca è “mobilitare risorse per le infrastrutture e progetti di sviluppo sostenibile all’interno dei BRICS ed in qualsiasi altra economia emergente e paese in via di sviluppo”, attraverso un capitale di 100 miliardi di dollari per finanziare lo sviluppo. Russia, Brasile e India contribuiranno con 18 miliardi dollari ciascuno, la Cina con 41 miliardi dollari e il Sud Africa con 5 miliardi di dollari; la banca si pone anche come strumento di assicurazione in caso di instabilità dei mercati, come dichiarato dallo stesso Putin “la volatilità dei prezzi, soprattutto dell’energia e delle materie prime, oltre all’accumulo dei disavanzi pubblici in alcuni grandi paesi, ha spinto le nostre nazioni a preparare soluzioni e creare riserve interne” attraverso un Accordo di Riserva delle Contingenze che dovrà appunto aiutare i paesi membri in difficoltà. 

SEC1 A differenza dei suoi concorrenti occidentali, la Nuova Banca di Sviluppo (NDB) ha un sistema di ripartizione dei voti uguale, insieme ad un uguale ripartizione di quote, ma soprattutto nessun membro avrà diritto di veto. La banca non opererà attraverso il dollaro ma con le monete nazionali utilizzate per gli scambi commerciali bilaterali e multilaterali all’interno dei BRICS. Come confermato dal presidente della NDB, l’indiano Kamath, il primo prestito emesso dalla nuova Banca per lo Sviluppo sarà emesso in yuan, specificando che la prima emissione è prevista per aprile (2016). I primi interventi della Nuova Banca di Sviluppo saranno indirizzati al finanziamento di infrastrutture in Africa, vista l’enorme importanza che riveste il continente, tanto a livello economico quanto geopolitico. A margine del vertice di Durban del 27 marzo 2013 Cina e Brasile hanno raggiunto un’intesa per utilizzare le loro monete negli scambi commerciali bilaterali. L’accordo valeva trenta miliardi di dollari all’anno per tre anni, ancora una volta a sancire la volontà dei paesi emergenti di dissociarsi dal dollaro per gli scambi internazionali. La notizia rivestì maggiore importanza anche perché data in contemporanea con la creazione della NDB. In quell’occasione si fece apertamente riferimento all’inadeguatezza, superamento, delle istituzioni come la Banca Mondiale ed il FMI per risolvere le questioni economiche mondiali, “crediamo che sia veramente necessario avere un sistema di divise più stabile, di facile pronostico e più diversificato”. Questa banca presenta comunque delle debolezze, se non addirittura delle lacune: ad oggi la quota di dollari presenti nelle riserve mondiali rimane superiore al 60% e l’85% delle transazioni in valuta estera è effettuata in dollari americani. Inoltre il capitale di solo 100 miliardi non è grado di rispondere alla vorace domanda di infrastrutture globali. Insieme a ciò incidono notevolmente le differenze culturali, politiche, internazionali tra i vari stati membri. Tuttavia questa nuova istituzione finanziaria altera inevitabilmente gli equilibri economici futuri tra paesi sviluppati, paesi emergenti e paesi in via di sviluppo creando un’alternativa quantomeno realistica all’economia dello sviluppo.