IL PENSIERO POLITICO DI THOMAS HOBBES – di Filippo Secciani

In seguito alla morte del sovrano inglese Giacomo I, scoppiarono una serie di proteste contro il successore Carlo I per le sue politiche di governo decisamente autoritarie. Nacquero una serie di movimenti di opposizione, accusando il sovrano di non rispettare i diritti del popolo sanciti dalla Common Law. Le contese tra re e parlamento portarono infine allo scoppio della guerra civile nel 1642, quando si scontrarono i realisti in appoggio del re contro i parlamentari o round-heads, fino al 1651.hob1

E’ in questa situazioni di forti tensioni sociali e politiche che Thomas Hobbes (1588-1679) elabora la sua teoria di un forte potere sovrano in grado di assicurare l’ordine ad una società dominata dalle passioni. In una lettera che precede il libro del 1640 The elements of law natural and politic, distingue tra discorso logico e discorso ideologico: nel primo prevale la ragione, nel secondo le passioni. Queste, scatenatisi col contrasto tra sovrano ed opposizione, hanno fatto perdere il senso del diritto.
Hobbes non accetta la tesi che distingue tra forme buone e forme cattive di governo e la teoria del governo misto. Secondo lui entrambe queste tesi derivano dai due fondamenti della sovranità: l’assolutezza e l’indivisibilità.
Per Hobbes dunque il potere sovrano è assoluto, altrimenti non può essere definito sovrano. Rispetto all’altro teorico del potere assoluto (inteso come non limitato dalle leggi positive), ovvero Bodin che vedeva nel potere del sovrano dei limiti quali l’osservanza delle leggi naturali e divine e nel diritto dei privati. Hobbes al contrario fa cadere questi due limiti.
Per quanto riguarda le leggi naturali e divine Hobbes non le nega, ma afferma che non sono leggi come quelle positive perché non possono essere fatte valere con la forza di un potere comune e quindi non sono vincolanti, se non nella coscienza: il vincolo che lega i cittadini alle leggi positive fatte dal sovrano, non è uguale al vincolo che lega il sovrano alle leggi naturali, ovvero le leggi poste da Dio. Se il suddito non osserva la legge positiva può essere costretto a farlo, se il sovrano non osserva le leggi naturali non c’è un’autorità che gli impone di farlo.
Dunque per il suddito le leggi cui è sottoposto devono essere seguite in modo assoluto, mentre per il sovrano si tratta di mere regole di comportamento. Nella condotta giuridica del suddito il giudice è il sovrano, in quella del sovrano il giudice è il sovrano stesso.
Hobbes nega inoltre la differenza tra sfera pubblica e quella privata: una volta che uno stato si è costituito, la sfera dei rapporti privati (che per lui coincide con lo stato di natura) confluisce nella sfera dei rapporti pubblici (quei rapporti che legano il sovrano ai cittadini).
Gli uomini preferiscono alienarsi dalla stato di natura ed entrare nello stato, perché nel primo non ci sono leggi che lo governano e non ci sono leggi fatte rispettare da un potere comune, siamo in una situazione di bellum omnium contra omnes.
Il mezzo giuridico che permette di trasferire il suo diritto è il contratto: in ogni contratto la promessa di fiducia è il patto o covenant.
In Hobbes inoltre il diritto di proprietà esiste solo nello stato e attraverso la tutela che ne fa lo stato: nello stato di natura gli uomini hanno uno ius in omnia, ovvero diritto su tutte le cose e dunque un diritto su nulla. Solo lo stato può garantire con la sua forza che il mio è solamente mio ed il tuo è esclusivamente tuo.
Come abbiamo detto all’inizio, dal principio di assolutezza del potere deriva la distinzione tra forme buone e forme cattive di governo. Questa separazione deriva da come i sovrani esercitano il loro potere: se lo fanno seguendo le leggi oppure no. La domanda che Hobbes si pone è: ma se il sovrano cattivo è quello che non opera conformemente alle leggi ed abusa del suo potere, che senso ha parlare di abuso di potere quando il sovrano ha un potere illimitato?
Lui stesso risponde che non esiste nessun criterio oggettivo per distinguere il buon re dal cattivo re, i giudizi sono espressioni meramente soggettive, dipendenti dalle opinioni che ognuno di noi possiede, a sua volta le opinioni personali sono dovute al fatto che non esiste nessun criterio razionale per distinguere il bene dal male (ogni criterio è derivato dalla passione e non dalla ragione).
Prosegue con la distinzione di re e tiranno. La differenza, ci spiega nel de Cive, è passionale e non razionale. Se il re avesse un potere limitato rispetto al tiranno, non potrebbe essere definito re; ma se il suo potere diviene illimitato non c’è allora distinzione tra re e tiranno (il re è un sovrano che ha la nostra approvazione, il tiranno è un sovrano che non ce l’ha); tiranno ex parte exercitii: se il potere non ha limiti non possiamo parlare di un sovrano caratterizzato dall’eccesso di potere.
La seconda forma di tirannia di Hobbes è quella del ex defectu tituli: o il principe che conquista lo stato con la forza riesce a conservare il suo potere – viene quindi legittimato, avendo tutte le caratteristiche degli altri sovrani legittimi – oppure non riesce a conservarlo per via dell’ostilità dei sudditi e allora diventa un nemico. In altre parole o il principe riesce a legittimare anche dopo aver compiuto il fatto (principio di effettività) il proprio potere e allora è un principe come tutti gli altri, oppure non ci riesce anche dopo averlo conquistato e allora non è un principe ma un nemico per i sudditi. La differenza sostanziale quindi è tra principe e non principe, non tra principe buono o cattivo.
Per il concetto di dispotismo anche Hobbes come gli altri filosofi politici converge sulla definizione. Individuano infatti il dispotismo come quella forma di dominio in cui il potere del principe sui sudditi è della stessa natura di quello del padrone sugli schiavi.
Hobbes fa però un’ulteriore considerazione sul dispotismo, inteso come dominio ottenuto attraverso la conquista e la vittoria: fa riferimento esclusivamente a conquista e vittoria, non si sofferma sul concetto di guerra giusta o ingiusta.
Questa omissione è giustificata dal fatto del suo dubbio circa la possibilità di distinguere una guerra giusta da una ingiusta.
Ciò che ne determina la giustizia è solamente la vittoria. Ha ragione chi vince. Se tra due contendenti che non riconoscono al di sopra di loro alcun giudice scoppia una guerra, la vittoria è l’unico criterio per distinguere chi ha ragione da chi ha torto.
L’innovazione di Hobbes rispetto alla tradizionale dottrina del dispotismo è introdotta dallo stesso con il concetto di legittimazione. Il dominio dispotico “è acquistato dal vincitore allorquando il vinto, per evitare la morte presente, pattuisce, o con espresse parole o con altri segni sufficienti della sua volontà, che, sino a quando la sua vita e la libertà del suo corpo gli verranno lasciate, il vincitore ne avrà l’uso a suo piacimento […] non la vittoria dà diritto di dominio sopra il vinto, ma il patto su di lui” (Leviatano)hob2
In quest’opera uscita nel 1651 Hobbes accettava il fatto della condanna a morte del sovrano, affermando che dopo ogni conflitto civile viene sempre ripristinata l’autorità.
Quello che compare da questo passo è che anche il potere dispotico può essere legittimato dal consenso di chi si sottomette, dispotismo giustificato ex contractu.
Le motivazioni che spingono gli individui ad abbandonare lo stato di natura è la mancanza di garanzia di sopravvivenza. Per salvarsi la vita gli uomini si sottopongono a un potere comune in grado di impedire l’uso della forza privata. Lo stato dunque nasce da un patto – il covenant come abbiamo visto – tra gli uomini per garantire la loro sicurezza, sottomettendosi ad un unico potere.
Il secondo caposaldo del pensiero di Hobbes, dopo l’assolutezza, è l’indivisibilità.
Contrario ai governi misti, per lui il potere del sovrano diviso è uguale ad un potere distrutto e la teoria che promuove la divisione dei poteri è una teoria sediziosa che dovrebbe essere vietata.
Nel decimo capitolo del de Cive Hobbes muove l’accusa principale alla democrazia, quando afferma che “le deliberazioni prese in grandi assemblee sono meno sagge di quelle prese per consiglio di pochi”: all’interno dei gradi consessi sono pochi quelli che conoscono effettivamente la situazione interna e quella estera, ma è il voto della massa dei presenti che conta.
Per lui dunque se il potere del sovrano è diviso non è più sovrano, mentre se continua ad essere effettivamente sovrano, vuol dire che non è diviso o che la divisione è solamente apparente.
Hobbes pur dando credito al tema della libertà sostenuto dai fautori del governo misto, non trascura però l’argomento della stabilità, mostrando come la conseguenza del governo misto è la dissoluzione dello stato. Per lui quindi il governo misto si muove nella direzione opposta a quella immaginata dai sostenitori: l’instabilità del governo.
Oltre al problema della stabilità del governo Hobbes critica il governo misto anche con riferimento alla teoria della separazione dei poteri. E’ paragonato a qualcosa di mostruoso, il Leviatano. Nel regno della terra l’unione del potere legislativo, giudiziario ed esecutivo è abominevole.
Le critiche principali Hobbes le destina alle funzione principali dello stato e della loro assegnazione a organi diversi “il poter di levar moneta […] il potere di dirigere il comando […] ed il potere di fare le leggi” (Leviatano). Le critiche erano rivolte alla monarchia inglese come forma di governo che combinava monarchia, aristocrazia e democrazia.
In un paese in cui il monarca delibera, i magistrati amministrano la giustizia ed un’assemblea di notabili decide sulle tasse, il cittadino si troverà sottoposto a tre poteri ed in caso di conflitto tra questi, ne subirà tutte le conseguenze. Inoltre, come ribadisce nel Leviatano, il governo misto genera fazioni, che non portano alla stabilità politica ma alla guerra civile.
Ragione e ordine devono essere alla base della vita politica, salvando il suddito dalle passioni politiche.
Per lui le passioni vanno dominate dalla ragione, la quale può portare la pace tra i cittadini, ma alla fine è il potere del sovrano che annulla le passioni, imponendo le leggi.
Monarchia intesa come monarchia convenzionale scaturita da un contratto sottoscritto da uomini uguali. Perché la società è composta da cittadini uguali, ossia da soggetti umani condizionati da sentimenti individuali; lo stato nasce con il consenso di tutti e serve per vincere le passioni individuali; di conseguenza lo stato è un fatto giuridico che prevale sui fattori antropologici, economici, etici e religiosi.

FONTI:

Bobbio; la teoria delle forme di governo nella storia del pensiero politico; Giappichelli editore.

S. Mastellone; storia del pensiero politico europeo. Dal XV al XVIII secolo; UTET Libreria.

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2 pensieri su “IL PENSIERO POLITICO DI THOMAS HOBBES – di Filippo Secciani”

  1. La sovranità e indivisibile e appartiene solo ai popoli …dunque qualsiasi atto contrario all.indivisibilita deve essere invalidato se ha costretto i popoli con raggiri o guerre a fare o non fare contro le volontà …sarebbe bene che i popoli ogni periodo di tempo prestabilito potessero decidere con dei referendum chiari ripetuti nel tempo,poiché i tempi cambiano insieme ai popoli…non esiste dunque la perpetua legge ma la perpetua volontà che cambia nel tempo

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